Identità multiculturali, un modo creativo di stare al mondo. Intervista a Kamila Shamsie

SARZANA – Tra una caffetteria nel Massachusetts e il consolato britannico di Karachi c’è Wembley, con il suo canale sopraelevato e la sua strada principale fitta di negozi. Qui è ambientato il nuovo romanzo di Kamila Shamsie, Io sono il nemico (Ponte alle grazie), che le è valso il Women’s Prize for Fiction 2018. Ma tra gli Stati Uniti e il Pakistan c’è anche Sarzana. Qui, in occasione della quindicesima edizione del Festival della mente, Kamila Shamsie ha parlato dei fratelli Pasha, persi tra il passato jihadista e un futuro tutto da costruire. Acclamato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti come un romanzo potente e stupefacente, Io sono il nemico affronta una serie di tematiche urgenti, come il senso della comunità, il problema delle periferie, il ruolo delle famiglie, il bisogno di riscatto di chi abbandona tutto per cercare pace e prosperità lontano dal luogo di origine. Allo Scriptorium ha parlato di famiglia e di comunità, di identità e di emigrazione, dei romanzi che la guidano nella scrittura e dell’importanza del racconto orale.

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Alla ricerca dei capolavori sommersi. L’operazione epica di Laurana Reloaded

In fin dei conti, è sempre una questione di tempo. Un amore che sarebbe potuto essere e non è stato, una storia venuta troppo presto o troppo tardi, una dilazione non concessa, un incontro mancato per pochi secondi. Un libro, per esempio, si trova a fronteggiare quotidianamente la sua personalissima sfida contro il tempo, quel tempo che lo vuole relegare in un magazzino sepolto dalla polvere e nell’oblio più profondo. Pochi sono quei libri che riescono a sopravvivere. Per la maggior parte finiscono sommersi sotto centinaia di metri cubi di indifferenza, dove nuotare, anche per i più esperti, è cosa alquanto ardua.

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Visione, sogno, fantasia. Torna il Festival della comunicazione di Camogli

Prendete l’agenda in mano, andate al mese di settembre e cancellate i giorni che vanno da giovedì 6 a domenica 9. Avvisate la babysitter, la fidanzata, chiamate gli amici a cui affidate il cane quando dovete partire in aereo – perché se viaggiate in macchina ve lo portate anche in Norvegia -, avvisate al lavoro e i compagni di calcetto, il personal trainer e il pizzaiolo che ogni venerdì sera vi aspetta con la tavola apparecchiata e pronta da mettere in forno la solita pizza che prendete almeno dal 2005. Dal 6 al 9 settembre sarete a Camogli, l’unico festival della comunicazione d’Italia e, fra tutti, il più visionario. Accompagnato nella sua fondazione dal compianto Umberto Eco,  quest’anno avrà come filo conduttore le visioni.

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Quella strada che non avevamo neppure preso in considerazione

Siamo cresciuti sognando di diventare eroi, persone giuste, amate e capaci di grandi cose. Siamo cresciuti pensando che tutto sarebbe stato alla nostra portata, che con l’adeguata dose di sudore avremmo potuto conquistare il mondo. Poi, quando siamo cresciuti veramente, ci siamo resi conto che di quel castello non restavano altro che macerie, qualche mattone (relitto di un’antica società ormai estinta), una colata di cemento qua e là, i perimetri di case abbandonate.

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Chissà dove sono finiti tutti quei grilli che cantavano la notte

Una storia che ha il sapore di ciò che è stato e che mai più potrà essere, questo è il racconto di Massimo Corci, classe 1960, ex carrozziere, ora giardiniere, che un giorno ha preso in mano la penna e ha cominciato a scrivere. E ha scritto per mesi. D’altra parte d’inverno c’è poco lavoro per chi si occupa di piante e giardini e Max ha avuto il tempo di fermarsi, ripensare alla propria infanzia, radunare i ricordi e raccontare. Il computer non lo sa usare, va in giro con un cellulare degli anni Novanta che fa quello che facevano i telefoni prima di diventare smart: chiamare e mandare messaggi. Così, come Mauro Corona, uno degli scrittori che ama di più, ha affidato a qualcun altro (sua moglie) il compito di trascrivere a macchina ciò che aveva fissato su carta. Non a caso, alla fine, scrive:

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