Condividere porta verso l’alto. Geografie sul Pasubio 11-14/7/2017

Non sapevo bene che titolo usare per questo articolo; non sapevo nemmeno se scriverlo, l’articolo, perché pensavo sarebbe stato complesso. Ogni volta che torno da un viaggio, breve o lungo che sia, le immagini e le sensazioni attorno alle quali mi sono avvolta vorrebbero restare accucciate in me, protette, intonse, non ragionate, pure. Il racconto dell’esperienza è già un’esternazione: trasformare in parole ciò che si è vissuto, con il rischio che il significato venga percepito come diverso da quello che si voleva intendere.

Ma partiamo dall’inizio.

Ore 6.45 del mattino, 11 luglio 2017. Salgo sul treno che mi porterà a Rovereto con cambio a Verona. Mi aspettano quattro giorni di trekking sul Pasubio con un programma tutto particolare (qui) voluto fortemente dai Comuni limitrofi al massiccio e da Keller Editore. Si tratta di una scuola di reportage con lezioni e discussioni tenute da grandi nomi del giornalismo e del reportage italiano e internazionale.  Ve li cito in ordine di comparsa, come si dice nei film: Sandro Orlando, Marco Ansaldo, Raffaele Crocco, Martin Pollack, Valerio Pellizzari, Burhan Ozbilici, Francesco Cataluccio (per conoscerli meglio, leggete qui).

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Martin Pollack

Roberto Keller è stato di una gentilezza rara nel rispondere alle mie domande in merito alle difficoltà delle camminate e all’attrezzatura adeguata da portarsi in spalla. Ma io sono partita lo stesso con uno zaino che ho poi scoperto essere deleterio per la mia schiena e la convinzione verace che le mie pur scarse doti fisiche mi avrebbero fatto avanzare fino al traguardo.

In treno ho pensato agli incontri che avrei fatto, ai compagni di viaggio, all’odore che avrei avuto una volta ridiscesa dalle alte vette, ai dubbi sul fatto di riuscire a prender sonno dormendo con altre persone. Ho bevuto 4 succhi al mirtillo e mangiato una brioche. Sentivo l’adrenalina salire e la consapevolezza che, forse, sarei tornata a Milano portandomi dietro una cosa nuova e molto bella.

Mi piacerebbe potervi dire che sto per scrivere qualcosa di completamente esaustivo, qualcosa che possa rendervi edotti di quanto ho introiettato durante tutte le “lezioni” seguite. Potrei parlarvi della Turchia e di Erdoğan, di Kapuściński e Terzani, della scuola di reportage polacca, dei fragili equilibri della geopoltica attuale, dei Curdi, dei paesaggi contaminati raccontati da Pollack, delle tecniche e tattiche da usare per essere un buon reporter (“meglio fuori dal branco”, secondo Pellizzari), della capacità di fermare con uno scatto fotografico un secondo di Storia, del significato che si può dare alle parole Guerra, Terrorismo e Pace, del numero di conflitti che, ad oggi, deragliano il Mondo, dei taccuini e delle storie raccontate da Roberto Abbiati… Potrei parlarvi di tutte queste cose perché ho preso i miei buoni appunti e ho tenuto le orecchie aperte ma, forse, è meglio cercare di far passare un altro messaggio.20031973_10159029847650072_8000716304693273641_n

Camminare accanto ad altri, nel silenzio o chiacchierando, rimanendo indietro per la fatica e riprendendo campo con uno slancio improvviso, è qualcosa che fa un bene inspiegabile all’anima. Camminare con un progetto, poi, produce endorfine, rende consapevoli della comunanza di cervelli pensanti, induce a condividere riflessioni, scherzi, sensazioni, abbatte le inibizioni e i pregiudizi.

Si compie una sorta di miracolo che, al giorno d’oggi, pare quasi ormai un miraggio: si PARLA. Non uso il maiuscolo a caso. PARLARE senza il filtro di una comunicazione mediata, dimenticando di avere supporti elettronici perché tanto in quota non funzionano, porta a essere più consapevoli di se stessi e, di riflesso, permette un dialogo più aperto e respirato. Roberto Keller non per altro ha affermato che questo modo di organizzare eventi e incontri è il futuro dell’editoria. Sembra un paradosso in un’era che punta sempre più spasmodicamente all’eccesso di individualismo, di mascheramento della nostra realtà interiore attraverso disparati modi di nascondersi dietro a identità che possano compiacere le bombardanti richieste del mondo esterno.

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Sul Pasubio, invece, eravamo solo noi, noi stessi, ognuno con la sua storia da condividere. A cavallo tra il Dente Italiano e quello Austriaco, raggiunte le vette più alte del percorso, circondati da una bruma nebulosa ricolma di particelle d’acqua, rocce sperse, crateri, linee di difesa, gallerie scavate nella montagna, croci fatte di armi e filo spinato fusi assieme, guardandomi attorno mi sono vista accanto a facce stanche (molto meno della mia, ammetto) ma serene, facce belle, arrossate dal sole, facce corrucciate e tutte tese ad ascoltare i racconti di un fronte di guerra.

Scendendo dopo la lunga salita, o salendo dopo la lunga discesa, si giunge al rifugio che diventa subito luogo di raccoglimento, punto di raccordo e di riposo.

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Si presta attenzione alla lezione, seduti sull’erba, un gregge di pecore da sfondo, un vento leggero, voli d’uccello. E poi, attorno al tavolo per cena, con un po’ di vino e un sacco di cose buone da mangiare, di nuovo si scioglie la lingua e si parla di libri, di progetti, si alza la voce per dire la propria su un tema caro, ci si limita a sentire quanto gli altri hanno da dire, si apprende l’arte del pacifico silenzio e del prolifico ciciarare.

Non per forza si sta seri.

 

Abbiamo riso spesso, tante volte prendendoci già in giro, come amici di vecchia data, come se quattro giorni si fossero improvvisamente trasformati in anni: sono tornata a Milano con la certezza che le persone incontrate non spariranno dalla mia vita.

Soltanto in quel contesto si sono infatti potute creare, in brevissimo tempo, le condizioni per saldare legami e contatti, siano essi d’affetto o di lavoro, di collaborazione o di idee. Geografie sul Pasubio ha dato il via a qualcosa di speciale e, sapendo che non rimarrà un esperimento fine a se stesso, posso solo dirmi impaziente di vedere cosa ci riserverà il futuro.

Grazie a tutti gli insegnanti e, in parte, anche compagni di viaggio, citati sopra. Grazie a Roberto Keller e a Michele Zandonati, la guida migliore che potessimo avere. E poi grazie a tutti gli altri partecipanti i cui nomi al momento non svelo per una questione di privacy: provetti arrampicatori e blogger, giornalisti e documentaristi, una geografa e un architetto, appassionati di fotografia e narratori provenienti un po’ da tutta Italia.

Grazie.

Siamo arrivati in alto e in alto rimaniamo.

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