La vita segreta di una laureata italiana (in cerca di lavoro)

Il primo curriculum che ho scritto era così caotico e straripante di informazioni che penso nessuno lo abbia letto. Come molti, a qualche mese dalla laurea, ho iniziato a cercare lavoro. Inizialmente mi sono iscritta a tutti i siti di ricerca e reclutamento possibili, in modo tale che ogni giorno mi arrivassero almeno trenta mail tra Monster, Indeed et similia. Non mi è ancora ben chiaro perché mi inviassero proposte di lavoro come fresatore. Mi sono anche iscritta a Linkedin e ci ho solo guadagnato un vispo cinquantenne, mai visto nella vita reale, che ogni tanto mi scrive “ei come va????? Relax????”

Il mio primo colloquio di lavoro è stato a marzo 2016 per uno stage in Risorse Umane. Indossavo una camicia azzurra di mia madre perché io ne avevo solo una con delle zebre stampate. Ero preoccupata perché non sapevo bene cosa avrei dovuto fare e non sapevo nemmeno se quel lavoro mi sarebbe piaciuto o meno. Dopo un’ora di chiacchiere, il mio esaminatore mi chiese di tornare il giorno successivo per una prova pratica. Passai il pomeriggio in ansia perché ero sicura che mi avrebbero assunto e non sapevo se avrei potuto conciliare bene la stesura della tesi con un lavoro a tempo pieno. Gli dei, tuttavia, non gradirono la mia immensa tracotanza. L’indomani mi infilai un golfino perché era l’unico capo abbastanza serio che avessi, ma faceva caldo, avevo le guance paonazze ed ero un po’ sudaticcia. Mi esaminarono due ragazze che, vedendomi in quello stato mi chiesero se stessi per morire. Mi sottoposero dei test e la simulazione di un colloquio per capire le mie capacità nella selezione del personale. Dissero che mi avrebbero richiamato, ma era una menzogna.

Per un colloquio come social media manager di un sito di intrattenimento, mi era stato chiesto il nome dell’ultimo campione mondiale di motocross e io avevo risposto Tony Cairoli solo perché anni fa mio fratello aveva un suo poster in camera e supponevo fosse ancora fortissimo. Se chiudo gli occhi, posso ancora vedere il volto dell’esaminatore contratto in un ghigno derisorio.

Una volta sono stata contattata da un’agenzia di comunicazione che si rivelò un posto da milanesi imbruttiti che percepiscono l’odore dei provincialotti come me da 3 km di distanza. In sede di colloquio conoscitivo mi si è parato davanti un hipster con la barba lunga, gli occhiali di tartaruga, le bretelle e una coppola tartan. Mentre parlavo guardava l’iPhone e penso fosse sua la Cannondale parcheggiata di fronte al palazzo. Io ero sicura di avere della cacca di cane sotto una scarpa e temevo che qualcuno se ne accorgesse. Non mi hanno mai richiamata.

Poi, dopo altre esperienze che serberò per sempre nel mio cuore di fanciulla, c’è stato il colloquio nella scuola in cui lavoro oggi.

Lo si sente tutti i giorni, ma cercare lavoro è davvero un inferno. All’inizio sei speranzoso e rispondi solo ad annunci coerenti con i tuoi studi e le tue ambizioni, poi, col passare del tempo, abbassi le aspettative e ti candidi anche per lavori che non ti fanno impazzire. Infine ti stanchi e inizi a rispondere a migliaia di annunci senza nemmeno finire di leggere l’inserzione. Col tempo il desiderio di avere un lavoro cede il passo al pessimismo, alla rassegnazione, alla vergogna.

Poi qualcosa si smuove e giungono alcune telefonate e pochi colloqui. Seguono i voucher, gli stage, i contratti a progetto, i lavori che non piacciono ma che servono, gli straordinari non retribuiti, i contratti non rinnovati, la casa con i genitori che inizia a stare stretta, ma con il tuo stipendio ci paghi l’affitto della casa di Barbie, quella brutta e senza piscina. Se sei fortunato, poi, hai mamma e papà che ti ricordano del fichissimo contratto a tempo indeterminato che loro hanno firmato addirittura alle elementari.

E poi, se devi essere sincero, pensavi che sarebbe stato diverso il mondo del lavoro. Una volta assunto ti sei sentito benedetto dal cielo ed hai esultato in tutti i modi possibili. Avevi un lavoro. Poi però, ti sei accorto che al mattino non ti svegliavi cantando di felicità ed aspettavi il venerdì con ansia. Un giorno hai cercato su internet dei master e hai pensato che studiare è fantastico. Tu che a tre mesi dalla laurea non riuscivi più ad aprire libro. A volte poi ti senti a disagio, come se tu stessi solo giocando a fare il grande perché temi di non essere adatto a nessun posto di lavoro.

Forse col passare del tempo ci si abitua. O almeno lo spero.  Ricordo che, fino a qualche anno fa, quando avevo un problema, ci pensavo giorno e notte finché il mio cervello flippava. Pensavo, a quei tempi, che condizioni lavorative precarie mi avrebbero portato sull’orlo della follia. Invece si cresce, si vede che tante persone condividono la tua stessa condizione di ansia e precarietà e si impara ad andare avanti con un’armeria di Damocle che ti tintinna sulla testa.

Dove mi vedo tra cinque anni? Non lo so.

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