Marcello Fois, “I libri devono creare problemi”

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, recita una celeberrima frase di Lev Tolstoj, e questo lo sa bene Marcello Fois, che da anni indaga i nuclei familiari nei suoi romanzi. Ne studia le dinamiche, i ruoli, le responsabilità, gli stravolgimenti e le costanti. Al Festival della Mente ci ha parlato della famiglia e del suo ultimo romanzo, “Del dirsi addio” (Einaudi 2017), dove racconta la storia di Sergio, poliziotto omosessuale, determinato e fragile, di suo padre Pietro e del caso di un bambino di undici anni scomparso – sì, perché questo libro è anche un noir.

Raccontando del rapporto tra Sergio e Pietro, a un certo punto scrivi che “i padri fingono di volere che i figli concludano qualcosa ma non è vero, vogliono solo che siano felici”. Qual è il rapporto tra le aspettative paterne e le aspirazioni dei figli?

Non credo di saperlo, io provo semplicemente ad applicare il mio sentimento paterno. Questo forse è il primo libro in cui io aderisco sul serio alla condizione di padre abbandonando quella di figlio. È il mio primo libro adulto, forse. Io mi riconosco in Pietro sostanzialmente, dentro questo romanzo. Mi riconosco anche nella teatralità che c’è nella gestione della paternità. Negli ultimi tempi la condizione di padre è un po’ più complessa rispetto a prima, perché non è più chiara la funzione di genere. Io mi sono convinto che la parità tra i generi consista nell’esprimere al massimo il proprio genere. Un padre, per questo, a qualunque sesso appartenga, dev’essere una persona corrispondente alla paternità, non può essere un raddoppio della maternità, a prescindere che la coppia sia omosessuale o eterosessuale. La famiglia è un nucleo di affetti in cui ognuno porta la sua porzione di responsabilità. Pietro è un padre piuttosto tradizionale da questo punto di vista, associa la paternità non tanto all’affettività diretta ma all’affettività indiretta, a lungo raggio. Investo oggi perché questo sentimento un giorno gli permetterà di fare una scelta di sopravvivenza, pensa. Questa è la sua idea di paternità, e ne è convinto al punto da accettare l’impopolarità totale, pur di salvare il rapporto tra suo figlio e sua madre. Non gli spiega mai qual è la rottura tra sé e sua madre perché se glielo spiegasse avrebbe inficiato anni del rapporto materno che per lui era stato fondamentale. Ho provato a ragionare su questo tipo di paternità.

In fondo non è chiara neanche l’autorità su cui si fondava la famiglia tradizionale. Oggi che forma deve assumere e su quali fondamenta?

La famiglia tradizionale si basava su un accordo più o meno volontario, anche perché si arrivava già educati a quel sistema, per cui il marito aveva una serie di competenze e la moglie altre. La cosa non cambia nel momento in cui la coppia decide che le funzioni sono altre. La famiglia è sempre un punto di adesione contemporanea a un progetto. Le famiglie funzionano quando il padre e la madre, il padre e il padre, la madre e la madre, si accordano per portare ognuno un pezzo del carico. Se uno porta tutto il carico e l’altro no nessun progetto può funzionare. Quando si parla di famiglia tradizionale si parla di una famiglia in cui un accordo di genere sussisteva. Poi col tempo si è scoperto che non era un accordo cosciente, che molte donne non avevano avuto gli strumenti per decidere, ma è vero che anche molti uomini non hanno avuto la possibilità di stabilire alternative perché erano stati educati in una certa maniera.

Spesso parli di storia e della sua importanza. Javier Cercas una volta mi ha detto che parlare di un presente senza passato è parlare di un presente mutilato. 

Certamente, ne sono convinto e per questa ragione per parlare dell’oggi preferisco il termine modernocontemporaneo. Io sono con Rimbaud, che diceva che bisogna essere moderni, che è una condizione stabile, mentre la contemporaneità e l’attualità sono condizioni fragili e labili, moderno vuol dire che sei contemporaneo con radici e con la storia. Contemporaneo vuol dire che puoi non averla una storia. L’attuale è la depressione del contemporaneo, è il tormentone estivo, quella canzone che poi non ci ricorderemo mai più. Essere moderni significa essere nel proprio tempo ma con un bagaglio che ti permette di collocarti dentro quel tempo, non come un pellegrino che non sa dove si trova. Dici bene, autori come Cercas, Faulkner o la Morante, i grandi scrittori erano tutti moderni, più che contemporanei, e infatti, se ci fai caso, i libri che piacciono a tutti in una certa stagione finiscono per non piacere più a nessuno, mentre i libri che mantengono un certo grado di indefinitezza, una certa di fluidità ed elasticità riescono a spargersi in più generazioni.

