Io sono Michele Mari

Sto fumando una sigaretta in attesa dell’inizio dell’incontro. Mancano dieci minuti quando arriva Michele Mari. Lo saluto. Lui si ferma. Ci conosciamo vero? Gli ricordo che ho seguito un suo corso su Alfieri all’Università e l’intervista che gli feci qualche anno fa a ridosso della finalissima del premio Campiello. Era tra i cinque finalisti ma non avrebbe vinto, anche se forse lo avrebbe meritato. È stranamente cordiale. Mi chiede di ricordargli come mi chiamo, gli dico il mio nome e mi chiede qualche informazione. Non sa bene cosa stia per fare. Mi chiede quanto deve parlare e se c’è qualcuno a introdurlo. Gli dico quel poco che so ed entra. Addosso mi lascia un accenno di sorriso che mai gli avevo visto in faccia.

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Nella “rete” di Sarzana… cadere è un piacere

La rete che imprigiona, la rete che unisce. La rete per navigare, la rete della finale. La “rete” è un termine che assume significati diversi in base al contesto e al campo di riferimento ed è proprio questa parola a essere il filo conduttore della 14esima edizione del Festival della Mente, che si terrà a Sarzana da venerdì 1 a domenica 3 settembre.

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Michele Mari è tornato ed è leggenda

Un Michele Mari come non lo avete mai visto. Sentito, forse sì, data la sua nota propensione al racconto di eventi comici e non della sua vita alle presentazioni dei suoi libri. Letto, sicuramente, nella sua opera fino ad ora più autobiografica “Tu, sanguinosa infanzia”, ma anche parzialmente nelle sue poesie e in Asterusher. Nell’ultima fatica “Leggenda privata” però, troviamo qualcosa di più immediato e diretto di cui ha sperimentato l’efficacia con Asterusher, ovvero la fotografia. Continua a leggere “Michele Mari è tornato ed è leggenda”

Imperituri orpelli. “Euridice aveva un cane” di Michele Mari

Il mito ispiratore. Introduzione in stile mariano (s’intenda: non nello stile di Maria, la Vergine, ma in quello di Michele Mari)

Scorta il passo con singolar cogitazione, che il pensiero non s’appunti su colei che alle spalle seguire dovrebbe, colei che potrebbe non esservi per malaffare inferno, cadere in morte più atroce, infliggere all’amato più immedicabil pena di latrocinio secondo e vieppiù fatale. Placa il maroso dubitare, Euridice ti seque e tosto ripagherà l’angoscioso tuo errare. Indi procedi. Ora un lucor flebile scorgi, e questo per gradi t’inonda: non sai se primo è il pensiero del raggio jocondo agli amati ocelli, più vivi ad ogni passo che non odi, o del segnal avvertito di ventura emersione.

T’avvedi, Euridice? Siam prossimi, ti riporto alla vita e…vivrem felici! Annichilita la morte, sarà solo vita, vita, vita… Non disputa la morta, forse intenta a seguir lo vivo, a non cagionargli più bruciante desio di vederla e l’oblio del veto a torcersi anzi la soglia, forse nel secreto fraterna all’infero domicilio, o forse… forse si tace perché assente, mai slegata dalla negra reina! Ah Orfeo, poco ancora t’avanza, apprestati a varcare l’orrida porta: là non ha possa chi ti nega ricambiarle lo sguardo amoroso. Ecco il valico, striscia brillante di salute carca, ecco il piede teso a sormontare, mentre l’occhio, pronto da tempo più che il resto, volgesi alla visione proibita ancora per un secondo…

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I palloni del signor Kurz

Paiono mantenersi in provvisoria sospensione, a mezzo del parabolico cammino, i palloni, quell’attimo prima di iniziare a precipitare oltre la sinistra muraglia, di essere cioè già proprietà del signor Kurz, ancor prima di toccare il suo fondo, nel lembo aereo proiettivamente disegnato dalla cinta. È il percorso che ogni bambino del collegio segue col mimo emiciclico del capo, negli occhi lo scoramento dell’irrecuperabilità e la speranza di un miracoloso ritorno, dopo che l’impeto tardivamente rattenuto del calcio ha suggerito ad uno di loro, nella foga accecante del gioco, sollevare la palla all’altezza del cuore esultante, dell’infanzia celeste. L’ansia di quella “linea d’ombra” inquina così una partita dopo l’altra, e una ad una il mostro che al di là vi abita carpisce e divora perle di vitalità di fanciullesca fattura, nella forma di palloni da calcio. Può riuscire nell’impresa resurrezione il giovane che si lancia alla riconquista oltre il limine proibito?

