Siamo tutti fottuti

Quando qualche amico compie gli anni, sono solita dire: -Alla tua età Alessandro Magno aveva un impero che si estendeva dalla Macedonia all’India. A tale affermazione di solito seguono risate deboli e finte perché è una battuta pessima. Ultimamente, però, questa impareggiabile gag sta iniziando a crearmi disagio perché ho 25 anni e c’è poco da ridere. Ero sicura che diventare adulta sarebbe stato fantastico, invece sto annaspando in un guazzabuglio di ansie, dubbi ed incertezze. E mentre boccheggio, vedo che tanti miei coetanei faticano a stare a galla.

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Una generazione buttata nel cesso?

I millennial sono le persone nate tra il 1980 e il 2000, la generazione 1.5.  Nasce una rubrica che, senza pretese di assolutismo o serietà, prova a raccontare cosa vuol dire avere venti o trent’anni oggi. Avete presente la disoccupazione, gli stage a 400 euro al mese, l’ansia, i soldi che sono sempre pochi, il futuro che forse non esiste più? Bene, allora siete sul pezzo.

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Combattere per la pace è come scopare per la verginità

Ha senso sperare che le guerre scompaiano dalla faccia della terra? Che gli esseri umani smettano di ammazzarsi tra di loro? Secondo l’americano Elliot Ackerman la risposta è negativa a entrambe le domande, perché la guerra è un’attività prettamente umana, nessuna altra specie fa una cosa del genere, ha spiegato al Festival della Mente di Sarzana. Sa di cosa parla, Ackerman, che ha trascorso otto anni nell’esercito statunitense combattendo in Iraq e in Afghanistan. Poi ha dichiarato la propria pace separata e si è trasferito a Instanbul, da dove scrive per il New York Times, il New Yorker e pubblica romanzi. Nel 2016 è uscito per Longanesi Prima che torni la pioggia, dove ha raccontato l’esperienza in Medio Oriente. Di questi giorni è invece Il buio al crocevia, edito sempre da Longanesi, in cui Ackerman racconta la guerra civile in Siria. Sul volto ha un sorriso luminoso. L’ottimismo che lo pervade, nonostante tutto, è travolgente.

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Io sono Michele Mari

Sto fumando una sigaretta in attesa dell’inizio dell’incontro. Mancano dieci minuti quando arriva Michele Mari. Lo saluto. Lui si ferma. Ci conosciamo vero? Gli ricordo che ho seguito un suo corso su Alfieri all’Università e l’intervista che gli feci qualche anno fa a ridosso della finalissima del premio Campiello. Era tra i cinque finalisti ma non avrebbe vinto, anche se forse lo avrebbe meritato. È stranamente cordiale. Mi chiede di ricordargli come mi chiamo, gli dico il mio nome e mi chiede qualche informazione. Non sa bene cosa stia per fare. Mi chiede quanto deve parlare e se c’è qualcuno a introdurlo. Gli dico quel poco che so ed entra. Addosso mi lascia un accenno di sorriso che mai gli avevo visto in faccia.

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Nella “rete” di Sarzana… cadere è un piacere

La rete che imprigiona, la rete che unisce. La rete per navigare, la rete della finale. La “rete” è un termine che assume significati diversi in base al contesto e al campo di riferimento ed è proprio questa parola a essere il filo conduttore della 14esima edizione del Festival della Mente, che si terrà a Sarzana da venerdì 1 a domenica 3 settembre.

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