Un libro che ha queste caratteristiche?

“Le benevole” di  Jonathan Littell, un romanzo che, essendosi presentato addirittura come improprio per la generazione a cui è rivolto, col passare del tempo diventa sempre più importante e interessante. D’altra parte, è il curriculum che hanno fatto l'”Ulisse” di Joyce e la “Recherche” di Proust. “Mentre morivo” di Faulkner è del 1929 e alcuni giovani che hanno letto poco pensano che togliere la punteggiatura sia sperimentale. Io penso sempre agli insegnamenti di Raimondi – era il mio maestro, mi sono laureato con lui  – che mi diceva sempre: “Guarda Marcello, chi si sorprende è troppo e in quel troppo c’è proprio tutto, non ha letto abbastanza”. Il rapporto è proprio tra il troppo e l’abbastanza, è chiaro che sorprendersi è una cosa meravigliosa ma la sorpresa sistematica da cui noi siamo circondati in questa stagione è il segnale che non c’è la struttura è che predomina l’abuso di straordinario. Non fregava niente a Tolstoj di essere stupefacente.

Oggi dobbiamo essere tutti a ogni costo originali.

Sai, il problema è che oggi consideriamo la parola originale fuori dalla sua etimologia. Anche qui ci manca la storia. Se noi sapessimo qual è il senso primo della parola originale non la useremmo più allo stesso modo. Dante diceva di essere originale e subito dopo esibiva tutti i suoi parenti. Tu sei originale quando puoi dichiarare i parenti, quando puoi dire da dove provieni. Sei originale perché hai un padre e una madre e puoi declinare la tua origine. Oggi questo termine ha fatto un giro di 360 gradi, per cui sembra che originale sia il mai visto, ma il mai visto è impossibile in natura.

Tornando al tuo ultimo romanzo, “Del dirsi addio” in fondo coniuga i due generi in cui ti sei cimentato da quando hai iniziato a scrivere: sei partito col noir per poi dedicarti a romanzi familiari. Ora hai partorito un romanzo “noir al color bianco”.

I libri che amo sommanente sono quelli che uniscono la capacità di raccontare alla capacità di scrivere. Mi sono sempre opposto a questa specie di dibattito su stile e trama, perché secondo me i grandi romanzi hanno entrambe le qualità e ce l’hanno in maniera biologica, senza sforzo, e per capire cosa intendo basta pensare ai “Tre moschettieri”, o al “Conte di Montecristo”, “Le città invisibili” di Calvino, “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta. Perché sono sicuramente stabili? Perché disobbediscono e obbediscono a tutto contemporaneamente. È un noir, va benissimo per me, è uno degli strati di cui è composto questo libro: c’è una storia di indagine, d’inchiesta, con colpi di scena, perché destare l’interesse nella mia cultura barbaricina è il minimo che si possa fare per rispettare la persona con cui hai a che fare, sia che racconti o che scrivi. Una cosa importante da noi è sedersi e destare l’interesse, le grandi culture orali lavoravano così. Quindi questo è un punto da cui non si può prescindere. Poi devi rispettare lo statuto del tuo mestiere. Se sei un idraulico un impianto devi saperlo aggiustare, invece noi siamo circondati da scrittori che sanno tutto dell’essere scrittori fuorché la scrittura, che è paradossale se ci pensi. Hanno tutto il vezzo dello scrittore però poi sulla scrittura si perdono, oppure hanno una condizione astorica, sono attuali appunto.

Un tema sempre attuale è quello della famiglia.

La famiglia è veramente molto cruciale, è un posto metaforico riguardo al quale si possono scrivere cose enormi.

Non ci allontaniamo mai dalla famiglia?

Secondo me no.

