Comunità strappate, comunità alternative

SARZANA – Mentre il mondo si parcellizza, si fraziona, e a volte si sgretola, a Sarzana, alla quindicesima edizione del Festival della mente, si parla di comunità. Ma cosa significa oggi comunità? Questo è quello che si è chiesta Benedetta Marietti, la direttrice del Festival, che ha costruito il programma di questa edizione con l’obiettivo di fornire, attraverso gli eterogenei punti di vista dei relatori chiamati a parlare, strumenti nuovi per capire il presente e la realtà che ci circonda.

Come ha spiegato, aprendo il festival, Andrea Riccardi – storico, saggista e fondatore della Comunità di Sant’Egidio – quando parliamo di comunità abbiamo davanti una storia lunga come l’umanità, difficile quindi da afferrare. Tuttavia, questi ultimi anni hanno dimostrato che siamo diretti verso un’epoca di forte individualismo, come spiega bene Vincenzo Paglia nel libro Il crollo del noi (Editori Laterza). Secondo quanto sostiene Luigi Zoja nel saggio La morte del prossimo (Einaudi), negli ultimi vent’anni il prossimo si è allargato, gli orizzonti sono divenuti globali e tutti sono prossimi, in un certo modo, ma si sono indeboliti i contorni comunitari della vita. Il nostro mondo, divenendo globale, si è fatto sterminato. Chi è il mio prossimo, allora? Abbiamo pochi prossimi vicini e tanti prossimi lontani.

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Andrea Riccardi

Il problema in Europa non è l’emancipazione, non è la conquista dell’autonomia, ha sostenuto Riccardi, ma la solitudine che tanto spesso ci vince. E non ci rendiamo conto che siamo noi stessi che educhiamo all’individualismo. Quante volte ci capita di sentir dire che i legami possono essere un freno alle aspirazioni?

Le aspirazioni, d’altra parte, nella maggior parte delle volte, si realizzano in città. Così le persone si sono spostate verso i centri urbani e nel 2006, per la prima volta nella storia dell’umanità, le città hanno più abitanti delle campagne. Bisogna aver presente, però, che un mondo urbano è un universo di periferie, dove vive un terzo degli esseri umani, dove i legami sociali si sono rotti. Le periferie sono mondi senza comunità. Prima non era così. Basti pensare, ha spiegato Riccardi, alla Roma degli anni ‘60, quella descritta da Pasolini: si trattava di un mondo povero e duro ma non senza comunità. C’erano sindacati, comitati di ogni genere. Un quadro povero con un forte tessuto comunitario. Oggi la povertà è rimasta, ma il tessuto si è dissolto. Spesso si tratta di quartieri multietnici, quei quartieri che molto bene descrive la scrittrice britannica di origine pakistana Kamila Shamsie nel suo ultimo romanzo, Io sono il nemico (Ponte alle grazie). Non è un caso che anche lei fosse presente al Festival della mente (qui la nostra intervista).

Ed è in questi quartieri che è fondamentale l’integrazione, che, secondo Riccardi, è fatta dalle comunità più che dalle istituzioni. D’altra parte, oggi nelle periferie c’è solo qualche scuola e qualche istituzione religiosa. Il problema delle periferie è l’assenza di una comunità di riferimento. Necessario è allora rammendare le periferie, anche dal punto di vista umano, anche perché, nelle ferite aperte, si inseriscono le mafie.

Non che tutto quello che stiamo facendo sia da buttare. Tra le tante cose, abbiamo realizzato un sogno dell’uomo, quello di vivere più a lungo. Peccato che non siamo stati in grado di prenderci cura dei nostri anziani. Anche la regina ha bisogno della sua vicina, dice Riccardi in conclusione, ricordando un vecchio proverbio. E l’anziano, che abbiamo lasciato da solo, è rivelatore del bisogno di comunità dell’essere umano.

Ma le comunità non sono sempre presenze positive e lo sa bene lo scrittore olandese Jan Brokken, appena tornato in Italia per parlare di Jungle Rudy, una biografia letteraria pubblicata in Olanda nel 1999 e tradotta per i lettori di lingua italiana dalla casa editrice Iperborea. Il libro, ha spiegato al Festival della mente Jan Brokken, racconta la vita del leggendario avventuriero Rudy Truffino, un uomo che ha dedicato la sua vita alla scoperta e alla mappatura della foresta pluviale dell’Orinoco, nel sud-est del Venezuela.

