Arturo Bandini: un personaggio maledettamente romantico

Se incontrassi Arturo Bandini in un libro

“Arturo Bandini: sentite che nome! Un nome che ti permette di assaporare la grandezza”. A chiunque, dopo essersi imbattuto in Chiedi alla polvere o Aspetta primavera, Bandini, verrebbe naturale pronunciare queste parole. Perché di personaggi pieni di vita come Arturo se ne conoscono pochi nella storia della letteratura. John Fante ha fatto un miracolo: l’eterno giovane Bandini respira ossigeno e anidride carbonica proprio come noi, e forse anche un po’ di sano smog di Los Angeles.

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Un’estrema dignità. “Fame” di Knut Hamsun

20090805-023_2742562aEcco che andavo in giro tormentato dalla fame e che le budella mi si torcevano come vermi. E nulla mi garantiva che entro la fine della giornata avrei trovato qualcosa da mangiare.  Quanto più il tempo passava, tanto più sentivo svuotato fisicamente e moralmente.  Di giorno in giorno commettevo azioni sempre più disonoranti. Dicevo bugie senza vergognarmi, truffavo la pigione alla povera gente, giocavo persino col pensiero schifoso di approfittare della coperte altrui… senza alcun pentimento, senza rimorsi di coscienza.

La miglior cosa che abbia mai scritto

 A parlare è un giornalista, il quale, a dire il vero, ultimamente ha qualche problema con la scrittura. Fatica a scrivere anche se quando riesce a buttar giù qualcosa, con modestia, dice di aver scritto “la miglior cosa che abbia mai letto”.

In scena la miseria

Questo giornalista norvegese vive a Christiania, “quella strana città che nessuno lascia senza portarne i segni”, l’odierna Oslo, per la quale vaga di giorno e la notte, quando viene sbattuto fuori da qualche pensione per non aver pagato la pigione. Christiania è il teatro per mettere in scena la miseria, l’estrema povertà che inesorabilmente costringe l’uomo che ne soffre a combattere contro quel tremendo nemico che è la fame.

Un’estrema dignità e un’austera onestà

Una fame che prima di tutto è fisica, è la stessa fame che provano gli orsi al polo nord e i canguri nell’emisfero australe. Una fame che ti svuota “fisicamente e moralmente” e ti costringe a non fare più affidamento sulle tue facoltà mentali. Ma a combattere questa fame ci sono un’estrema dignità e un’austera onestà, che spingono l’uomo a farsi morire di fame piuttosto che accettare accettare elemosina o rubare.

Tra depressione ed euforia

Tra una pensione e l’altra, tra un articolo accettato e uno rifiutato, tra giorni di depressione e ore di euforia, entreranno in gioco due personaggi forse capaci di togliere dalla misera il nostro giornalista: una misteriosa donna, prima di tutto, e il suicidio, in secondo luogo.

L’onestà e la forza di quest’uomo riusciranno a dargli la forza di combattere questa fame? Preferirà l’abbraccio della donna o quello della morte?

Hamsun ispira Fante per Arturo Bandini

Questo romanzo, che ricorda a tratti il sognatore delle “Notti bianche” di Dostoevskij, è stato sicuramente parte delle cause che hanno portato John Fante, lo scrittore italo-americano, a creare un personaggio come Arturo Bandini, anch’egli senza i soldi per pagare la pensione, anch’egli con problemi d’ispirazione nella scrittura, anch’egli inesorabilmente vagabondo metropolitano, anche se naturalmente la città in questione non è più Oslo ma Los Angeles. Ultimo, forse il più importante, carattere che Fante estrapola dallo scribacchino di Hamsun è la sua essenza visionaria, la capacità di sostituire totalmente la realtà esterna con una realtà interamente ricreata ad arte, anche per lunghi archi di tempo.

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KNUT HAMSUN

“Fame”

Adelphi

Pagine 182, € 10.00.

Addio, Letteratura Italiana

Dal ‘700, e soprattutto dagli ultimi trent’anni, la letteratura italiana si sta avvicinando sempre più alla letteratura europea. Come si sta svolgendo questo fenomeno? Cosa comporta?

