La casa di famiglia (racconto)


Un uomo che non chiedeva mai niente, dopo cinquantasette lunghi anni, si ritrova costretto ad abbandonare la casa dov’è nato. Riempiendo gli ultimi scatoloni, la sera prima del trasferimento, cammina per le stanze, cercando di capire com’è arrivato tutto d’un fiato quel momento.

La strada era silenziosa in quella zona del centro. La tiepida luce del sole tagliava le vie di sbieco e una vecchia con un grembiule alla vita stava sbattendo la tovaglia dalla finestra. Era ora di cena e Giorgio Sironi aveva messo le scarpe comode, preso dagli scaffali un vecchio romanzo di Borgese e aveva chiuso la porta alle sue spalle, scendendo in strada per la solita passeggiata.

Aveva preso questa abitudine da ragazzino, con suo padre. Giorgio lo andava a prendere al panificio dove lavorava, a tre isolati da casa, e passando per il parco facevano il giro della zona distribuendo il pane, le focacce e i croissant rimasti invenduti durante il giorno. Le strade erano affollate di senzatetto con la faccia sporca e con le coperte di lana buttate addosso anche d’estate. Prendevano così tanto freddo, d’inverno, che il sole dei sei mesi caldi dell’anno non faceva in tempo a riscaldare a sufficienza le loro ossa. Allungavano le mani con i guanti neri tagliati sulle dita e ringraziavano i loro benefattori. Terminato il giro, padre e figlio si ritrovavano davanti alla porta di casa e salivano a cena. Quando suo padre era morto, una decina di anni prima, l’attività di famiglia era stata ceduta e il forno era passato ad altri proprietari. Da quel giorno Giorgio, alla stessa ora di sempre, imperterrito andava a comprare un paio di chili di panini e li distribuiva tra i pochi senzatetto rimasti nel quartiere. Alcuni erano morti, alcuni erano scomparsi senza avvisare, altri avevano preso il posto di chi se n’era andato.

Entrare nel forno che portava il suo nome faceva male ogni volta.

«Buonasera, Giorgio», gli disse quella sera Antonio, il nuovo titolare del panificio. «Il solito?».

«Certo».

Quella sera avrebbe voluto dirgli che non sarebbe più tornato, avrebbe voluto metterlo al corrente che non ci sarebbe più stato motivo di tenergli da parte il pane. Soprattutto avrebbe voluto chiedergli di prendersi cura lui dei senzatetto della zona e di non buttare tutto il pane che ogni sera avanzava, ma non aveva mai chiesto niente a nessuno e sicuramente non avrebbe iniziato proprio quel giorno.

Terminato il giro tornò a casa, nella casa dove era nato e dove viveva da cinquantasette lunghi anni. Era piena di scatoloni, accatastati uno sopra l’altro. Restava soltanto da liberare l’ultimo comò in camera da letto. Sopra c’erano due fotografie. Una ritraeva i suoi genitori in abiti da cerimonia. Era il giorno del loro matrimonio ed erano sull’altare della chiesa in cui si erano sposati sessant’anni prima, giovani e felici. L’altra, più recente, era stata scattata il giorno del diploma di Giorgio. Ricordava benissimo quel pomeriggio.

Con i suoi non aveva mai parlato veramente del suo futuro. Del resto, aveva sempre dato per scontato che, una volta finito il liceo, sarebbe andato a lavorare con suo padre. Il mestiere gli piaceva e credeva di esserne portato. La fotografia era stata scattata al ristorante dove erano andati a festeggiare il diploma. Figlio unico di figli unici, Giorgio non conosceva differenza tra famiglia stretta e famiglia allargata. Per lui c’erano sempre stati soltanto suo padre, sua madre e la nonna Franca, finché non se l’era portata via la cirrosi. Nella foto erano loro quattro. Si abbracciavano in piedi, davanti a una torta ricoperta di frutta. La mattina di quel giorno era andato a vedere i tabelloni a scuola e aveva incontrato la signorina Valeri, la professoressa di scienze, che l’aveva preso da parte. Gli aveva detto che era in gamba e che nelle materie scientifiche aveva dimostrato ottime capacità. Aveva elogiato il suo rigore e la sua perseveranza, la sua forza d’animo e la sua flessibilità. Gli aveva detto che sarebbe stato un peccato se non fosse andato all’università, se non avesse sviluppato queste sue qualità. Giorgio le aveva detto che aveva sempre pensato di affiancare suo padre al forno, una volta finita la scuola. La professoressa Valeri si era mostrata comprensiva, per poi ribadire il proprio autorevole consiglio. Giunto al ristorante, Giorgio aveva raccontato tutto ai suoi.

