La casa di famiglia (racconto)


Un uomo che non chiedeva mai niente, dopo cinquantasette lunghi anni, si ritrova costretto ad abbandonare la casa dov’è nato. Riempiendo gli ultimi scatoloni, la sera prima del trasferimento, cammina per le stanze, cercando di capire com’è arrivato tutto d’un fiato quel momento.

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Luoghi letterari metafora dei luoghi dell’anima

Ho scoperto Dino Buzzati grazie a “Il Deserto dei Tartari”, ancora oggi il mio romanzo preferito in assoluto. Da allora non l’ho più abbandonato. Dopo aver letto “Bàrnabo delle montagne” e “Sessanta Racconti” è stata la volta di “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”: di diversa impronta, dai toni più leggeri, mascherato come un semplice racconto per bambini è, in realtà, sorprendente, sottilmente ironico e pieno di significato. Continua a leggere “Luoghi letterari metafora dei luoghi dell’anima”

La cattività dell’onesto (3° puntata). Nascita di un supereroe

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– Ecco che cosa ci fai tu con i libri, mio caro Angelo!

Era Malemini, l’odiato professore di lettere. Angelo stava riprendendo i sensi. Era volato giù dall’undicesimo piano e non si era fatto neppure un graffio. Ma non ebbe il tempo di stare a riflettere su quanto accaduto: Malemini giocherellava con la sua gamba tirando dei leggeri calci, come sono abituati a far i bambini più malvagi con le carcasse di quei topi troppo stupidi per vincere la selezione naturale. Quando riuscì a voltarsi e a risollevarsi sulle gambe incerte, si rese conto che il professore, sul cui volto splendeva il solito ghigno inquietante – che ormai Angelo imputava alla genetica: “c’è chi nasce con gli occhi a mandorla e chi con quella maligna espressione stampata sul volto”, pensava -, il professore era accompagnato da una sventola di quelle che – ne sarebbe stato convinto a lungo – solo la fantasia è in grado di creare. Per tutta l’adolescenza e oltre, ogni qual volta in un romanzo avrebbe letto di una donna bella e incantevole, nella mente di Angelo questo personaggio avrebbe inconsciamente preso le sembianze di quella ragazza che aveva giusto qualche anno in più di lui. Avete mai letto o riletto un romanzo dopo aver visto l’omonimo film? Ecco, come non siete più riusciti a immaginarvi quel determinato personaggio senza figurarvi il volto dell’attore, allo stesso modo qualsivoglia personaggio femminile avrebbe preso inesorabilmente le sembianze di Vanna. Si, perché questo, anche se non le rendeva giustizia, era il suo nome. Il professore, tutto orgoglioso, presentò ad Angelo la sua accompagnatrice. Stringendole la mano, Angelo pensò alle pagnotte morbide che sua nonna sfornava tutte le domenica prima che morisse.

– Professore! Lei lo sa che non sono stato io a lanciare quella penna!

– Quello che so è invece che tu non stai mai zitto! Ogni tanto dovresti imparare a tenere la bocca chiusa. Sai cosa significa la parola “rispetto”, Angelo?

– No, Professore. Non credo di saperlo se questo “rispetto”  di cui parla significa abbassare la testa e chiudere le orecchie, gli occhi e la bocca.

Ciò che stava più a cuore ad Angelo era la verità e la capacità di non tradirla mai. Amava tanto la verità proprio perché non aveva mai scoperto quella sui suoi genitori. Erano scompari quando lui era piccolissimo. Non che non gli avesse mai incontrati ma l’ultima volta che aveva visto i loro volti era a malapena in grado di urlare per avvertirli che aveva una fame da lupi. Inspiegabilmente, un solo ricordo conservava nella sua giovane mente, un ricordo troppo assurdo per poter essere reale: i due genitori sono uno accanto all’altra, mano nella mano. Sono belli, giovani e felici. I loro volti sono appannati, come se coperti da un vetro trasparente oscurato dal vapore acqueo. Riusciva a capire che lui era castano e lei rossa. Lui era alto qualche centimetro in più di lei. Eppure era convinto che non avrebbe distinto il padre dalla madre se non fosse stato per quella folta barba scura. L’immagine è troppo confusa e luminosa per poterli descrivere con più accuratezza. Ma la cosa più strana e incomprensibile era un’altra: la prospettiva. Angelo vedeva, ogni volta, i suoi genitori dall’alto, come se fosse stato in cima a un grande armadio o a gattoni sopra un tetto di una casa bassa.

