Senza eroi non sappiamo quanto lontano possiamo andare

Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare, scrisse una volta Bernard Malamud. Ed è proprio a questo che penso incamminandomi verso BASE. Sceso dall’autobus ho chiuso Il processo di Kafka, e senza rendermene conto mi ritrovo a immaginare K. chiedere a Dylan di investigare sul processo che lo vede protagonista.

Una volta che K. ha raccontato il suo problema, Dylan ci pensa su un attimo e poi, profondamente rammaricato, comunica all’imputato che non accetta il caso, considerato troppo problematico. Ma poi interviene Groucho a ricordargli che non pagano le bollette della luce da mesi e che stanno per rimanere al buio, così l’investigatore dell’incubo improvvisamente cambia parere. Per fortuna, però, mi rendo conto che non mi ricordo bene la strada. Ho bisogno di concentrarmi e di aprire Google Maps per non perdermi e rischiare di arrivare in ritardo, così quell’immagine sconnessa mi passa di mente. Nell’ultimo giorno di BookCity Milano sto per intervistare Roberto Recchioni (dal 2013 curatore di Dylan Dog), uno dei punti di riferimento del fumetto nostrano, e Licia Troisi, la regina del fantasy italiano. Insomma due che di storie e di eroi ne sanno parecchio. Insieme a Emilio Cozzi, sono entrambi protagonisti di un incontro intitolato Il linguaggio delle storie, un incontro che si propone di indagare quanto siano vicini e lontani tra loro i mondi della creatività nei quali si muovono: libri, fumetti, serie TV.

Ci sediamo a un tavolo del bar, accendo il microfono e incomincio a registrare. Chiedo loro che cosa pensano della fluidità con cui ormai le storie passano da un media all’altro.

L’essere multimediale è la forza della letteratura pop di questo periodo, risponde Licia Troisi. Mi piace che l’immaginario che un autore costruisce venga fruito e poi espanso da altri. Ad esempio, adoro le fanfiction, adoro quando qualcuno si mette a fare i disegni delle cose che ho scritto.

È interessante vedere come un’idea spontaneamente venga declinata in tanti linguaggi diversi, prosegue Roberto Recchioni, si viene così a creare qualcosa di persistente. In questo momento la guerra è tutta sulla proprietà intellettuale: siamo tutti presi in una folle corsa nel tentativo di creare il maggior numero di immaginari da poter declinare in maniera diversa. Di contro, penso che la narrativa fantasy sia molto diversa da com’era qualche anno fa. Una volta gli scrittori sfornavano un’idea a romanzo, e penso a Jack Vance, che ha creato tantissimi universi narrativi. Oggi la tendenza è quella di trovare una buona idea e di spolparla fino al midollo, traendo da questa molte opere diverse. Non necessariamente si tratta di un male, ma neanche di un bene, dato che oggi c’è una varietà molto minore di proposte, c’è meno fantasia. Spesso succede che gli stessi autori si trovano a dover lavorare sempre sullo stesso meccanismo. Se un mondo ha funzionato perché rischiare di sbagliare creandone uno nuovo? Contrariamente al passato, dove a contare era l’autore – e per capirlo basta pensare alla storia del cinema fino agli anni ‘90 -, oggi a dominare sono gli universi narrativi, cosa che al mio lato nerd piace tantissimo ma che al mio lato autoriale lascia non poche perplessità.

Recchioni
Roberto Recchioni

Eppure, gli dico io, quando hai preso in mano la testata di Dylan Dog in qualche modo hai ricreato quel personaggio.

Sì, mi risponde Recchioni, ma il discorso è un po’ diverso, perché Dylan è un personaggio fortemente autoriale. Lì si trattava di trovare il modo di recuperare l’eredità di Tiziano (Sclavi ndr), anche se di eredità si parla di solito in caso di morte e Tiziano è vivo ed è tornato anche attivo. Non ci vedo una grande attinenza, se pensiamo che l’universo espanso di Dylan Dog è molto piccolo e comprende Il pianeta dei morti di Alessandro Bilotta e poche altre cose. Dylan Dog è, per esempio, molto diverso da The Walking Dead: ci sono i fumetti da cui è tratta una serie televisiva che ha guadagnato una propria autonomia da cui è tratto un videogioco che a sua volta ha guadagnato una propria autonomia. The Walking Dead ha sei o sette versioni alternative che variano in base al linguaggio in cui è stato declinato il soggetto. Oggi si parla tantissimo dell’idea che ogni declinazione dell’opera debba avere una propria autonomia, in modo che tu possa entrare in un certo mondo senza la necessità di scoprire il resto.

