Struggente e malinconico, “Amore” di Inoue Yasushi

Di Inoue Yasushi (1907 –1991) abbiamo già parlato a proposito della sua opera probabilmente più conosciuta in Italia, “Il fucile da caccia” (trovate la recensione qui). Oggi ci vogliamo invece soffermare su “Amore”, pubblicato per la prima volta in patria nel 1959, che presenta forti analogie con l’opera sopra citata: stesso editore (Adelphi), stessa collana (Mini) e stessa struttura: tre racconti brevi che trattano tematiche simili.

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Mai titolo più ingannevole: “Il fucile da caccia” di Inoue Yasushi

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Inoue Yasushi (1907 –1991) è stato uno scrittore giapponese, che esordì come poeta e successivamente si dedicò a racconti e romanzi, prevalentemente storici. Molto apprezzato in patria, Yasushi è quasi sconosciuto al pubblico italiano. Probabilmente non si rivolterà nella tomba per questo, in primo luogo perché i giapponesi sono notoriamente molto composti in vita, figuriamoci dopo la morte, secondariamente perché il buon Inoue può godere della compagnia dei vari Faulkner e Dos Passos, tanto per citare due esempi di grandi scrittori che hanno subito un destino simile. Titolo ingannevole, dicevamo. In effetti, “Il fucile da caccia” farebbe pensare alla passione per l’arte venatoria.

Il fucile da caccia: simbolo della solitudine umana

Niente di più lontano dalla realtà. L’equivoco è spiegato nel prologo, che costituisce un incipit indispensabile per spiegare il senso dell’opera. L’autore riferisce di aver pubblicato una poesia su una rivista di caccia, cedendo alle pressioni di un amico che ne è direttore. Nella poesia, intrisa di malinconia, il fucile da caccia diventa il simbolo della solitudine umana, idea interessante che sembra però contrastare con lo spirito della rivista. L’autore, che si aspetta vivaci proteste, riceve invece una lettera da un lettore, Josuke Misugi, che si identifica con il cacciatore descritto nei suoi versi e invia tre missive ricevute da donne che hanno, o meglio avevano, un ruolo rilevante nella sua vita, pregando il poeta di leggerle. Tre lettere scritte per comunicare altrettanti addii.

Tre lettere

La prima lettera è della nipote Shoko, figlia di Saiko, l’amante di Misugi, che ha appreso della relazione leggendo di nascosto il diario della madre morente. Il mondo di Shoko improvvisamente si ribalta, tutto assume una prospettiva diversa e inquietante. Per effetto della sconcertante scoperta la ragazza vorrà troncare ogni rapporto sia con lo zio che con la zia tradita. La seconda lettera è una richiesta di divorzio da parte della moglie Midori, stanca di un rapporto ormai logoro e di un amore forse realmente mai sbocciato. Da un lato la donna avanza con freddezza le proprie pretese economiche, dall’altro si schiera violentemente contro il marito per il suo comportamento, informandolo di essere a conoscenza del tradimento che si prolunga da diversi anni. Infine, è proprio l’amante Saiko a scrivergli, raccontando una vita divisa tra la felicità per quell’amore tanto bello quanto ingiusto, e il continuo rimorso per quel lungo inganno.

L’amore struggente, il tradimento e la solitudine

Ritroviamo in quest’opera i grandi temi cari alla letteratura giapponese: l’amore struggente, il tradimento, la solitudine, la sofferenza, la morte, il suicidio, quale retaggio che deriva dall’antica tradizione dei samurai. La gravità dei temi trattati è smorzata dallo stile armonioso e delicato, che risente dell’esperienza poetica dell’autore. Le parole si poggiano sulla pagina con dolcezza, come neve su un cespuglio di rovi. Un breve romanzo epistolare che si legge in un paio d’ore, ma lascia un piacere ben più duraturo.