Una piscina, 90 milioni di dollari e Stefano Benni

Novanta milioni di dollari è il valore più alto attribuito a un’opera d’arte appartenente a un pittore vivente. Quest’opera si chiama Portrait of an Artist (Pool with two figures) ed è stata realizzata nel 1972 dall’allora trentacinquenne David Hockney. La notizia è sulle pagine di tutti i giornali (vedi Il Post, The Guardian e Il Corriere della Serae non nascondo che è solo questo il motivo per cui ne sono a conoscenza. Non ho letto alcuna critica, né descrizione, né interpretazione del quadro, per non contaminare l’immediata, personalissima, sensazione che quel dipinto ha suscitato dentro di me. D’altronde che cos’è, se non questo, l’arte contemporanea? Che cos’è se non interpretazioni, sinestesie, scambi di sensazioni tra noi, l’arte e l’artista?

Non avendo la licenza per fare della critica d’arte, però, la mia vuole essere semplicemente l’esternazione di una rimembranza proustiana scaturita dall’osservazione di quel quadro, un morso a una madeleine che ha riportato in superficie un’altra opera d’arte, in particolare un racconto, molto meno prestigioso e che si trova in tutte le librerie alla modica cifra di 8 euro e cinquanta. Si intitola Californian Crawl ed è contenuto nel libro Il bar sotto il mare, scritto da Stefano Benni nel 1987.

Un gruppo di ricchi ragazzi californiani trascorre il pomeriggio a bordo di una piscina. Tra loro si trovano anche le rispettive madri, alcolizzate e annoiate, così come i figli. Uno di loro, Hank, è dipendente dalla cocaina, vive in uno stato di alienazione perenne e sembra non accorgersi di ciò che gli sta attorno, tanto da dimenticarsi della morte del padre, appena accaduta. Per tutta la durata del racconto si percepisce un’atmosfera placida e quieta, proprio come l’acqua della piscina nel quadro. Non tira un filo di vento, il sole è cocente e il cielo immobile, un’immobilità che troviamo anche nei personaggi della storia. I loro dialoghi non portano da nessuna parte, non costruiscono e nemmeno distruggono, sono inutili e fini a se stessi.

 

L’apparente tranquillità, quindi, cela un’enorme condizione di tristezza, o forse di malinconia per qualcosa che i personaggi non hanno mai avuto, ovvero una vita vissuta intensamente. Si percepisce la mancanza di ideali forti, di sacrifici, di passioni. Manca tutto e tutto è piatto, come un grande teatro vuoto sul cui palcoscenico è stata inserita solo la scenografia, ovvero la folta foresta verde che caratterizza il quadro e anche il racconto. Sebbene abbia un grande potenziale di bellezza e utilità alla storia, di fatto anche la foresta non ha un ruolo se non quello di ostacolare le partite di golf, o di non-luogo di passaggio dalla villa con piscina alla città. Rimane, quindi, uno sfondo, di cui diventano parte integrante anche gli attori, inerti e immobili. Ed è, lo ripeto, questa immobilità che vedo nel dipinto di Hockney, tanto che anche il ragazzo che nuota non sembra in realtà muoversi. Ci dà anzi l’impressione di non arrivare mai al bordo, all’obiettivo finale, perché forse nemmeno se l’è posto, quell’obiettivo. Per quel che ne sappiamo noi, potrebbe in realtà trovarsi sul fondo della piscina, fermo e quasi senza vita, proprio come Hank verso la fine del racconto, buttatosi in acqua per salvare il suo sacchettino di cocaina.

Chissà se coloro che ora sono disposti a comprare il dipinto di Hockney, coloro che hanno i soldi necessari per farlo, in realtà fossero proprio le vittime di una critica sociale da parte dell’artista. Una critica sociale che invece è più esplicita in Benni e che può arrivare anche all’età contemporanea, non rivolgendosi più soltanto ai rampolli dell’alta società, ma a ognuno di noi. Siamo tutti così sazi, così pieni di oggetti, di informazioni, di possibilità, di porte da aprire, che infine rischiamo di non aprirne nemmeno una, di non vivere nessuna vita possibile, di non avere nemmeno la forza di metterci una maschera. Le centomila maschere pirandelliane, per quanto connotate negativamente, almeno erano diverse, quasi divertenti e, nel caso di Mattia Pascal, addirittura salvifiche. Insomma “erano” qualcosa. Noi invece rischiamo di “non essere” di lasciarci abbandonare all’immobilità, all’inerzia della quotidianità, del consumo, dell’adattamento. Un amico di Syd Barrett scriveva così, parlando di lui: “Passava la maggior parte del tempo a letto, sul materasso che aveva collocato sul pavimento – aveva un potenziale infinito. Una decisione avrebbe limitato le sue possibilità”. Un errore dei singoli, o della società, o forse di entrambi, che si rincorrono come un gatto con la sua coda.

Sfoglio il libro di Benni e trovo il racconto che cercavo. Leggo il titolo in alto, Californian Crawl. Sposto lo sguardo appena sotto e ho un sussulto. Il testo è preceduto da una citazione di Beckett, e mi rendo conto che racchiude il significato del libro, del quadro di Hockney, ma anche della presenza degli uomini nel mondo e del mondo stesso: Murphy, la vita non è che figura e sfondo.

 

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