«Mi ha consigliato di iscrivermi alla facoltà di chimica», aveva detto loro.

«Mi sembra un’ottima idea», aveva commentato sua madre. «Siamo molto orgogliosi di te».

Giorgio prese le fotografie e le mise in uno scatolone tra le calze e le mutande, in modo che durante il trasloco non si rompessero. Svuotò con attenzione il resto dei cassetti e andò in cucina. Riempì a metà una pentola e la mise sul fuoco. Dal frigo tirò fuori una vaschetta di pesto fresco e una bottiglia di vino già iniziato. Alle indicazioni della professoressa Valeri e dei suoi genitori non si era mai opposto. Si era lasciato guidare, senza replicare nulla. Aveva piena fiducia in loro e se gli avevano consigliato di intraprendere quella strada significava che doveva essere la miglior cosa da fare. Così aveva iniziato l’università e fin da subito i risultati erano stati eccellenti. Studiava tutto il giorno e la sera andava da suo padre al forno, per il solito giro. Una mattina, in attesa dell’inizio della lezione, si era seduto a bere un caffè in un tavolino all’aperto del bar davanti alla facoltà. A lui si era avvicinata una ragazza. Aveva lunghi capelli rossi e una miriade di efelidi sulle guance e il naso.

«Frequenti il corso di chimica organica?», gli aveva chiesto, sedendosi accanto a lui.

Giorgio aveva risposto che sì, lo frequentava.

Lei aveva detto di chiamarsi Chiara e aveva ordinato un caffè. Erano stati un po’ a chiacchierare e poi, arrivata l’ora di andare, si erano alzati e avevano preso posto in aula, uno accanto all’altra.

Quando l’acqua prese a bollire, Giorgio ci versò tre cucchiaini di sale, buttò nella pentola settanta grammi di pasta e prese a girarla con un cucchiaio di legno. Aveva il vizio di girare con troppo vigore la pasta, rischiando alle volte di far uscire l’acqua dalla pentola. Non di rado gli era capitato di spegnere il fuoco del fornello rovesciandoci sopra per sbaglio l’acqua salata, come era successo quella volta che aveva invitato Chiara a pranzo. Avevano avuto lezione la mattina e avrebbero dovuto seguire un laboratorio a metà pomeriggio. Chiara si era seduta proprio lì, dove sedeva ora Giorgio, con le spalle alla finestra. Gli aveva raccontato che stava uscendo con un suo vecchio amico del liceo e che lo amava tanto. Giorgio si era detto contento e aveva preso a girare la pasta con più energia, tanto che l’acqua uscì dalla pentola e gli bruciò la mano.

«Non è niente», le aveva detto.

Aprì l’acqua fredda e scolò la pasta nel lavandino. La rimise nella pentola e ci versò dentro il pesto fresco. Nel frigorifero aveva ancora un po’ di grana già grattugiato e lo sparse sulle pennette. Si sedette a tavola e accese la televisione. Erano anni che non usava la tovaglia. Era un’altra abitudine che aveva preso insieme a suo padre, quando erano rimasti soli.

Al funerale della madre di Giorgio, Chiara era arrivata con la fede d’oro al dito. Era da tempo che non la vedeva. Poco tempo dopo che si era fidanzata aveva lasciato l’università. Chiara aveva invitato il vecchio amico alle nozze, che si erano tenute qualche giorno prima in un paese della provincia, ma lui era in ospedale da sua madre e non aveva nessuna voglia di lasciarla lì per andare al matrimonio dell’unica donna che avesse mai amato. Al termine della messa, erano andati al cimitero e la bara era stata deposta parecchi metri sotto terra. Chiara lo aveva abbracciato e gli aveva detto che le dispiaceva molto. Poi se n’era andata, insieme a un uomo elegante che Giorgio non conosceva e non aveva mai visto prima.

