La riscoperta dell’antica via. In cammino con Paolo Rumiz

È tutta una questione di piedi. Sono loro che sentono la terra, i basolati, l’asfalto, l’erba, i sentieri di pietrisco; i piedi sono coloro che portano Paolo Rumiz nei suoi vagabondaggi continui, trasmettendo una cultura fisica, di sensazioni e percezioni che collegano le estremità del corpo con il nostro cervello.

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Divano, che passione! “Gli sdraiati” di Michele Serra

La calura estiva, si sa, invita a letture fresche e dissetanti e così da quel mare magnum che è diventata la mia libreria (la presenza di libri è sempre più inversamente e crudelmente proporzionale a quella dei soldi nel portafoglio), ho deciso di pescare Gli sdraiati di Michele Serra, che sonnecchiava in mezzo agli altri volumi da quasi un anno. Oltretutto trattasi del prezioso regalo del nostro caporedattore e mi è parsa cosa buona e giusta non tergiversare oltre, per evitare spiacevoli incidenti diplomatici.  Continua a leggere “Divano, che passione! “Gli sdraiati” di Michele Serra”

Zone d’ombra. “Scene dalla vita di un villaggio” di Amos Oz

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Villaggio by frensis

E chi l’ha detto che bisogna dare al lettore più informazioni possibili il prima possibile, al diavolo la suspense e che i lettori dovrebbero avere una comprensione totale di ciò che sta accadendo, dove e perché, così che possano completare la storia da soli, dovessero gli scarafaggi mangiare le ultime pagine?

Ah già, Kurt Vonnegut. Non uno qualsiasi, tra l’altro.

Il dissenso di Oz

Ok, d’accordo, forse ho sbagliato esempio. In ogni caso, si può anche non condividere questa teoria, solo che se chi dissente è il sottoscritto si può legittimamente gridare all’eresia, se chi la pensa diversamente è un autore del calibro di Amos Oz, allora il discorso assume ben altro spessore.

Uno dei più grandi scrittori israeliani

Amato e detestato

Amos Oz, all’anagrafe Amos Klausner, oltre ad essere uno dei più grandi scrittori israeliani, è anche un intellettuale di spicco, tanto amato quanto detestato in Patria, a seconda dello schieramento politico di appartenenza, per le sue posizioni di condanna verso ogni forma di fanatismo e favore di una riappacificazione con il popolo palestinese.

Schegge

L’opera che qui vogliamo recensire è Scene dalla vita di un villaggio, e iniziamo proprio partendo dal titolo, che, tradotto per fortuna fedelmente dall’originale, riesce a inquadrare con precisione il senso dell’opera, che non si presenta unitaria, ma divisa in numerosi frammenti, schegge, oseremmo dire cocci. Di vita, appunto. La struttura è quella di una serie di brevi racconti, incentrati su alcuni dei personaggi che popolano il villaggio di Tel Ilan, i cui “tetti di tegole sono immersi nel verde intenso delle fronde di alberi secolari”.

Spazi bianchi

La particolarità è costituita dal fatto che l’autore volutamente dissemina molti spazi bianchi nella narrazione, lasciando aperti molti interrogativi che restano irrisolti: ad esempio, chi è il misterioso tizio venuto a turbare la quiete di Arieh Zelnik? Sono reali i rumori di scavi che provengono dalle fondamenta della casa di Rahel Franco o sono solo suggestioni dell’anziano padre e del giovane Adel? E la moglie del sindaco tornerà a casa?

Il gioco di Oz

Oz sembra voler proporre una sorta di gioco al lettore: fornire solo alcune tessere del mosaico, in modo che sia il lettore stesso a completare il mosaico, secondo la propria fantasia e la propria sensibilità.

Amos-Oz

Zone d’ombra

O forse non è nemmeno così, può anche essere che al lettore venga richiesto invece di non porsi domande su tutto, e di accettare la realtà così come viene percepita, con le sue zone d’ombra. In fondo, anche nella vita di tutti i giorni, chi ha una risposta per ogni cosa? Se qualcuno di voi ce l’ha, mi faccia un fischio che avrei alcune domande da porgli.

