Quella volta che Tolstoj e Dostoevskij si trovarono nella stessa stanza

San Pietroburgo, inverno 1878. Fuori la neve, il gelo e il buio di un febbraio russo. Molti letterati, filosofi, poeti, si sono rifugiati nel caldo salotto di Soljanyj Gorodok, ammantato di arazzi di seta e quadri di Brjullov incorniciati d’oro. In fondo alla sala un ampio tavolo colmo di cibo e bevande (probabilmente liquori e vodka forte, di alta qualità). Il filosofo Vladimir Solov’ëv tiene una delle sue abituali conferenze filosofiche. Lev Tolstòj, in prima fila, nell’ angolo, si tocca nervosamente la barba, suo unico mezzo di mascheramento.

Si è già inutilmente pentito di aver accettato l’invito di Strachov. In una delle ultime file siedono Fëdor Dostoevskij e la moglie Anna, leggermente scompigliata per il ritardo, ma contenta di aver trovato dei posti, anche se non i migliori. Durante l’intervallo (Solov’ëv, con la scusa della competenza e interesse dell’uditorio, poteva dare sfogo per ore alla sua più repressa loquacità), Fëdor va dal suo più caro amico Strachov per salutarlo, bere qualcosa insieme e commentare la conferenza. Ma Strachov, alquanto inaspettatamente, dopo avergli stretto velocemente la mano, si allontana, per andare a parlare con un altro. Inutile dire che l’animo burrascoso di Fëdor sia stato colpito nel segno e, più tardi, tornando a casa, condivide il suo disappunto con la moglie, che aveva avuto la stessa impressione: l’amico li aveva volontariamente e palesemente evitati. Fëdor rimane pensieroso (o almeno più del solito) per tutta la settimana. La domenica Strachov va a pranzo, come di solito, a casa Dostoevkij. Anna, senza farsi coinvolgere dai suoi ipocriti e affettati convenevoli, va dritta al punto, chiedendogli se si fosse offeso per qualcosa. La risposta di Strachov, che si trova nelle Memorie di Anna Dostoevskaja, rende Fëdor ancora più turbato:

“Ah! E’ stato un caso!” disse Strachov, ridendo. “Non ho evitato voi, ma tutti i conoscenti, quella sera. Ero venuto alla conferenza con Tolstòj, che mi aveva pregato di non presentarlo a nessuno: ecco perché ho dovuto evitare di avvicinare i conoscenti”. “Come, siete stato con Tolstòj? Come mi dispiace non averlo visto!”, Disse Fëdor. “Non gli avrei imposto di certo la mia conoscenza, se non la desiderava. Perché non mi avete bisbigliato con chi eravate? Lo avrei osservato un po’”. “Ma voi lo conoscete abbastanza bene dai ritratti”, disse Strachov, sempre ridendo. “E cosa sono i ritratti! Non danno mai l‘idea di un uomo. Vedere l’originale è un’altra cosa. Qualche volta basta uno sguardo per avere un uomo nell’animo tutta la vita. Non vi perdonerò mai di non avermi mostrato Tolstòj”. Anche in seguito Fëdor espresse più volte rammarico per non aver conosciuto personalmente Tolstòj.