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Una letteratura in cui immedesimarsi

In alcune librerie oggi esiste ancora il reparto di narrativa italiana, dove siamo sicuri di trovare libri di autori che scrivono nella nostra lingua, presumilmente parlano la nostra lingua e da cui ci aspettiamo poter ricavare un qualche godimento estetico favorito dalla vicinanza culturale tra noi e loro. Spesso, addirittura, ci viene da dire che quel libro sembra parlare proprio di noi, dei nostri figli, dei nostri genitori. Molti, per esempio, quest’estate si sono immedesimati nel burbero padre, profondamente italiano, o nello scapestrato figlio, protagonisti de Gli sdraiati di Michele Serra. Ma non ci succede sempre più spesso di provare lo stesso sentimento approcciandoci a un libro preso dal reparto di narrativa straniera? Non mi riferisco certo a un libro quale Le affinità elettive di Goethe, seppur questo romanzo ci faccia provare ancora oggi forti emozioni, ma per esempio a La strada, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006 e subito tradotto in Italia da Einaudi, dello scrittore americano Cormac McCarthy, i cui protagonisti sono, come ne Gli sdraiati, padre e figlio, seppur proiettati in un contesto apocalittico. Forse l’amore del padre di McCarthy per il figlio ci colpisce meno dell’affetto con cui il padre di Serra si approccia al mondo adolescienziale del figlio?

Goethe: un profeta

Lo stesso Goethe, però, aveva un che di profetico quando nel 1827 parlava di Weltliterature, temendo che un progressivo uniformamento delle letterature nazionali avrebbe potuto azzerare le differenze culturali che tanta parte avevano avuto nella costituzione di una ricca e sfaccettata letteratura europea. La sua paura era legittima. Le sue previsioni si dimostrarono poi molto vicine alla realtà letteraria da lì a centocinquant’anni, seppur non dobbiamo per forza vedere la questione in termini negativi, cogliendo solo ciò che si è perso, ma possiamo e dobbiamo anche valutare ciò che questo cambiamento ha portato di nuovo nel panorama letterario italiano ed europeo.

Un’omologazione internazionale

D’altra parte, la fitta rete di rapporti che lega e apparenta le varie letterature nazionali del vecchio continente ha sempre portato a una sorta di omologazione transnazionale, con le reciproche influenze che hanno caratterizzato questi contatti. Pensiamo alla corrente romantica che, nata tedesca, ha preso velocemente piede nel resto d’Europa. Non si sono forse, in questo caso, omologate alla moda tedesca le altre letterature?

Ciò che distingue, ciò che unisce

Ma nessuno giustamente ha mai visto la diffusione del romanticismo – come di tante altre correnti, quali le avanguardie, il simbolismo, il realismo – come fattore deterrente per le opere letterarie che accoglievano le loro istanze. Inoltre, con la nascita di una più consapevole letteratura nordamericana, nella seconda metà dell’Ottocento queste fitte reti di scambi si sono allargate fino ad includere anche i giovani Stati Uniti. È molto forte allora la tentazione di vedere le diverse letterature occidentali come un’unica imponente letteratura in cui le idee circolano tra i vari centri con la stessa mole dei soldi che girano a Wall Street. Ciò non significa non riconoscere caratteristiche proprie a ogni realizzazione nazionale, le sue peculiarità inalienabili. D’altra parte, non a torto Giuliana Benvenuti e Remo Ceserani scrivono in La letteratura dell’età globale (2012 il Mulino) che “l’Europa, pur avviata verso importanti convergenze, rimane sostanzialmente (e anche positivamente) il luogo delle differenze e che può ritrovare una sua identità solo se considera quelle differenze una forza e non una debolezza, anzi una ricchezza ineguagliabile, una ragione stessa d’identità”. Tuttavia è difficile non scorgere una struttura comune, un sistema di valori condivisi, un’estetica attesa dall’intera isola culturale. A testimonianza di un humus comune vediamo personaggi romanzeschi transitare da un romanzo danese, per esempio, a uno italo-americano con estrema facilità e naturalezza, com’è accaduto all’anonimo scrittore protagonista del romanzo di Knut Hamsun Fame (1890), trapiantato da John Fante in Chiedi alla polvere (1939), dove prese il nome di Arturo Bandini. Certamente quest’ultimo perde alcune qualità del modello di provenienza, acquisendone altre, come del resto avviene in ogni traduzione da una lingua all’altra, ma il debito di Fante nei confronti dell’autore di Oslo è innegabile. Stesso fenomeno è avvenuto per esempio per il personaggio del Don Giovanni passato per gli scritti, tra i tanti, di Mòliere, Puskin, fino ad arrivare a Saramago.

Per la stessa ragione, forse, riusciamo ad immedesimarci e capire con più facilità un personaggio come Rob Fleming, protagonista di Altà fedeltà (1995) dello scrittore inglese Nick Hornby, piuttosto che l’alter-ego autobiografico di This is Paradise!: My North Korean Childhood (2004) dello scrittore nordcoreano Hyok Kang, tradotto e pubblicato in Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Quindi se ci viene così naturale leggere un romanzo inglese, non sarà perché la nostra capacità di godere di quella storia è aiutata da un’affinità di intenti e valori che certamente non sussistono ancora con un scrittore nordcoreano?