Il nonno mentiva spudoratamente riguardo la sorte dei suoi genitori, affermando che erano due sbandati, incapaci di occuparsi di sè stessi. Figuriamoci di loro figlio. Prima o poi avrebbe trovato il modo per scucire la bocca del nonno, capire perché aveva dovuto rinunciare a mamma e papà. Non che avesse avuto un’infanzia infelice: il nonno e soprattutto la nonna, finché c’era stata, non gli avevano mai fatto mancare niente. Ma erano stati i genitori a dargli la vita, a loro doveva la sua esistenza, quindi se non avrebbe potuto averli con sé voleva almeno conoscerne la ragione. Così, tanto il nonno aveva deciso di tradirlo non confessando, tanto lui sarebbe stato onesto. Aveva fatto questa promessa a se stesso ma aveva deciso che serviva un testimone perché tutto fosse ufficiale. Così aveva preso la bici dal box ed era corso da Nanni – era un pomeriggio di luglio di due anni prima – e chiese all’amico di uscire un attimo. Stava facendo un puzzle di quelli che impieghi almeno tre mesi a terminare. Nanni lo chiamavano tutti “il Pensionato” perché era sempre calmo e tranquillo e non tanto meno si scompose quando vide comparire davanti ai suoi occhi Angelo, tutto trafelato e sudato. Angelo gli afferrò la mano destra e gli disse che doveva ascoltare e soprattutto ricordare, gli disse che sarebbe stato testimone della promessa più importante e solenne di tutta la sua vita. Gli chiese se era pronto. La risposta del Pensionato fu affermativa. Stingendo quella mano tanto calma da sembrare morta, Angelo giurò a se stesso e a Nanni che non avrebbe mai, mai e poi mai, mentito. Avrebbe detto la verità sempre e comunque.

Angelo quindi era onesto per scelta e il Professor Malemini era il contrario per natura. Arruffandogli i capelli, Malemini se ne andò, lasciando Angelo sul posto, immobile, ancora tramortito, più per l’incontro col Professore che per la caduta. Vedendolo allontanarsi insieme a quella ragazza mozzafiato giurò a se stesso – e fece così il secondo giuramento della sua breve vita – che avrebbe fatto in modo che Malemini non mettesse più piede a scuola e che avrebbe avuto per sé quella meraviglia di donna. Anche se ci fossero voluti dieci anni.

“La cattività dell’onesto” (Seconda Puntata)

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Dopo aver aspettato in corridoio per un tempo che ad Angelo era parso interminabile, a nonno Paolo e il ragazzo venne data la licenza di tornare a casa. La macchina, una Opel Kadet del 1992, procedeva lentamente sulla strada stretta: non perché stretta in sé ma perché invasa da macchine parcheggiate in seconda, terza e a volte in quarta fila. Due o tre finestrini saltarono lungo il tragitto ma nessuno se ne curò.

Combattuto se strigliare il nipote o tornare alla lettura del suo romanzo, il nonno scelse la prima opzione, più per non dover poi sentirsi in colpa che per altro. Con poca convinzione parlò per un intero quarto d’ora della necessità di vivere in maniera responsabile, di comportarsi bene a scuola, per poi soffermarsi su quanto sia importante avere una buona educazione. Le sue parole – pronunciate con una lentezza asfissiante – sortivano nell’oratore l’effetto di una di quelle commedie americane che guardiamo sul divano dopo una sfiancante giornata di lavoro, dopo aver cenato e aver lasciato la cucina in grado di dar lavoro a dodici lavapiatti. Il discorso portava al sonno. L’unica cosa a tenere sveglio il vecchio era un certo latente fastidio che non riusciva ad accettare, ovvero il pensiero di quante pagine del romanzo avrebbe potuto leggere se solo Angelo non si fosse fatto mandare dal Preside.

Angelo invece era elettrizzato. Le parole del nonno sembravano provenire da una stanza lontana, situata chilometri e chilometri di distanza dal divano sul quale sedeva. La sua schiena era ritta e i pugni serrati. La lingua premeva contro i denti inferiori. Cos’era successo nell’ufficio del preside? Non riusciva a spiegarselo. Aveva sentito solo una forte energia partirgli dalla nuca, attraversargli la parte alta della schiena per poi scorrere lungo il braccio e raggiungere la mano nel momento esatto in cui il palmo aveva colpito la scrivania. Era come se un fulmine si fosse impossessato di lui, come se – avrebbe detto molti anni più tardi, ripensando a quella scena – come se energia allo stato libero, non imprigionata, si fosse impossessata del suo corpo. O era stato il suo corpo in grado di incanalare quell’energia? Ma, in fondo, non gli interessava trovare risposta a quelle domande. Voleva solo riprovare quell’agghiacciante sensazione.