Il cantore di Israele

Amos Oz si conferma grande cantore della sua terra, Israele, ma soprattutto della sua quotidianità, attraverso le vicende di personaggi comuni, caratterizzati da un’esistenza al limite del dignitoso e alle prese con i problemi di ogni giorni, dall’assistenza al genitore anziano alle preoccupazioni economiche.

Non solo evasione

Un’opera consigliata ad un lettore consapevole e maturo, che non pretende di essere condotto per mano ovunque e che non cerca solo evasione dalla lettura, ma è disposto a compiere qualche ulteriore sforzo interpretativo.

La libreria di Corvetto rischia di chiudere. Interviene lo scrittore Alessandro Robecchi

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Sono anni che passo da Corvetto almeno due volte al giorno: per andare in centro e per tornare a casa. Eppure questo quartiere per me non è mai stato solo un luogo di passaggio ma un luogo da vivere e devo ammettere che in questo mio pensiero un ruolo fondamentale è toccato a questa libreria che rischiamo di vedere scomparire. Infatti risale agli ultimi giorni di gennaio la notizia della prossima chiusura della libreria Feltrinelli di piazzale Corvetto, prevista per il 28 febbraio. Diffusasi la notizia la mobilitazione è iniziata e le firme raccolte sono già più di 1300. I giornali ne parlano, le persone ne discutono ma la Feltrinelli non ha ancora rilasciato alcuna dichiarazione.

Un romanzo ambientato a Corvetto: Dove sei stanotte di Alessandro Robecchi (Sellerio)

Nel 2015 è uscito per Sellerio quello che credo sia l’unico romanzo per ora ambientato a Corvetto. L’autore è Alessandro Robecchi – tra le sue molteplici occupazioni: editorialista de Il manifesto, tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza e critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. Il titolo del suo libro è Dove sei stanotte. Al quartiere Corvetto, che «pensava fosse solo un’uscita della tangenziale, e invece è un mondo», Carlo Monterossi – protagonista di Dove sei stanotte (Sellerio 2015) – conduce la sua indagine per tentare di uscire dai guai, tra improbabili urbanisti rivoluzionari, gang di latinos dal coltello facile e un’anziana coppia di sudamericani che guida e organizza la sua «Resistencia». Eppure, in questo universo in apparenza abitato solo da delinquenti, nel corso della vicenda questo personaggio letterario conosce la vera natura di questo quartiere, abitato da persone stupende.

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Alessandro Robecchi. L’intervista

Tutti i luoghi possono essere scelti come ambientazione per i romanzi eppure alcuni sono più scelti di altri. Cosa aveva Corvetto di tanto speciale da farti decidere di ambientare in questo quartiere di Milano il tuo ultimo romanzo?

Quando ho scelto il Corvetto per ambientare una parte consistente di Dove sei stanotte mi attraeva la sua struttura di zona con più frontiere. Un quartiere periferico di Milano, ma ancora un quartiere, dove la frontiera è la solita, tra centro e periferia, ma ancor più una frontiera aperta tra varie etnie: milanesi storici e immigrati meridionali di mezzo secolo fa, comunità latine e Maghreb, una specie di piccola città multietnica al confine della città. Un posto lontanissimo dalla Milano della narrazione corrente (moda, design, alti redditi, finanza…) e al tempo stesso vicinissimo, a poche centinaia di metri in linea d’aria da quella città

5199-3.jpgCome ha mostrato in Dove sei stanotte, il Corvetto è un quartiere terribile eppure capace di riservare tante sorprese. Tra queste c’è la libreria e soprattutto ci sono le persone che la frequentano, che in questi giorni si stanno mobilitando per tentare di tenerla aperta. Cosa farebbe Carlo Monterossi nel caso in cui si trovasse ancora in zona?

Del Monterossi non mi fiderei troppo, ma certo quello che ha fatto lui è un esperimento interessante: far capire a chi abita a Milano – la Milano luccicante – che è Milano anche il Corvetto, che non è un corpo estraneo… e quindi quando si esce per andare in centro, si potrebbe provare a uscire per andare lì. E dunque portare gente a una presentazione di un libro, o a un incontro, o un corso al Corvetto anziché, che so, in piazza Duomo, sarebbe un vero decentramento delle persone, non a parole, ma… col tram… scoprire la periferia, passeggiarci, vederla anche se non la si abita può insegnare molte cose, per esempio sulla convivenza tra varie componenti della popolazione. Corso Lodi non è forse una grande ramblas?

