Mod non riesce a controllare certe pulsioni. Intervista a Corrado Ori Tanzi

Un uomo, una mattina come tutte le altre, si dirige verso lo studio commercialista presso cui lavora. Durante il tragitto, tuttavia, viene investito e la sua anima si addentra nell’aldilà. Giunta in una sorta di piazzale, accanto a sé conta trentatrè anime. Lui è la trentaquattresima, ma quando le altre vengono chiamate, lasciando quella provvisoria collocazione, l’uomo, il commercialista, il commercialista defunto, rimane escluso e comincia a camminare. Nessuno lo ferma e passo dopo passo finisce alle spalle di un ristorante, evidentemente di nuovo sulla terra. Si guarda allo specchio e quello che vede non è il suo volto, è più giovane, è più bello, il suo portafoglio è pieno di banconote. Nelle tasche dei pantaloni trova un foglio, su cui compaiono per pochi istanti alcune lettere vergate con l’inchiostro. «Ti chiamerai Mod», fa in tempo a leggere, prima che le parole scompaiano. Neanche il nome aveva conservato.

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Susanna Tamaro, “Voglio un mondo meno efficiente e più poetico”

Ci sono amicizie che salvano, che ti fanno capire che al mondo non sei solo. Persone che trasformano quelle stranezze che non smetti di rimproverarti in quei piccoli dettagli che, miscelati, fanno di te quello che sei davvero. L’amicizia tra la scrittrice Susanna Tamaro e il poeta Pierluigi Cappello era un’amicizia di questo genere. Lei soffre della sindrome di Asperger. Lui a sedici anni ha fatto un incidente che lo ha costretto a una vita di sofferenza fino alla sua dipartita, avvenuta il primo ottobre 2017.  «Mi ha insegnato che chi ama la vita trova sempre la forza di rinascere», ha raccontato Susanna Tamaro. «La vita, finché c’è, è troppo bella per essere abbandonata. Pierluigi quando si è ammalato non aveva alcuna intenzione di morire. Lui amava la vita e voleva vivere ancora. Ci si abitua a tutto se c’è l’amore».

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Identità multiculturali, un modo creativo di stare al mondo. Intervista a Kamila Shamsie

SARZANA – Tra una caffetteria nel Massachusetts e il consolato britannico di Karachi c’è Wembley, con il suo canale sopraelevato e la sua strada principale fitta di negozi. Qui è ambientato il nuovo romanzo di Kamila Shamsie, Io sono il nemico (Ponte alle grazie), che le è valso il Women’s Prize for Fiction 2018. Ma tra gli Stati Uniti e il Pakistan c’è anche Sarzana. Qui, in occasione della quindicesima edizione del Festival della mente, Kamila Shamsie ha parlato dei fratelli Pasha, persi tra il passato jihadista e un futuro tutto da costruire. Acclamato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti come un romanzo potente e stupefacente, Io sono il nemico affronta una serie di tematiche urgenti, come il senso della comunità, il problema delle periferie, il ruolo delle famiglie, il bisogno di riscatto di chi abbandona tutto per cercare pace e prosperità lontano dal luogo di origine. Allo Scriptorium ha parlato di famiglia e di comunità, di identità e di emigrazione, dei romanzi che la guidano nella scrittura e dell’importanza del racconto orale.

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Enrico Brizzi, “Gli uomini come le montagne, maestosi e fragili”

Quando guardo le montagne, scrisse una volta Messner, ho i sentimenti delle montagne dentro di me: li sento, come Beethoven che sentiva i suoni nella testa quando era sordo e compose la Nona sinfonia. Le rocce, le pareti e le scalate sono un’opera d’arte. E sono sempre di più le persone che hanno imparato ad ascoltare la voce delle alte vette, una voce limpida e autentica. Ne sono testimonianza gli autori, che sempre più scelgono di dar spazio nelle loro storie ai monti, e i lettori, che cercano quelle sollecitazioni che, forse, la città non è più in grado di dar loro. Ieri è stata presentata a Milano la 44esima edizione del Premio Itas del Libro di Montagna, il premio che celebra proprio le storie che hanno a che fare con la montagna. Per l’occasione abbiamo intervistato Enrico Brizzi, scrittore (autore, tra i tanti, del romanzo cult Jack Frusciante è uscito dal gruppo) e presidente della giuria del premio Itas.

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Senza eroi non sappiamo quanto lontano possiamo andare

Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare, scrisse una volta Bernard Malamud. Ed è proprio a questo che penso incamminandomi verso BASE. Sceso dall’autobus ho chiuso Il processo di Kafka, e senza rendermene conto mi ritrovo a immaginare K. chiedere a Dylan di investigare sul processo che lo vede protagonista.

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