Il nonno aveva finito il suo discorso e stava raccogliendo da terra il libro come un sedicenne abituato ad allungare di nascosto la mano per toccare il culo della sua amica girata di spalle. Angelo tirò su lo zaino e salì in camera sua. Buttò per terra la borsa e si appoggiò sul suo letto. Aiutandosi coi piedi si tolse le scarpe e le scaraventò contro il muro, senza alcun bisogno di utilizzare le mani, mostrando con ciò una certa abitudine al gesto. La scrivania era posta sotto la finestra, in una posizione ottimale per ricevere un’adeguata illuminazione. Non avrebbe avuto bisogno della lampadina se solo non ci fosse stato un palazzo esattamente di fronte. Angelo era esagitato. Aperta la finestra, scaraventò giù in strada tutti i libri rimasti aperti dal giorno prima e con forza batté la mano sul ripiano, nella speranza di rivivere quanto era successo poco prima a scuola. Non sentì niente, a parte  l’urlo della vicina, malata di cancro, che non riuscendo a dormire si era messa a urlare, infastidita dal baccano. Ci riprovò. SBAM, SBAM, SBAM. Ma non c’era niente da fare. L’unica cosa che ottenne fu un ulteriore incremento di urla e bestemmie proveniente da oltre il muro. Indispettito per quella che considerò una mancanza di rispetto da parte della vicina – “Non è che se ha il parkinson può urlare quanto vuole!” – tirò un calcio alla gamba del letto. In men che non si dica si sentì spingere via in direzione opposta al letto, come se fosse rimbalzato su un tappeto elastico. La spinta fu tale che cadde dalla finestra. Un gabbiano lo accompagnò per qualche metro, lungo quella folle caduta. Sembrava gli stesse facendo l’occhiolino. Guardando giù vedeva le macchine ingrandirsi a dismisura: da minuscoli insetti gialli e neri divennero enormi, quando la distanza da terra si stava ormai riducendo al nulla. Tempo dopo l’urto col suolo riaprì gli occhi e si rese conto di essere sdraiato sul freddo cemento della strada con la testa appoggiata sul suo libro di storia.

“La cattività dell’onesto” (Prima Puntata)

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Quando la penna andò a sbattere contro la lavagna un suono forte, violento e stridente riempì l’aula. Il professore stava ricopiando la traccia del tema che gli alunni avrebbero dovuto svolgere nelle due ore a seguire ed ecco il rumore, assordante nel momento dell’impatto, giunto a rovinare tutto. Quella penna era stata lanciata da qualcuno, probabilmente con la speranza di colpire il professore. Il docente avrebbe passato i prossimi centoventi minuti a cercare online il motel dove la sera avrebbe portato l’amante, mentre la moglie sarebbe stata dalle amiche al circolo letterario della biblioteca. Quante volte Laura, la moglie, gli aveva detto di venire, che si sarebbe divertito. In fondo erano entrambi professori di lettere. Ma non c’era stato niente da fare. Lui aveva in testa solo una cosa (scoparsi la nuova professoressa di scienze, fresca fresca di laurea) e per poterlo fare doveva trovare un posto comodo e riservato. A questo stava pensando il Professor Malemini quando la penna aveva sbattuto contro la lavagna. Un sussulto attraversò tutto il suo corpo. Strinse i pugni. Era un tipo impulsivo e avrebbe dato volentieri una bella lezione (che sia chiaro: non di letteratura) al colpevole che aveva indovinato senza alcun ausilio da parte della vista. Angelo Scarpato, che di angelico aveva solo il nome. Era piuttosto basso rispetto ai suoi compagni di classe. Gli occhiali spessi gli pesavano sul naso come il cappellino di lana che d’estate e d’inverno portava sulla testa. Sapeva della sua complicata situazione familiare ma in quel momento era l’ultimo dei pensieri del Professore. Come ormai sapete, aveva ben altro a cui pensare.

Il Professore Malemini si avviò verso il banco di Angelo e lo sollevò per il colletto. Gli occhiali del ragazzino caddero per terra e il Professore li calpestò provando una leggera soddisfazione. Era poca cosa rispetto a quanto aveva sognato di fare con la testa di quel marmocchio in quegli attimi che erano stati necessari per raggiungere il fondo dell’aula. Poco importava per quei vetri. Avrebbe detto ai genitori di Angelo che li aveva calpestati accidentalmente.

Ma Angelo di genitori non ne aveva. Dopo mezz’ora dal preside si presentò il nonno Paolo che di malavoglia aveva interrotto Ti prego lasciati odiare, il romanzo rosa che stava leggendo con tanto trasporto. Il ragazzo non avrebbe potuto frequentare la scuola per un mese intero. Angelo per la rabbia sbatté una mano sulla scrivania del Preside di fronte al quale era seduto. Non era stato lui a lanciare quella penna.

I vetri delle finestre andarono in frantumi e il Preside, il prof. Melemini e il nonno si sentirono spinger via da una forte raffica di vento.