Cenò con calma, in quella casa silenziosa. Da fuori, ogni tanto arrivava il rumore di qualche automobile. Aveva sempre amato il pesto. Con suo padre ne avevano fatto un utilizzo smoderato. Il più delle volte tornavano a casa dal lavoro tutti e due stanchi morti e l’ultima cosa di cui avevano voglia era cucinare.

Finita l’università, Giorgio aveva presentato il suo curriculum da studente modello in diverse aziende della città. Era andato al primo colloquio con il fare di chi non voleva dare fastidio. L’addetto alle risorse umane gli aveva fatto una serie di domande, alle quali Giorgio aveva risposto in maniera brillante. Una settimana dopo l’addetto lo aveva richiamato, proponendogli un contratto. Giorgio ne aveva parlato con suo padre e aveva accettato. Aveva alzato la cornetta e disdetto gli altri colloqui che avrebbe avuto nei giorni successivi.

«Prenderai il doppio del tuo vecchio», gli aveva detto entusiasta, buttandosi sul morbido divano di pelle.

Lavò i piatti e mise su il caffè. Spense la televisione in cucina e accese quella in sala, sintonizzandola sullo stesso canale che stava guardando prima. Si buttò sul vecchio divano di pelle, dalla parte opposta rispetto a dove solitamente sedeva suo padre. Quando per un malore se n’era andato anche lui, Giorgio aveva pensato di prendere il suo posto al forno ma aveva quarantasette anni ed era troppo vecchio per cambiare mestiere, non aveva più la flessibilità mentale necessaria per rivoluzionare tanto la sua vita. Aveva scoperto, facendo la successione, che aveva parecchi debiti, suo padre, e con la vendita del locale e dell’attività Giorgio aveva saldato parte di quello che doveva allo Stato e alle banche. A un certo punto aveva temuto di dover vendere anche la casa dove aveva sempre abitato ma, dando fondo ai suoi risparmi, era riuscito a evitarlo. Sarebbe stato troppo, per lui. Non gli era rimasto altro che quel vecchio appartamento in centro e il suo lavoro.

Il licenziamento era arrivato un paio di anni dopo la morte di suo padre. Aveva giusto avuto il tempo di riorganizzare la sua vita quando, sui quei pochi ruderi che ne restavano, si era abbattuta una tempesta. I due giovani e aitanti ragazzi che gli avevano dato la notizia avevano parlato di efficienza, di smaltimento delle spese superflue, di ammodernamento del sistema, tutte cose che Giorgio non aveva la forza di capire. Era uscito dall’ufficio ringraziando tutti per quegli anni trascorsi insieme. Arrivato a casa, aveva sistemato il curriculum ed era andato alla copisteria sotto casa a stamparlo.

«Cento copie, per favore», aveva chiesto.

In edicola aveva comprato una mappa dettagliata dei mezzi pubblici della città e aveva girato tutte le aziende che potessero avere bisogno di una persona col suo profilo professionale. Aveva trascorso mesi in casa, dalla mattina alla sera, in attesa che il telefono suonasse, finché, a un certo punto, aveva deciso di smettere di sperare.

La liquidazione gli aveva concesso di stare a galla fino a quel momento. Quando poi si era reso conto che, di quel passo, non avrebbe avuto i soldi neppure per fare la spesa, fece l’unica cosa possibile: si trovò un piccolo appartamento in un paesino in provincia e mise in vendita la vecchia e amata casa di famiglia.

In televisione c’era una commedia che aveva visto diverse volte con suo padre. Il giorno dopo avrebbe fatto il trasloco e quella notte era l’ultima che avrebbe passato tra quelle mura in cui si erano innamorati i suoi genitori. Per quanto ormai lo conoscesse a memoria, quel film riusciva sempre a strappargli un sorriso. Lo guardò fino alla fine. Dopo i titoli di coda diede un’ultima occhiata alle camere spoglie. Andò alla finestra e gettò lo sguardo oltre le luci della città, verso il cielo rosa, inquinato dall’illuminazione artificiale. Della luna non c’era traccia. Come al solito, per quella via di macchine ne passavano poche. Guardò giù e si sporse oltre la balconata.

 

“La casa di famiglia” si è aggiudicato il secondo posto alla 19esima edizione del concorso letterario Voltare pagina (San Donato Milanese)

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