Io sono Michele Mari

Sto fumando una sigaretta in attesa dell’inizio dell’incontro. Mancano dieci minuti quando arriva Michele Mari. Lo saluto. Lui si ferma. Ci conosciamo vero? Gli ricordo che ho seguito un suo corso su Alfieri all’Università e l’intervista che gli feci qualche anno fa a ridosso della finalissima del premio Campiello. Era tra i cinque finalisti ma non avrebbe vinto, anche se forse lo avrebbe meritato. È stranamente cordiale. Mi chiede di ricordargli come mi chiamo, gli dico il mio nome e mi chiede qualche informazione. Non sa bene cosa stia per fare. Mi chiede quanto deve parlare e se c’è qualcuno a introdurlo. Gli dico quel poco che so ed entra. Addosso mi lascia un accenno di sorriso che mai gli avevo visto in faccia.

Sale puntuale sul palco del Festival della Mente. Sono le 19.00 dell’1 settembre al Campus I.I.S. Parentucelli-Arzelà, Sarzana. Il pubblico comincia ad applaudire mentre sul volto gli torna l’espressione seria e burbera di sempre. Si siede e comincia. Quando mi hanno chiamato per invitarmi al Festival dissi subito di no. Non so nulla della rete (il tema di questa edizione del festival) e sono il meno titolato a parlarne, dice esordendo. Quando poi mi hanno fatto notare che tra i miei romanzi c’è una rete di richiami ho accettato, pur continuando a dire di no dentro di me. Poi comincia a parlare del suo ultimo capolavoro, Leggenda privata.

È un libro semi-autobiografico, in cui per la prima volta faccio i conti seriamente coi miei genitori, riattivando emozioni, percezioni, memorie, in parte sepolte, non rimosse o edulcorate. Volevo cogliere il punto del distacco, dell’autodeterminazione, della scoperta della propria identità. Fare un’operazione del genere significa anche prendere atto di quanto siamo predeterminati, quasi biologicamente determinati. A un certo punto racconto il momento in cui io, che sono cresciuto all’ombra di mio padre, vengo messo all’angolo il giorno dopo la maturità proprio da lui, il grande architetto, e mi chiede drasticamente cosa voglio fare, che tipo di studi voglio imboccare. Si trattava in realtà di una domanda retorica, nel senso che sottintendeva la possibilità che diventassi un piccolo designer, un erede del suo operato. Io, che sono sempre rimasto fin troppo schiacciato dalla sua personalità, in un attimo di chiaroveggenza ho intravisto il mio futuro: un piccolo designer devastato mentalmente. Gli dissi che volevo fare lettere, ben sapendo che per lui una facoltà del genere non era nient’altro che un trastullo. Rispettò la mia decisione e io uscii da quel colloquio liberato. Per la prima volta mi sentivo altro da lui, con delle possibilità di libertà e autodeterminazione. Il problema è che sono sicuro di essere stato capace di tanta fermezza soltanto perché avevo in corpo i suoi cromosomi. Quindi dipendevo anche in quel caso da lui. Anche quando finalmente avevo fatto qualcosa per andargli contro, l’ho fatto essendo lui. Sempre nell’ambito di un unico brodo cellulare.

Poi, seguendo i suoi appunti, ha parlato della retina, della differenza tra un colino per il tè e una rete da pesca. Tra etimologie lontane e vicine. Sono convinto che in sala si comprenda la metà, se non meno, di quello che sta dicendo, io compreso. Poi ha un lapsus e indaga subito l’origine. Poi torna al retaggio, alla predeterminazione, al condizionamento. Il suo discorso segue i punti che si è segnato in precedenza. Non c’è una particolare logica, ma non importa. I filo rosso è semplicemente la parola rete. È dichiarato. Sembra aver capito che gli sia stato chiesto di fare una lezione sulla rete, quando pareva, dal programma, che avrebbe parlato della rete tra i suoi romanzi. Anche la ragnatela è una rete, dice a un certo punto, come se la cosa abbia una grande importanza e un nesso stretto e viscerale con quanto detto prima.

Rete bozzolo, la rete come viatico che la madre concede al figlio. Retaggio, che significa eredità. Falsa etimologia, non c’entra con la rete, perché deriva da ereditaggio. Ciò che ci ha condizionato, che ci ha marchiato alla nascita o dopo costituisce un paesaggio di cui forse non siamo consapevoli ma che non ci rende liberi. In realtà facciamo certe scelte in base a determinati condizionamenti. Poi passa a The Wall e al suo muro (anch’esso in qualche modo una rete) sempre malamente interpretato come simbolo dell’oppresione. Niente di più lontano dalla verità, spiega. Waters ha dichiarato che il muro gli è venuto in mente quando dal palco gli è apparsa un’immagine orripilante del pubblico, composto di drogati e persone violente. A quel punto ha sognato di erigere un muro tra lui e il pubblico. Questi mattoni sono da una parte ciò che ci soffoca, ci castra, ci mutila, ci condiziona, le parole della madre, del prete, le parole del perbenismo, ma sono anche ciò che ci protegge. È triste da dire ma ciò che ci affligge al tempo stesso è la nostra salvezza, tant’è che nel momento più angoscioso per Pink (il protagonista di The Wall), quando è stato condannato dal tribunale, il muro crolla e lui si sente nudo ed esposto, come un neonato. Il trauma riattiva il dramma originario, quello della nascita.

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Sono cresciuto nell’ambito di una società che ha creato un canone, il concetto di maggiore e minore. Gli stessi autori ragionano così, Petrarca ha tentato invano di superare Dante. Ed è proprio quando sembra andato alla deriva che arriva al cuore del discorso. Parla di Roderick Duddle, di come, come succede col Castello di Atlante, che dà corpo alle ossessione di chi lo ammira, allo stesso tempo ognuno dei personaggi vede nel ragazzino qualcosa di diverso, un ragazzino che passo dopo passo diventa uno nessuno centomila e si rende conto di essere al centro di una rete complessa. Finalmente è arrivato ai suoi libri.

Le reti sono anche le coazioni e le nevrosi, e di nevrosi sono intrise le storie di Michele Mari. Tanto più forti sono le ferite, spiega, tanto più ricamata e complessa sarà la reazione. Tanti sono stati i serial killer dalla raffinatissima ironia formale. Tanto virtuosismo è dovuto all’orrore, all’indicibile, che non può essere detto se non tramite una articolata formalizzazione. Come dimostra il mollusco, un essere orripilante capace di creare intorno a sé architetture meravigliose, durissime e bellissime. Credo che chi si sia interrogato sulle ragioni dell’oscurità dello stile di Mari possa trovare qui una risposta pienamente soddisfacente.

Ma il significato più comune di rete è quello legato a internet e a questo proposito Mari ha un racconto divertente. Sito significa anche luogo, tanfo, puzzo. E la parola sito si trova anche in Boccaccio, nella novella di Andreuccio da Perugia. Uno studente mi ha chiesto: Si usava già questa parola?

Scoppio di risate. Applausi scroscianti. Sa farsi amare ma non ha degnato il pubblico di un sorriso. In fin dei conti, il suo discorso un senso lo aveva, un discorso complicato, contorto ed elegante come il delitto di un serial killer dal cuore squarciato.

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