In fondo, dico io, per queste stesse ragioni la serialità domina i nostri tempi. Anche se esiste dai tempi di Omero, solo oggi è diventata un meccanismo imprescindibile per molte forme di narrazione.

Facciamo fatica a costruire un mondo, risponde Licia Troisi, e fa tristezza doverlo abbandonare dopo duecento pagine. Per questa ragione hai voglia di espanderlo e di non lasciare andare i personaggi. Nei miei romanzi, poi, ci sono due forme diverse di serialità. Da una parte ci sono i romanzi del Mondo emerso e quelli del Dominio, che hanno una trama orizzontale fortissima. Dato che l’arco narrativo coperto dalle vicende narrate è molto lungo, la storia è divisa in tre volumi, ma in realtà la storia è assolutamente unica. Dall’altro lato ci sono serie come quella della ragazza drago o di Pandora, in cui il singolo libro ha una maggiore identità. Anche lì c’è una trama orizzontale che però si dipana più lentamente, lasciando la possibilità di creare delle sottotrame interne al singolo libro e che nel singolo libro si concludono. Credo che la volontà che ci porta verso la serialità sia proprio quella di esplorare tutti gli aspetti del mondo creato, sia in termini di ambientazione che di personaggi.

Licia
Licia Troisi

Quando crei un mondo interessante è entusiasmante muovercisi dentro, prosegue Recchioni, ami i tuoi personaggi, ami i tuoi posti, anche se a volte diventa estremamente faticoso ritrovare le chiavi di accesso per quel posto. Dall’altra parte c’è il pubblico che si affeziona a quel mondo e ne vuole ancora. Quando un bambino sente una buona storia, quando finisce chiede: E poi? Perché ne vuole ancora. E quell’”E poi?” diventa una droga, perché anche tu, autore, hai voglia di dargliene ancora. Tornando ancora una volta al passato, gli scrittori di fantascienza sentivano la necessità di continuare a creare mondi nuovi e diversi. Certo, alcune eccezioni ci sono state come la fondazione di Asimov, Conan il barbaro per Howard, o il Signore degli anelli per Tolkien, però non era la regola. L’invenzione nuova era potente. Noi siamo una generazione che quando crea un universo si chiede: e poi, come funziona questo mondo? Secondo quali regole si sviluppa? Si viene a creare una sorta di gioco di ruolo narrativo che dà corpo, che dà spessore.

Uno spessore che pretendiamo anche dai personaggi, proseguo io. L’anno scorso di questi tempi usciva in libreria Storie della buona notte per bambine ribelli (Mondadori 2016), libro che ha mostrato come l’immaginario delle bimbe avesse la necessità di aggiornarsi. Ma voi su quell’immaginario ci avete già lavorato ampiamente, da Rosa di Orfani a Nihal delle Cronache. Quale immagine cercate di dare della donna ai vostri lettori?

Spesso racconto di personaggi forti ma non lo faccio perché voglio che tutte le donne siano così, risponde Licia Troisi. Secondo me la vera liberazione è un’altra: ognuno deve fare quello che gli pare. Vuoi essere debole, va benissimo. Uno dei problemi più grandi sta nella persistenza della dittatura della forza. Devi essere una donna forte, sembra che ci dicano tutti.

Ed è così che uno per fare un complimento a una donna dice che quella donna “ha le palle”, interviene Recchioni, scoppiando a ridere.

Infatti, riprende Licia, come fanno ancora ad esistere espressioni così? In ogni caso, racconto personaggi forti perché semplicemente intorno a me ho visto donne forti, perché senza donne forti intorno non emergi. Ho cominciato per questa ragione, poi si è innescata nel mio pensiero una componente politica. Mi sembra che si stiano imponendo nuovamente certi modelli di donna che speravamo esserci lasciati alle spalle, come l’esaltazione della madre, che in questo momento storico è molto forte –  la madre madonna, completamente dedita alla prole -, oppure la donna di malaffare, che sta tornando in auge, quella che come sola arma per poter andare avanti ha il suo corpo. Ma dato che intorno a me vedevo donne che facevano tantissime altre cose che non fossero solo queste due, ho cominciato a raccontare donne per le quali il genere non fosse un limite. Mi piacerebbe che una persona giovane che legge i miei libri riceva questo messaggio: il fatto che tu sei nata femmina non ti preclude alcuna strada, ti devi sentire libera di fare quello che vuoi, anzi devi poter combattere per riuscire a ottenere quello che vuoi.