Sì, ho romanzato un po’ la vicenda e mi sono lasciata trasportare dai fiumi di parole dei romanzi russi. Ma la verità di fondo resta quella. Tolstòj e Dostoevskij sono stati nella stessa sala (ah, quale scena di inestimabile valore!) e, volenti o nolenti, non si sono rivolti la parola. I motivi sono diversi e come tutte le storie non vi è mai soltanto un punto di vista. Di primo acchito verrebbe da biasimare il celebre Lev Tolstòj, acclamato per i suoi romanzi da tutta l’elite russa ed europea, di animo tormentato sì, ma sicuramente composto, cullato da tutti gli agi che un uomo di antica nobiltà e di rinomanza letteraria poteva godere. La grande villa dei Tolstòj nei pressi di Tula, nella tranquilla campagna duecento chilometri distante da Mosca, lo confermava. Da bravo scrittore e lettore, intriso fino al midollo nell’ambiente letterario russo, conosceva Dostoevkij il quale, nonostante la sua vita a pendolo tra debiti di gioco e romanzi raffazzonati velocemente per sporadiche e scostanti pubblicazioni, era riuscito, a cinquant’anni passati, ad avere discreto successo, almeno tra gli intenditori. Tolstoj va a Pietroburgo, sa che Dostoevskij abita lì e che frequenta le serate di Solov’ev, sa che Strachov è suo caro amico nonché testimone di nozze. Diciamocelo, un saluto a un molto probabile fan non avrebbe guastato nessuno. Che sia stato il subdolo gioco dell’invidia di Tolstòj per l’esorbitante capacità di Dostoevskij nel creare quasi di getto e senza modifiche capolavori che lui, invece, completava dopo anni di lavoro di lima e frequenti correzioni? Può darsi. Noi posteri comunque tendiamo a sopravvalutare gli avvenimenti del passato, che guardiamo con il cannocchiale dell’esperienza, della storia, dell’interpretazione, il quale ingigantisce i fatti e distorce la realtà. Tolstòj aveva una personalità caleidoscopica e una sensibilità profonda (come avrebbe potuto altrimenti scrivere un’indagine così unica e illuminante della mente femminile in Anna Karenina?) che lo rendeva un osservatore e un ascoltatore attento, più che un protagonista. Come molti scrittori preferiva restare appartato e la sua fama non può che aver accentuato, anche solo per contrasto, il suo essere sfuggente. Pensava forse ci sarebbero state altre occasioni per incontrare in modo più dignitoso Dostoevskij, senza avere tra i piedi quel subdolo arrampicatore sociale di Strachov, che Tolstòj sicuramente aveva già inquadrato.

Per il colpo basso inferto successivamente da Strachov a Dostoevkij servirebbe un altro intero articolo. Dirò soltanto che l’immacolato Strachov accusò Dostoevskij (ma solo dopo la sua morte, ovviamente) di immoralità,  identificandolo, per infiammare la tesi accusatoria, con i personaggi più meschini delle sue opere, cercando di ottenere la fama di brillante critico letterario dalle idee originali, smontando un colosso quale ormai era diventato Dostoevskij. Tolstòj, dopo averlo saputo, prese le difese del collega e potenziale amico Dostoevskij, consapevole forse di essere l’unica persona al mondo in grado di dirimere secondo giustizia la sua tardiva disputa col defunto. Lascio la parola quindi a Lev Tolstòj:

Dostoevskij, creando i personaggi a propria immagine e somiglianza, ha rappresentato una moltitudine di persone semifolli e malate, fermamente convinto di rappresentare la realtà e che proprio questa fosse l’anima dell’uomo. Anche in questi personaggi eccezionali non soltanto noi, persone a lui affini (gli artisti. N.d.r), ma anche gli stranieri riconoscono se stessi e la propria anima. Quanto più si attinge in profondità, tanto più si trova ciò che è comune a tutti, ciò che è più noto e familiare.

Tutta la critica, letterariamente parlando, di Tolstoj agli scritti di Dostoevkij è illuminante e lo descrive in modo autentico, profondamente ma semplicemente, come solo Tolstòj sapeva fare e oltretutto deducendo le riflessioni soltanto dai suoi romanzi e pochi eventi biografici. Viene quasi da dire che il mancato incontro tra i due può essere accettato, se il prezzo da pagare sono queste onorevoli riflessioni critiche. Questo è uno dei casi in cui le parole hanno superato i fatti. Il potere di questi due scrittori è proprio questo, di creare con la penna delle realtà più vere della realtà stessa, di trascinare la realtà nell’immaginario per poi restituircela più viva, seducente ed elettrizzante che mai, ma sopratutto rendendola eterna, rendendo anche noi, grazie all’identificazione, protagonisti immortali e non più semplici comparse in un mondo che ci vuole soltanto mascherati, in cui tutti portiamo la barba camuffatrice di Tolstòj. Le loro parole erano in grado di smascherare la realtà più di qualunque futile, spesso ipocrita, sempre caduco gesto, ecco tutto.

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