La ragazza più bella di Genova. “La Superba” di Ilja Leonard Pfeijffer

All’ultima edizione del Festival della mente (Sarzana, settembre 2018) lo scrittore olandese Jan Brokken, parlando di un suo vecchio libro ambientato in Italia ma inedito nella nostra lingua, lamentava il fatto che alla nostra editoria i libri che parlano del nostro paese scritti da stranieri non vanno giù. L’idea che sta dietro questo pensiero, per altro tutt’altro che bizzarro, è che per parlare dell’Italia e, soprattutto, della nostra cultura l’autore deve essersi bagnato le vesti nell’Arno, nel Tevere o nell’Alcantara e deve avere sulle spalle un mutuo che estinguerà poco prima di svendere la casa a un prezzo stracciato.

Certo, Brokken ha tutto l’interesse che un suo lavoro abbia una nuova edizione (per lo più qui, dove è molto apprezzato) e non ha minimamente preso in considerazione la possibilità che Iperborea, la casa editrice che da noi si occupa della pubblicazione delle sue opere, possa aver ritenuto il livello di quel famigerato omaggio all’Italia non all’altezza degli altri suoi libri finora pubblicati, come Anime baltiche, Il giardino dei cosacchi e Nella casa del pianista. Tuttavia, il fatto resta: a meno che tu non sia Goethe (vedi Viaggio in Italia), se sei un autore straniero hai ben poche speranze di pubblicare in Italia il tuo libro sull’Italia.

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Eppure, per un altro olandese, Ilja Leonard Pfeijffer, poeta, scrittore e drammaturgo classe 1968, considerato dalla critica una delle voci più originali del panorama letterario nordeuropeo, questa miope e poco lungimirante linea dell’editoria italiana è saltata. Il suo libro La Superba, un inebriante romanzo ambientato a Genova, un volume arrogante, erotico e dissacrante, è stato pubblicato da Nutrimenti quest’anno, con il sostegno della Fondazione nederlandese per la letteratura. La traduzione, firmata da Claudia Cozzi, nonostante qualche sbavatura (vedi la decisione di tradurre e conservare nella traduzione il pronome rafforzativo “eigen”, quello che in inglese è “own”, solitamente non utilizzato in italiano e quindi giustamente eliso nelle traduzioni), è ottima e restituisce la vivacità dello stile di Pfeijffer. Su questo libro si baserà un film con una coproduzione olandese, italiana, tedesca e americana (il produttore italiano coinvolto è Francesco Virga di Mir Cinema). La pellicola, che vedrà coinvolto un cast internazionale, si girerà in lingua inglese e le riprese cominceranno nel corso del 2019 o all’inizio del 2020.

Al centro dell’opera, oltre al capoluogo ligure, c’è il tema della migrazione: un migrante privilegiato proveniente dal Nord (l’autore) incontra migranti molto meno privilegiati provenienti dal Sud. Parla con loro, si fa raccontare le loro storie, cerca di capirli, ma la comunicazione tanto cercata sembra poco possibile. In fondo, lo scrittore, alter ego dell’autore e voce narrante, è un persona nota e stimata nel suo paese e se si trova in Italia è solo perché, come afferma arrogantemente, il suo paese è così all’avanguardia, così efficiente e così ricco da diventare noioso. Si trova nella ladrona e disfunzionale Italia perché vuole scrivere un libro.

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Ilja Leonard Pfeijffer

Djibli, invece, ha lasciato il Senegal grazie a un viaggio che lo ha portato, rischiando più volte la vita, ad attraversare il nord Africa e il Mediterraneo, passando per Lampedusa. Un viaggio costoso (circa tremila euro) che è stato possibile solo grazie ai risparmi di parenti ed amici (lo stipendio mensile di chi svolge un lavoro qualificato in Senegal è circa cento euro).