20180117154231_rudy2_def.jpgAl centro del racconto di Brokken c’è l’incontro di Truffino con i pemon, una comunità di indios del Venezuela, diversa da qualsiasi comunità europea che conoscesse. Una comunità che non conosce l’idea di possesso. Una comunità che non accetta e non riconosce l’autorità se non in casi straordinari. Una comunità per la quale non esiste il concetto di passato, dato che, nella loro lingua, esiste un’unica parola per dire ieri, il mese scorso, un anno fa. Un comunità che vive in un eterno presente, risolvendo così molti problemi. Una comunità, infine, dove non esistono legami come il matrimonio. Un uomo e una donna possono vivere insieme, ma, se una donna non è contenta, può prendere la sua amaca e andarsene dal marito come e quando le pare. Ma non esiste una società senza problemi, mette ben in chiaro lo scrittore olandese. Se non si possono possedere le cose, nessuno è responsabile di niente. L’assenza di un legame come il matrimonio dà spesso vita a violenti litigi. Grave è poi la mancanza di responsabilità che hanno dimostrato gli indios nei confronti della Terra. Rudy Truffino cercò di spiegare che le loro pratiche agricole, che prevedevano il dare alle fiamme ettari ed ettari di terra, non potessero funzionare alle lunghe. La reazione degli indios fu chiara e semplice. Non sei più uno di noi, gli dissero, e Truffino morì in solitudine, per quanto amasse quella tribù e quella terra.

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Sonia Folin, Jan Brokken e Massimo Cirri

Un ultimo aspetto va ancora ricordato delle abitudini dei pemon: per loro, l’arrivo di un estraneo è una tragedia, un evento che porta sventura. L’unico modo per sventare il pericolo è dar da mangiare all’estraneo. Questo popolo, che non conosce neppure la scrittura, neutralizza così il pericolo, trasformando il bene in male. Noi europei siamo sempre convinti di possedere l’unica visione del mondo, sull’esistenza, ha detto in conclusione Jan Brokken, invece nel mondo ce ne sono tante altre.

Di immigrazione ha parlato, al Festival della mente, anche Stefano Allievi, professore di sociologia e direttore del Master sull’islam in Europa presso l’Università di Padova. Nel suo ultimo libro, Immigrazione. Cambiare tutto (Editori Laterza), ha avanzato una serie di proposte interessanti volte alla soluzione del problema che sta segnando questi anni.

Allievi parte da una constatazione molto chiara: oggi viaggiare è molto semplice, eppure, per la maggior parte delle persone, è diventato molto più complicato. Phileas Fogg, protagonista del celebre romanzo di Jules Verne Il giro del mondo in ottanta giorni, ha viaggiato intorno al mondo senza mai mostrare i documenti a nessuno. E non si tratta di fiction, dato che lo scrittore francese era estremamente realista per quanto riguarda i dettagli. Oggi, paradossalmente, ci sono sempre più barriere, per alcuni, non per noi. Un italiano può andare senza visto in 160 paesi del mondo, un pakistano in 30, proprio quei 30 in cui non vuole andare. Ci siamo creati un problema che dobbiamo risolvere. Abbiamo creato noi l’immigrazione illegale quando abbiamo creato le frontiere, ha affermato Stefano Allievi. Una possibile soluzione ai tragici sbarchi, che hanno reso il Mediterraneo la frontiera più pericolosa del mondo (più pericolosa anche del confine Stati Uniti/Messico), sarebbe quella di regolarizzare gli spostamenti, concedendo i visti. Troppo spesso, ha affermato Allievi, ci scordiamo che l’emigrazione è circolare. Secondo dati del 2017, per ogni due persone che entrano in Gran Bretagna una ne esce. In Italia le uscite sono il doppio degli ingressi. Il problema non è quanti migranti arrivano, ma come arrivano.

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Stefano Allievi

 

 

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