Una battaglia senza vincitori. “Residenza Arcadia” di Daniel Cuello

Quando mio nonno è morto, la prima cosa che sua sorella ha detto è stata: “Io ora resto sola”. Era un giovedì di novembre e stavo facendo i compiti di matematica. Rimasi sorpresa dal fatto che la sorella del morto fosse più dispiaciuta per se stessa che per il fratello, ma il tempo passa e la conclusione dell’adolescenza ti fa comprendere meccanismi che solo pochi anni prima avresti ritenuto incomprensibili. Mi intristiscono la tristezza bieca e la rassegnazione maligna che la vecchiaia si porta appresso, quel terrore che ti assale all’improvviso dai sessant’anni circa, e ti spinge verso l’abisso. Invecchiare è come precipitare in un burrone e cercare, mentre ti si infila la terra sudicia sotto le unghie, di trovare un qualsiasi appiglio che ti faccia dire: “Non ho vissuto invano”. E di tutto questo disperato affanno, di questo terrore viscerale, non resta che un tonfo ed un corpo vizzo in fondo ad un crepaccio.

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