I miei fumetti sono pieni zeppi di personaggi femminili forti, riprende Recchioni, come la Juric di Orfani, Mater Morbi in Dylan Dog, e ognuna rappresenta qualcosa. In Ya, poi, c’è il personaggio femminile che ho creato al quale sono più affezionato, che non lascerò mai tanto le voglio bene. Parlo di Marta la brutta, che è una ragazza brutta, che è una cosa abbastanza inusuale nell’ambito del fantasy.

Che poi è difficilissimo immaginarsela davvero brutta, riprendo io.

No, no, io me la immagino brutta davvero, mi risponde Recchioni. Io prendo sempre in giro Licia per uno dei primi paragrafi del Mondo Emerso, un passo in cui descrive una ragazza che si vede brutta e dice: “aveva capelli troppo lunghi, ciglia troppo folte, occhi troppo azzurri”. Ma è una figa una ragazza così, no?

Nella ragazza drago avevo messo Sofia, risponde Licia ridendo, una ragazzina cicciottella, rossa, una ragazzina che nelle copertine è diventata fighissima, che poi è un’immagine a cui tutto sommato sento di aderire pure io.

Non so se avete seguito la saga di The Queen of the Tearling, incalza Recchioni, ma la protagonista è una ragazza cicciona, e neppure molto carina. Ora ne stanno facendo un film. Indovinate chi la interpreta? Emma Watson!

Strangers in Paradise, intervengo io, anche lì c’è una protagonista davvero cicciotta.

Sì, risponde Recchioni, però non hanno ancora fatto il film. Se dovessero farci un film prenderebbero – ne sono sicuro – Scarlett Johansson. Comunque, tornando a Marta, che è brutta per davvero, è un personaggio che adoro proprio, che mi diverte,

Personaggi forti, personaggi che ci fanno innamorare. Ma qual è oggi la funzione degli eroi? Chiedo agli autori.

Siamo italiani, quindi agli eroi ci crediamo e non ci crediamo, risponde Recchioni. Noi abbiamo Brancaleone come cavaliere, non abbiamo Artù, e già questo è complicato. Io non credo nel valore pedagogico della letteratura. Non voglio insegnare niente. Mi piacerebbe che i miei personaggi, specie per YA, che è letteratura per ragazzi, siano in qualche misura di ispirazione. Il lato più positivo che hanno i miei protagonisti è il coraggio di vivere la vita che vogliono vivere.

Sono d’accordo, prosegue Licia Troisi, io non capisco la mia vita, figuriamoci se posso insegnare qualcosa agli altri. Mi rendo conto che quando scrivo provo un forte desiderio di condivisione e mi piacerebbe che le mie storie possano suscitare una riflessione, o anche solo una domanda, che spinga i lettori a farsi una propria idea delle cose. Più che proporre degli eroi, mi piacerebbe proporre una riflessione, stimolare domande, perché i libri che io ho amato sono, certo, libri in cui mi sono ritrovata, una mia biografia raccontata da qualcun altro, ma sono libri che hanno stimolato in me una riflessione, che hanno cambiato il mio punto di vista sul mondo, e questa è la cosa di cui abbiamo in assoluto più bisogno in questo momento. Non c’è empatia,  non c’è il desiderio di guardare le cose da un punto di vista diverso. E queste sono mancanze pericolose. Ho l’impressione che siamo tutti chiusi dentro una nostra visione del mondo che consideriamo assoluta. La forza della lettura sta proprio nella capacità di farci entrare nella testa degli altri. Riguardo ai miei personaggi, non mi ispiro a persone reali ma ai personaggi degli altri, perché io le persone le conosco più dai libri che dal contatto reale. Quando leggi un libro o un fumetto conosci le motivazioni profonde dei personaggi e vedi il mondo attraverso i loro occhi, cose che nella vita di tutti i giorni non puoi fare.

 

Li ringrazio entrambi. Mi sembra abbastanza. Gli scatto qualche foto, rimuginando su quello che hanno detto e come un ritornello di una canzone estiva, una di quelle che non ti escono dalla testa nemmeno con la forza, mi torna in mente quella frase di Malamud: Senza eroi, siamo tutti gente ordinaria, e non sappiamo quanto lontano possiamo andare.

LEGGI ANCHE: L’onestà di una vita mediocre. “Il commesso” di Bernard Malamud

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