La famiglia tra l’altro nella letteratura italiana ha avuto un ruolo importante. Basta pensare alla Morante o alla Ginzburg. Non è forse da quest’ultima e dal suo “Lessico famigliare” che hai ripreso l’attenzione per i modi di dire? Potremmo definirla una tua parente?

Ma certamente, perché le famiglie – e in questo senso la Ginzburg ha avuto un’intuizione meravigliosa – sono luoghi in cui si crea un linguaggio, dove si crea un vocabolario intimo che è tutto dentro quella particolare famiglia e non può essere compreso da una persona esterna. Le famiglie abitano, come i libri, queste situazioni molto stratificate. I grandi libri, come le grandi famiglie, sono molto stratificate, sono leggibili a più piani. Un buon libro deve poter essere letto a più livelli: chi non ha certe competenze si legge la trama, chi ha competenze storiche ci infila sulla trama le conseguenze storiche, chi ha competenze filosofiche ci mette il terzo piano, e così via, tutto questo senza deprimere il primo strato, quello della narrazione. Io sono molti anni che sto cercando di fare una ricerca di questo tipo, sono molti anni che cerco di confrontarmi col tradizionale. A me l’idea di visitare il romanzo, anche in senso ottocentesco, non mi spaventa più di tanto. Non credo che la contemporaneità sia il rovesciamento sistematico. La modernità è una forma di adeguamento, è la fluidità che conta nell’arte, nella scrittura.

Com’è nato il personaggio di Sergio, un poliziotto omosessuale determinato e pieno di debolezze?

Un esercizio che possiamo fare è quello di riportare la letteratura nel suo proprio luogo. Una cosa che mi spaventa molto di quello che sta capitando ultimamente è che si tende a concepire il lettore come spettatore, i libri sono sempre più specie di alternative televisive per cui ci si aspetta un lettore spettatore, che non abbia delle competenze. Dentro l’area della letteratura devi rifare tutto, questa è la meraviglia della letteratura. Dentro la letteratura devi concepire non solo uno spettatore, ma anche lo sceneggiatore, un regista, un costumista, un direttore del casting, una persona che sia in grado di assumere tutte le funzioni contemporaneamente, contro la pigrizia e l’irrispettosità di pensare al lettore come una persona a cui devi fornire prodotti omogeneizzati. Per me dentro i romanzi deve esserci il tatto, il gusto, i romanzi devono tornare a essere luoghi polisensoriali, non alternative televisive, perché altrimenti mi guardo una buona serie televisiva. La sfida sta nel portare la letteratura nel suo proprio ruolo. Una delle grandi possibilità della letteratura è quella di ipotizzare mondi possibili e un mondo possibile che io ipotizzo è quello in cui la scelta sessuale non inficia in niente la categoria esistenziale. L’omosessualità di Sergio non è neanche un argomento dentro al romanzo.

È data per scontata.

Sì, e io penso che nella letteratura debba esserci uno spazio in cui si abita questo tipo di situazione. La letteratura non deve essere ancella del reale ma deve riproporlo, simularlo, deve proporre un reale possibile, non accontentarsi di quello che abbiamo. Volevo proporre un mondo in cui la scelta sessuale non è determinante, è determinante solo quello che sai fare, il tuo patrimonio intimo, personale, empatico e così via. Questo spiega perché il problema di Sergio non è dire al padre che lui è omosessuale, ma offrire al padre una chance di intimità che non vuole offrirgli. Lui pensa il peggio di suo padre, per motivi vari, e questa comunicazione significherebbe dare al padre una funzione che lui vuole negargli. Secondo me, la letteratura si deve riprendere lo spazio della complessità. Io potevo adeguarmi, fare un gay sfigatissimo, senza competenze, un povero che subiva il mobbing da parte di tutti, che faceva mossette e invece no. Ho voluto fare qualcosa di diverso. Credo che il lavoro che noi dobbiamo fare è quello di riportare dentro la letteratura questa possibilità di proposta, non dobbiamo rendere i libri solo luoghi di adeguamento costante. Ecco perché un libro che funziona un po’ di problemi te li crea, te li deve creare per forza. La letteratura in questo momento deve discutere delle cantine, noi siamo sempre lì a parlare di attici.

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