Una libreria può avere tante funzioni. Quale tra le tante assolve la libreria di Corvetto secondo te?

Una libreria ha molte funzioni, sì, ed è triste che queste funzioni vengano regolate soltanto dalle regole mercato. So che dire questa cosa in una città produttiva come Milano è come bestemmiare in chiesa, ma sarebbe bello avere un posto che fa incontrare la gente, un porto sicuro dove si cerca qualcosa non solo nella merce (il libro, il disco…) ma anche in quello che capita e succede. Credo sia quello che in “sinistrese” si chiamava luogo di aggregazione. Altrimenti chi cerca qualcosa deve andare per forza in centro e questo fa di una città una specie di cittadina di provincia, cosa che Milano non è.

 

Appuntamento a sabato 20 febbraio per un Book-Crossing

È stato lanciato un Book-Crossing per sabato 20 febbraio. L’appuntamento è alle h 16.00 al bar sito al piano -1 dell’Upim di piazzale Corvetto (accesso diretto da Corso Lodi) ed adiacente alla libreria Feltrinelli.

Al seguente evento di Facebook potete trovare continui aggiornamenti e potrete partecipare in prima persona alla mobilitazione.

https://www.facebook.com/events/604240056401212/permalink/612028628955688/

Valeria Montaldi racconta Isabel Allende

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La deformazione professionale di una scrittrice

Quando scegli di fare un mestiere come il mio, devi essere severo. Con te stesso, innanzitutto: devi curare la scrittura, creare una trama forte, mantenere un ritmo costante. E’ un lavoro che richiede attenzione continua e ti obbliga, per l’appunto, a non lasciarti cullare nell’autoindulgenza. Che lo si voglia o no, questo rigore diventa una forma mentis che inevitabilmente applichi anche ai libri che non scrivi tu: ecco che allora, dopo aver finito di scorrere l’ultima pagina di un romanzo, ti capita di richiuderlo e di considerare che avresti anche potuto fare a meno di leggerlo. Altre volte, più rare, il testo scritto ti rapisce, diventa una sorta di film che si dipana davanti ai tuoi occhi: campo lungo, fermo immagine, luce diretta, ombra, dissolvenza… Come nel caso de “L’amante giapponese” di Isabel Allende, autrice universalmente conosciuta e apprezzata per le grandi capacità narrative.

Fra le mura di un ricovero per anziani

Anche se immaginavo che questo suo ultimo lavoro non mi avrebbe deluso, le mie aspettative di lettrice sono state superate: al di là della consueta padronanza della scrittura, ci sono altri motivi per cui vale la pena di leggere il romanzo. Prima di tutto, la location: l’azione si svolge in una casa di riposo, gradevole e ben tenuta, ma pur sempre casa di riposo. Credo che di questi tempi, proiettati su tematiche prevalentemente giovanilistiche, ci voglia una buona dose di coraggio nel collocare una storia fra le mura di un ricovero per anziani. Poi, l’abilità dell’autrice nel caratterizzare le due protagoniste, una vecchia signora e la sua giovane assistente.

Come se il passato facesse parte del presente

Prive di qualunque sbavatura, le descrizioni sono scevre da facili melensaggini e spesso inducono al sorriso, pur nell’amarezza della situazione descritta. Infine, l’alternanza dei piani temporali, risolta senza forzature, come se il passato facesse parte del presente. In definitiva, un ottimo romanzo, da conservare fra quelli più amati, pronto per essere riletto una seconda volta.

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Valeria Montaldi è giornalista e scrittrice. Vive e lavora a Milano. Ha esordito nel 2001 con “Il mercante di lana”, cui sono seguiti “Il signore del falco”, “Il monaco inglese”, entrambi finalisti al Premio Bancarella, “Il manoscritto dell’imperatore”, “La ribelle” e “La prigioniera del silenzio”, tutti disponibili in BUR. Il sito dell’autrice è http://www.valeriamontaldi.it.

In giro si sente dire che nel 2016 vedrà la luce un suo nuovo romanzo. Non sarà un romanzo storico e non uscirà col solito editore. Staremo a vedere. Importanti novità in arrivo.