Un oriente lontano

Tuttavia, se questo discorso vale per la letteratura occidentale, europea e nordamericana, certo – ancora – non vale però tutto ciò che è “non-occidentale”, mondo col quale è possibile notare viscerali differenze, nonostante i numerosi contatti. Infatti negli scorsi secoli, e forse ancor più nel Novecento, alcuni letterati occidentali hanno issato le vele e sono approdati nel complesso dell’arcipelago che forma la sterminata isola vicina del “non-occidentale”. Tra i tanti viaggiatori del Novecento, ci sono per esempio i poeti beat americani che hanno studiato e poi rielaborato il metro giapponese haiku.

Tra storia politica e storia della letteratura

E a proposito di parallelismi, è sempre affascinante comparare storia letteraria e storia politica. Com’è noto, l’unità culturale italiana è stata raggiunta secoli prima dell’unità politica grazie all’opera di grandi letterati italiani quali Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso e Machiavelli. Ma non sarà forse successa una cosa simile per quanto riguarda la formazione già del primo nucleo del 1957 dell’Unione Europea? Una così ampia unione – tenendo certamente conto delle spinte dell’appena terminata seconda guerra mondiale – sarebbe stata possibile senza il lento ma costante lavorio che almeno dal secolo dei Lumi ha avvicinato letterature e culture europee? Quindi, se pensiamo alla letteratura come luogo in cui si forma l’identità di un paese e ci rendiamo conto di quanto le letterature nazionali del mondo occidentale, specialmente europee, partano da trent’anni almeno da presupposti, visioni del mondo, caratteri comuni, siamo portati a pensare che la letteratura, molto più di Bruxelles e Strasburgo, stia effettivamente dando vita alla nazione europea.

Dagli anni ’80 in poi: cambiamenti in atto

Sta di fatto che dall’inizio degli anni Ottanta l’editoria italiana è stata investita da un forte processo d’internazionalizzazione e da mutamenti che stanno cambiando le politiche editoriali. Se fino ad adesso si è per lo più limitata a importare libri stranieri ora si sta preparando a esportare i nostri migliori lavori. Ed è così che gli scrittori italiani si trovano oggi, nel momento della composizione, a immaginarsi un target non solo italiano ma internazionale e soprattutto scrivono già con la speranza di una traduzione in lingua inglese che moltiplicherebbe notevolmente il poteziale pubblico. E questa è una delle caratteristica che ha reso la nostra sintassi più piana, paratattica, semplice, insomma, sempre più conforme a quella della lingua inglese. Inoltre, non a caso, i nostri autori, le cui opere sono state vendute all’estero, sembrano essere stati quelli che, pur continuando a identificarsi come italiani, si sono rifatti riferimenti internazionali puntando non di rado su tematiche condivisibili con altre culture. Tuttavia resta il fatto che il successo nel mercato nazionale continua a essere premessa fondamentale per affrontare la concorrenza internazionale. Non stupirà – credono Benvenuti e Ceserani – che gli autori italiani più venduti in Francia, Spagna e Germania, escludendo scrittori già affermati come Eco e Baricco, siano Camilleri, Saviano, Melissa P, Moccia, per la scelta di generi già forti sul mercato internazionale, la proposta di più titoli che escono a cadenza regolare, la capacità di intercettare segmenti giovanili o deboli di lettori. Quindi, se già dagli anni Sessanta fosse arduo scrivere senza considerare la dimensione transnazionale, dopo gli anni Ottanta è davvero impossibile. La traduzione sta diventando una pratica sempre più fondamentale nella letteratura dell’età globale, soprattutto se si tiene conto di quello che il critico americano Lawrence Venuti ha definito “addomesticamento” del testo straniero, volta a illudere il lettore di potersi riconoscere senza sforzo e senza estraniazione nell’alterità culturale, di fatto elidendola, marginalizzandola, producendo una forma di imperialismo culturale. Se romanticamente in precedenza abbiamo fatto risalire l’omologazione della letteratura europea a caratteri di fratellanza nazionale e di comunione di intenti, non possiamo certo, studiando questo fenomeno, non considerare anche il ruolo che in quest’evoluzione sta giocando il mercato globale.

Ha quindi ancora senso parlare di letteratura italiana?

Non sarebbe forse più appropriato parlare di una letteratura europea, o addirittura occidentale? Posti davanti a un romanzo francese, uno spagnolo e uno ceco, uno americano, uno ungherese e uno svedese, una volta tradotti in una medesima lingua – tralasciando possibilmente le ambientazioni e i nomi di vie, città e personaggi – siamo sicuri di saper riconoscere la provenienza geografica dell’autore che ha prodotto quell’opera? Dobbiamo insomma dire addio alla letteratura italiana?