Euridice aveva un cane

Il limine tra presente e passato corre per il microcosmo di Scalna,il paese, e con cippi e verdi cancelletti si segnala: di là, dai baldanzosi vicini orribilmente cicaleccianti, il belante attivismo, la psicosi ammodernante, omicida dell’antico, sacrilega nell’orrida mutanza in cui giornalmente si candeggia; di qua, nella casa dei nonni, il culto della polvere, si fissi essa sui libri o smacchi i muri atavici – polvere silenziosa, materna quasi nel trascinare alla morte, qual sirena che t’anneghi amandoti. Per il giovane Michele non c’è altra scelta che serrarsi entro, cristallizzarsi quale escrescenza di una casa morente, capitano devoto della nave che l’abisso inghiotte, e sfuggire all’offesa che a lui, novello Foscolo, alfiere dell’autunno cimiteriale e agreste, la solarità yankee del giardino attiguo reiteratamente arreca. Là, sul limine, vive di Scalna il mito: la vecchina che non fa perire mai il suo cane, appellando con lo stesso nome un successore dopo l’altro. Michele è il sacerdote di questa numinosa perpetuazione. Ma riuscirà a non voltarsi quando quella vita che è vero inferno nei suoi avvicendamenti prenderà anche la sua Euridice?

La vita, la morte suo organico epilogo, la morte mitica

Una coscienziosa, limbica sospensione: quanto è di molto preferibile alla vita che promette al nulla, che mai permette di riconoscersi per poco più di un attimo in un oggetto o un sentimento. Ci sono tre stati dell’essere: la vita, la morte suo organico epilogo, la morte mitica. La prima è dei vicini (le loro radio, motociclette, socialità esuberante), di scolari accaldati dalla furia del gioco, invecchiati sempre d’un poco, scaricati di vitalità ad ogni pallone sottratto; la seconda è il finalismo scatologico degli alimenti, la decomposizione della materia dopo che la vita ha debitamente digerito ed espulso, provando la imperfezione nostra senza fine, senza un fine; ma quella mitica è regno immoto che mummifica i ricordi e rinfocola ossessioni precipue, di collezione e polverosità!

Perché vi si acceda è richiesto un atto di devozione, suicidio o omicidio per i protagonisti di questi racconti: Orfei che rinunciano a priori alle resurrezione, Persefoni che trattengono le cose nell’aura argentea della morte per non doverne soffrire il mutarsi. Loro è il morbo dell’esegeta: questa bellezza che in sacrificio richiede la vita partecipativa altro non è che bellezza di interpretazione, quale traluce in un pallone non già calciato, ma rigirato tra le mani come una bolla di sapone, interrogato sull’aria che, racchiusa, fu per sempre sottratta alla respirazione cosmica e all’umana combustione.

Tanto se ne è ammorbati…

Tanto se ne è ammorbati da invidiare l’interpretato, l’anima del libro quando è letto e sfogliato, e infliggere allora la morte studiatamente, col calcolo esasperato del serial killer che voglia ripagare dei commenti dei criminologi l’ermeneutica vivisezionante del suo passato da filologo, voglia sentirsi assimilato alle morte carte, agli uccisi corpi, lui, Euridice inattingibile tra le tenebre. Tanto se ne è ammorbati da dover necessariamente trasfondere codesta beltà mortifera finanche ai prodotti, e uccidere due volte noi in essi, con lo stesso effetto dell’ostruzione aggettivale che, applicata dal bimbo pingue al suo tema, lo rende rinnegatore della fecondità che sua immagine di tenerezza rappresenta.

Eppure non ha questo bambino guadagnato l’immortalità riconoscendo nell’aggettivo l’arma del delitto d’un flusso emozionale mai eguale a se stesso, il filtro che lo immortali contro la fagocitante vita adulta, istruttrice di orride mutanze e velocità isterilite, bocciatrice del tema così immobilizzato? È secondo il suo metodo che questa infanzia sfuggente, magari già affetta da storture feticistiche, o infetta di sacri orrori e solitudini maniacali, può diventare l’oggetto del culto da essa stessa inaugurato, e rivivere imbalsamata per l’omaggio resogli da un collezionismo di parole uccisore e risuscitatore insieme.

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MICHELE MARI

“Euridice aveva un cane”

Einaudi

Pagine 127, € 10.00.