Un seducente abbandono. Per i deserti americani insieme a Giorgio Vasta

Per cause di forza maggiore ci ho messo un po’ prima di terminare il libro Absolutely nothing, storie e sparizioni nei deserti americani di Giorgio Vasta e Ramak Frazel. La recensione sarebbe dovuta uscire appena dopo l’estate, quando le persone hanno ormai soddisfatto la loro voglia di mare, ombrellone, e tramonti sulla spiaggia, ma non sono ancora pronti a ricominciare la routine. Quello che servirebbe è un altro viaggio, o meglio una fuga disorganizzata, senza bambini schiamazzanti e senza i soliti orari (colazione disponibile dalle 8:30 alle 10:30, ore 11:00 corso di acquagym, ore 12 torneo di freccette, ore 13:00 meglio andare a mangiare, che dalle 12:00 alle 16:00 è sconsigliato stare al sole). Ebbene, questo libro sarebbe stato un toccasana per quella voglia di evasione settembrina per chi come noi non è (o non è ancora) scrittore, fotografo o architetto cui è permesso girare il mondo per lavoro.

Giorgio Vasta racconta della sua avventura negli Stati Uniti insieme a Silva, la colta e meticolosa organizzatrice del viaggio, e Ramak, uno stravagante fotografo del quale si trovano i suggestivi scatti tra le pagine del libro. Vasta ha intrapreso il viaggio un po’ per caso, un po’ per fuggire da una situazione personale difficile, un po’ per curiosità nei confronti di un itinerario e di una meta così originali. In questo caso, oltre tutto, itinerario e meta coincidono e, quando questo accade, il viaggio si avvicina alla sua vera essenza. Spesso infatti diamo per scontato che un viaggio abbia un fine, una meta prestabilita, senza pensare che la parola “viaggio” non porta con sé alcuna di queste accezioni, bensì dichiara a gran voce che quel che conta è il percorso, la strada, la scoperta, lo scorrere del tempo e lo snocciolarsi degli eventi, a discapito di obiettivi ben definiti.

Si viaggia per aumentare, per incrementare: per arricchirsi, dice. Anche noi siamo qui per questo. Prendiamo, tu con la scrittura e io con la fotografia. No, non va bene, dico. Un viaggio non è una battuta di caccia, né il catalogo di tutto ciò che si è riusciti ad afferrare. Non dobbiamo essere predatori. E cosa dobbiamo essere? Chiede. Prede, rispondo. Bisogna smetterla di andare in giro come soggetti, sempre dritti e presuntuosi, e invece dissolversi, diventare oggetto, cibo, nutrimento. Essere divorati dal viaggio. Perché avere a che fare con la meraviglia spella, spolpa, scarna: divora.

Nei viaggi di questo tipo qualunque esperienza, anche gli imprevisti più spiacevoli, ne diventano parte integrante e i nostri tre protagonisti non ne saranno certo esenti. Grazie a una molto fotogenica Jeep Wrangler bianca, essi si inoltrano nei deserti americani, quelli tipici dei film western/country, dove l’unica impronta umana è quella di un’unica strada che taglia una distesa di terra rossiccia e di sabbia sporca, costellata di aridi cespugli e incorniciata, all’orizzonte, dai profili incolore di qualche anonima montagna.

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Il deserto è un luogo onnivoro, che non perdona a nessuno, tanto meno all’ uomo, il tentativo di contaminare con elementi effimeri, caduchi e volubili l’immobilità della sua pace senza fine. L’ inusuale meta dei tre viaggiatori quindi è quella di scovare, in queste terre selvagge, i vecchi edifici abbandonati, che sono ormai morti, la cui funzione originaria di confine, di protezione, di etichetta non è riuscita a vincere contro una natura così inospitale.

Qualche particella di vapore acqueo riesce a staccarsi e venire giù, dice lui, ma è leggerissima e inconsistente, per questo il saguaro sviluppa i rami in tante direzioni. Perché qui l’acqua è un caso. L’albero deve meritarsela. Tutto quello che c’è qui deve meritarsi di esserci.

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Saguaro National Park

Essi si imbatteranno in locali più comuni, come antichi saloon o semplici case disabitate, ma anche in luoghi molto più inattesi, come un antico deposito di aerei da guerra o un inquietante quanto attraente Luna Park in disuso. Vasta quindi ci porta nei luoghi dove la natura ha preso il sopravvento, ma non la natura delle isole turistiche tropicali, dove dopo l’escursione troviamo un bicchiere di tè freddo ad accoglierci, bensì la natura con la N maiuscola, la natura come essenza, quella che non chiede nulla poiché non ha nulla, che basta a se stessa, che cerca di sradicare ed espellere gli elementi che sente superflui.

Vasta inizia questo viaggio con la sensazione di aver perso qualcosa, sentendosi amputato e insoddisfatto e per tutto il viaggio spera di ritrovarlo. Ma la visita di questi luoghi costruiti e poi abbandonati, nudi e spogli in mezzo al deserto aiuterà Vasta a rendersi conto di quanto i beni dell’uomo possano essere effimeri e che, forse, quello che aveva smarrito non era un oggetto o una persona, ma l’istinto naturale del bastarsi.

Qui l’umano può infine cedere. La vulnerabilità affiora come regola diffusa: tutto si disfa; in Louisiana raggiungiamo il disincanto.

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Bastarsi, però, non significa non possedere nulla, ma anzi possedere tutto senza che il tutto ci possegga. In questi luoghi vi erano ancora molte cose come jukebox rotti, bottiglie di rum ancora piene, camini sporchi di antica cenere, poltroncine da cinema impolverate e persino alcune persone che non avevano avuto il coraggio di andarsene. Ma a quegli oggetti, a quelle persone non era permesso di dominare sulla natura, quel tutto era tenuto a bada, e proprio per questo quelle rovine acquisivano un valore inestimabile poiché erano senza tempo e avevano una funzione unica, importantissima, che è propria delle cose umane e che alla natura del deserto, con la sua brama di disfare e rastrellare ogni cosa, è negata: ricordare il passato.

Secondo me, dice Ramak, tra tutto questo, il tuttopieno e il deserto c’è un legame. Se vivi nel deserto, dopo un po’ avrai bisogno di qualcosa da riempire. Da collegare o da riempire. Perché le cose se ne vanno, se ne vogliono sempre andare, e allora uno prova ad annodarle tra loro, così diventano più pesanti e complicate e il rischio che vadano via si riduce.

Ecco allora perché non è stato poi così strano tornare alla lettura di questo libro dopo molti mesi. Ho avuto la sensazione che i luoghi descritti fossero lì ad aspettarmi esattamente come li avevo lasciati, come se non avessero perso la loro importanza ma anzi col tempo l’avessero guadagnata. Complice, forse, è stata anche la scrittura di Vasta, nella quale mi ci rivedo particolarmente. Egli infatti è in grado di portare le descrizioni di un luogo o di un evento, potenzialmente fredde, a un livello superiore, grazie a riflessioni profonde e metafore suggestive. D’altra parte Vasta ha voluto ricordare quel suo viaggio e anche il suo passato come se fossero antiche rovine: rivisitandoli per far emergere, anche grazie alla sua magistrale scrittura, il loro inestimabile valore.

Di nuovo mi ritrovo a pensare che l’abbandono dovrebbe evocare un senso di rovina, mentre per me è una parola in cui mescolato al perduto c’è qualcosa che viene restituito, e lo sgomento è inseparabile dalla seduzione.

 

LEGGI ANCHE: Un viaggio nei deserti americani. L’intervista a Giorgio Vasta

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