Identità multiculturali, un modo creativo di stare al mondo. Intervista a Kamila Shamsie

SARZANA – Tra una caffetteria nel Massachusetts e il consolato britannico di Karachi c’è Wembley, con il suo canale sopraelevato e la sua strada principale fitta di negozi. Qui è ambientato il nuovo romanzo di Kamila Shamsie, Io sono il nemico (Ponte alle grazie), che le è valso il Women’s Prize for Fiction 2018. Ma tra gli Stati Uniti e il Pakistan c’è anche Sarzana. Qui, in occasione della quindicesima edizione del Festival della mente, Kamila Shamsie ha parlato dei fratelli Pasha, persi tra il passato jihadista e un futuro tutto da costruire. Acclamato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti come un romanzo potente e stupefacente, Io sono il nemico affronta una serie di tematiche urgenti, come il senso della comunità, il problema delle periferie, il ruolo delle famiglie, il bisogno di riscatto di chi abbandona tutto per cercare pace e prosperità lontano dal luogo di origine. Allo Scriptorium ha parlato di famiglia e di comunità, di identità e di emigrazione, dei romanzi che la guidano nella scrittura e dell’importanza del racconto orale.

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La sua storia dimostra come, a partire da una medesima situazione di partenza, le reazioni delle persone possano essere tanto diverse. A volte, cercando di capire i fenomeni sociali, pensiamo all’uomo come a un oggetto che risponde sempre allo stesso modo a un medesimo stimolo. Il romanzo dimostra che non è così. Com’è nata l’idea di intrecciare queste tematiche, così cruciali per il nostro tempo?
Se una persona nella vita scrive libri deve per forza sapere che i diversi personaggi reagiranno in maniera diversa a una stessa situazione. Non esiste un’unica reazione, perché tutti noi subiamo vari tipi di influenze, che vanno dalla nostra educazione, al temperamento, a quello che abbiamo mangiato a colazione. Mi ha sempre interessato capire come mai persone che crescono nella stessa casa e vivono insieme, di fatto, rispondono alla vita in modo così diverso. Forse sono diventata scrittrice proprio grazie al mio interesse per questo mistero della natura umana.

D’altra parte, è un tema che ricorre in altri dei suoi romanzi.
Tutti i miei libri, in qualche modo, tentano di rispondere a questa domanda e credo anche di diventare un essere umano migliore nel momento in cui scrivo: divento più empatica, ho più comprensione, non emetto giudizi avventati. Ed è la scrittura che me lo permette. Quando nel mondo accade qualcosa che non capisco e che mi spaventa, la cosa migliore che posso fare è mettermi a scrivere un romanzo. Nel momento in cui mi calo nella mente del personaggio di cui scrivo diventa molto più facile per me capire questi fenomeni.

La comunità è un’insieme di famiglie, eppure, soprattutto in un contesto multietnico, la famiglia può escludere o includere rispetto a ciò che sta fuori. Qual è secondo lei il ruolo della famiglia come istituzione di mezzo tra l’individuo e la comunità?
La famiglia è una cosa molto complessa. Tutti noi che siamo di religione islamica, cristiana o giudaica conosciamo la storia di Caino e Abele: tutto ha avuto inizio con due fratelli che si sono uccisi. Niente è semplice, all’interno di una famiglia. Una famiglia è caratterizzata da animosità da un lato e da uno spirito di sacrificio e di unione dall’altro. In questo romanzo mi sono chiesta cosa succede quando in una famiglia viene richiesta una certo tipo lealtà ma la comunità più allargata ne richiede un altro. Non c’è una vera risposta, semplicemente le persone si muovono e hanno reazioni che vanno in direzioni molto diverse. Idealmente, dovremmo vivere in un mondo in cui lo stato è una sorta di grande famiglia. Quello che succede, invece, è che lo stato, come le famiglie, è spesso luogo di lotte intestine, che sono poi le peggiori.

Insomma, non c’è veramente una soluzione.
Non credo che possa esistere un paese in cui tutti vanno d’accordo. Dovremmo dunque interrogarci su come sia possibile trovare le condizioni migliori perché le famiglie e i gruppi di famiglie possano coesistere. Non siamo tutti uguali, quindi dobbiamo imparare a rispettarci a vicenda, nelle famiglie come nei gruppi più allargati. Resta però difficile e qualche volta non funziona. La verità sulla famiglia è proprio questa.