I suoi parenti confidano in lui, perché loro sanno che «in Europa chiunque diventa automaticamente ricco e di successo, tutti gli africani lo sanno». Eppure, come in ogni storia di migrazione, alla partenza fa seguito l’ora del disincanto, quello scontro con la realtà dei fatti che il migrante non ha il coraggio di rivelare alla sua famiglia, rimasta in patria, e pur di conservare in loro l’illusione chiede in prestito quei soldi che manderà a casa regolarmente, almeno fino a quando troverà qualcuno disposto a fargli credito.

Anche Leonardo, come si fa chiamare l’autore in Italia, ha bisogno di soldi, perché tra un bar e l’altro della Superba ne vanno via tanti. Il romanzo – se così si può definire questo magmatico miscuglio di storie – è costruito come un serie di racconti e di confidenze che la voce narrante invia a un non ben specificato amico in Olanda. Se questi appunti dovessero diventare un romanzo, scrive spesso, questo passo andrebbe tagliato. Eppure, non taglia nulla e l’autore, poeta, mette a nudo i suoi sentimenti come nella più scalcagnata delle liriche del terzo millennio, proponendo un’idea cinica e disillusa dell’amore.

«L’amore è come uno specchio», scrive. «Vedi te stesso nella faccia eccitata dell’altra. Speri che l’altra si veda riflessa in te, mentre proietti il tuo desiderio nel vuoto dei suoi occhi stupefatti. Insomma: tutti trovano il vero amore prima o poi, ma ci sono almeno sei miliardi di persone sulla terra. Quanto è probabile, dal punto di vista statistico, che l’insieme di membra sdraiato accanto a te sia l’unica persona che renda perfetta la tua esistenza?». Il vero amore, conclude, «è la decisione di cominciare a credere nella fantasia disponibile, invece di fantasticare».

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E di fantasie è ricco il romanzo. In alcuni brani l’immaginazione deforma a tal punto gli eventi da ricordare l’Arturo Bandini di Chiedi alla polvere. Prendiamo il ritrovamento della gamba: nelle prime pagine, in un vicolo, Leonardo, da poco sbarcato a Genova, si imbatte in una gamba di donna. La prende, la porta a casa e, in un certo qual modo, se ne innamora. Sarà l’euforia dell’approdo, ma la città gli dà alla testa e con questa gamba – che tornerà fino alla fine del romanzo – ha una confusa, seppur breve, relazione. I dettagli di questo rapporto sono tutti nelle pagine del libro. Breve e distruttiva è anche la relazione con quella che chiama la «ragazza più bella di Genova». Lavora al bar degli specchi ed è fatta «della stoffa di cui sono fatti i sorrisi, la commozione e le giornate d’estate». È innamorata del suo compagno, che dimostra il suo affetto gettandola giù dalle scale, quando è geloso. E in fondo, sembra dire l’autore, è lei l’emblema della città, bella e maledetta, incapace di volersi bene fino in fondo, convinta di non meritare niente di meglio di un uomo che le fa del male.

Ma Genova, il suo centro storico, è un labirinto, fatto di palazzi colmi di tesori e di vicoli che a tratti si fanno wormhole, porte spazio temporali verso mondi lontani. Lontano da qualsiasi sorta di idillio, Ilja Leonard Pfeijffer racconta una città che, ancora prima del crollo del ponte Morandi (l’edizione italiana è del 2018 ma l’originale olandese è del 2013), sembra piegarsi ai colpi dei suoi vizi e dei suoi malfunzionamenti. Nonostante tutto ciò, o forse proprio per quanto appena detto, Leonardo sente subito un forte bisogno di appartenenza a questo mondo, che ama per intero, dal Pré a Marassi. Ama le anziane signore in ghingheri e gli affettuosi travestiti, le fascinose bariste e i simpatici venditori ambulanti di rose.

Io, a Genova, ci sono stato solo di passaggio. Mi è venuta voglia di andarci, ma un timore mi ferma: la paura di trovare poco o nulla di tutto quello che Ilja Leonard Pfeijffer ha raccontato.

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