A questo proposito è centrale il tema dell’identità. L’identità si fonda sul passato del popolo e della famiglia, sarebbe impossibile parlare dell’identità di un popolo senza far riferimento al suo passato. Ma cosa succede in una persone emigrata lontano dal suo paese di origine? Come reagisce l’identità alla nuova cultura? Crede che oggi sia possibile vivere con un’identità multipla, legata a diverse culture, un’identità dai contorni più sfumati?
È una domanda interessante. La risposta, dal mio punto di vista, sta nel mezzo. Credo che la nostra identità sia composta da tanti pezzi, e, a seconda delle situazioni che ci si presentano, una parte di noi diventa dominante. Io sento di essere la stessa persona in Pakistan, dove sono cresciuta, negli Stati Uniti, dove sono andata all’università, e a Londra, dove vivo attualmente. E credo che se lei chiedesse di me ai miei amici che vivono in questi tre paesi descriverebbero sostanzialmente la stessa persona. Ci sono solo alcuni comportamenti che, a seconda del contesto in cui si è calati, possono essere leggermente diversi. Può essere che l’identità sia compatibile con una mescolanza di culture. Come dicevo, sono cresciuta in Pakistan, ma ho una nonna tedesca e la mia prima lingua è stata l’inglese. Leggevo in inglese e, pur vivendo in Pakistan, una parte del mondo che andavo scoprendo attraverso i libri era lontano da dove avevo sempre vissuto, l’Inghilterra, gli Stati Uniti e la Russia. Ed è stato proprio attraverso la lettura che ho capito che era possibile appartenere a tanti mondi diversi e, al tempo stesso, mantenere alcuni punti fermi.

Eppure, come dimostra il romanzo, qualche problema permane.
Il problema, credo, nasce quando una persona cresce in un luogo sentendosi trattare come una persona diversa. Io sono arrivata in Inghilterra che avevo trent’anni e la mia identità era già formata, ma mi interessava molto scrivere di questi immigrati di seconda generazione, di famiglie emigrate, per le quali Londra è l’unica casa, l’unico luogo che abbiano conosciuto, eppure sono stati trattati dagli altri come outsider. Se hai sempre vissuto a Londra ma senti delle voci intorno che ti dicono che in realtà arrivi da un’altra parte, e anche la tua famiglia dice la stessa cosa, allora qui costruire i contorni di un’identità diventa più difficile. Alcuni dicono che può essere liberatoria, questa consapevolezza di non appartenere a nessun luogo e di venire da un luogo che sta in mezzo. Non credo che sia negativo, può essere un modo molto creativo di stare al mondo. Più difficile certo quando lo strappo avviene in giovane età.

In quarta di copertina c’è una frase di Salman Rushdie in cui la definisce “Una scrittrice immensa per talento ed energia”. Cosa ha provato leggendo questa frase?
I figli della mezzanotte è stato uno dei libri più importanti della mia vita. L’ho letto a quattordici anni e mi ha fatto capire quanto aperte fossero le possibilità di scrittura in inglese, aveva uno stile di scrittura estremamente familiare e al tempo stesso era una cosa per me inedita e mai vista. Quando uno scrittore che ami scrive una frase del genere riguardo al tuo libro, la sensazione è bellissima e al tempo stesso irreale.

Quali sono gli autori che guidano il suo percorso di scrittrice?
Oltre a Salman Rushdie, sicuramente Michael Ondaatje, l’autore de Il paziente inglese, che ha scritto libri di un’importanza assoluta. Anita Desai anche. Ricordo benissimo la prima volta che ho letto Virginia Woolf, ricordo che non capivo, inizialmente, per quale motivo fossi così colpita dalla lettura di Gita al faro. Solo più tardi ho capito che a colpirmi era il modo nuovo della Woolf di scrivere di donne. Avevo sempre letto molto libri scritti da uomini che parlano di uomini. Qui invece si tratta di una donna molto comune e, al tempo stesso, protagonista di un libro straordinario. Fra i contemporanei, trovo che il lavoro di Ali Smith sia davvero entusiasmante, credo che sia una delle scrittrici più importanti del momento. Ma gli scrittori non sono influenzati solamente dai libri e dai contemporanei.

A cosa si riferisce di preciso?
Per esempio, scrivendo questo libro ho capito l’importanza dei classici greci e di molti poeti che ho letto ai tempi dell’università. Ma piano piano ho capito che le influenze possono arrivare da ogni parte. Fondamentale è stato poi per me il racconto orale del Pakistan, una cultura e un modo di raccontare le storie che fa sì che un semplice episodio, come andare a prendere il latte, si trasforma in un’avventura di grande intrattenimento. Stare seduti semplicemente davanti ai parenti che raccontano le loro storie mi ha fatto capire come una cosa estremamente piccola possa rivelare fatti fondamentali.

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