Raccontare l’anormalità della tragedia e del dolore

Non è facile parlare di Lampedusa, oggi. Non è facile parlarne con oggettività o senza seguire la vox populi. Non è facile capire quanti e quali significati abbia assunto quell’isola, quell’isola italiana piazzata in mezzo al mare, appollaiata su un lembo di placca terrestre che è più Africa che Europa. Sono usciti già alcuni libri sull’argomento e ne abbiamo parlato anche qua.   Siamo tristemente abituati (aggettivo orrendo) a vedere certe immagini al telegiornale, a leggere editoriali struggenti dopo un naufragio, articoli al vetriolo contro un’Europa assente, contro le modalità di accoglienza, contro il recupero dei gommoni e delle barche, contro un sistema che non riesce ad essere comprensibile in tutte le sue sfaccettature.

Occupandomi di immigrazione e di integrazione ho sempre preferito approfondire le mie conoscenze in merito con testi di saggistica, di sociologia e geopolitica o attraverso reportage di denuncia scritti in loco, nei vari punti caldi di questo fenomeno che dobbiamo cominciare a percepire nel sangue del nostro tempo, nello scorrere del nostro futuro, nelle ossa della nostra generazione.

Scegliere di leggere Appunti per un naufragio non è stato semplice. Temevo di trovarmi tra le mani qualcosa che scottasse di sentimentalismo privo di contenuti; era una paura vuota, lo so e so che spesso c’è anche bisogno di piangere lacrime facili, senza pensare al retroscena. Ma quante volte ho visto e sentito con i miei occhi le storie degli sbarchi? Quante volte ho ascoltato in prima persona racconti di disperazione, di ferite dell’anima e del corpo? Quante volte, nonostante tutto l’aiuto che potessi dare, mi sono sentita impotente? Quindi, mi dicevo, perché prendere il libro di Davide Enia? Cosa può dirmi di più della realtà di tutti i giorni?

Ebbene, andando oltre qualsiasi mia aspettativa, mi sono imbattuta in qualcosa di raro: il racconto puro e semplice di ciò che si vede, senza dietrologie, senza politica, senza rancori. Enia vede e scrive, suo padre, medico, vede e fotografa. Sono due metodi di narrazione diversi ma egualmente potenti soprattutto quando non vogliono comunicare null’altro che ciò che rappresentano. La verità.IMG_3234

E sì c’è il racconto di Lampedusa, di uno sbarco cui l’autore assiste; c’è il racconto di tutti coloro che hanno impressa sotto la pelle la sensazione della morte, la morte in mare, il mare che salva e il mare che prende; c’è la paura, la sensazione forte di fuga, di chiudersi a riccio, ma dura solo pochi attimi, soverchiata com’è dall’istinto all’aiuto. C’è il lamento di un isola che, a parte la questione dell’immigrazione, è stata abbandonata dall’amministrazione locale e statale, un lamento che si è fatto sentire ultimamente alle elezioni per il nuovo sindaco. Come a dire “Io non smetto di porgere le mie mani verso l’altro, ma porgete anche le vostre verso di noi.”

“… L’isola è frantumata, carica di ansia, in pieno vortice mediatico, ricolma di contraddizioni. Le persone parlano sempre meno e, se lo fanno, è solo per lamentare i problemi concreti, come l’assenza di un ospedale, per esempio, o il costo della benzina, che qui è la più cara d’Italia, constatando, anche amaramente come tutta l’attenzione mediatica sia sempre focalizzata su chi arrivava dal mare, mentre delle difficoltà quotidiane che noi residenti scontiamo sembra davvero non importare a nessuno, tranne che a noi stessi…”

A parlare, qui, è Paola, amica di Enia, che vive a Lampedusa con il compagno Melo da anni; gestiscono un b&b e sono sempre in prima linea come volontari durante gli sbarchi, distribuendo cibo, piccoli giochi, bevande. È gente spiccia, che ha raccolto nel tempo dosi di silenzio lacerante nello stomaco, che ha vissuto sulla propria pelle la tragedia del 3 ottobre 2013, un naufragio tremendo che riempiva le imbarcazioni di soccorso e di normali pescatori di pochi sopravvissuti e molti, troppi cadaveri. Enia ascolta e riporta il racconto di tutti coloro che incontra sull’isola, ogni operatore, medico, uomo della Guardia Costiera, sommozzatore. E non sono storie buttate su carta per portare il lettore ad alzare la propria dose di emotività, sono storie che ci dicono cosa significhi provare un dolore che va oltre l’immaginazione, un’anormale e inqualificabile perdizione, incomprensione, un dolore che va a braccetto con un senso di colpa da tenere a bada quando si è stati costretti a scegliere chi salvare e chi lasciare andare alla deriva. E lo sappiamo tutti che è un senso di colpa ingiustificato, che non regge alla razionalità e alle logiche del possibile: non si può salvare chiunque… Ma, Dio, quanto si vorrebbe!

Davide Enia va a Lampedusa svariate volte e due con suo padre, un palermitano silenzioso, un uomo di scienza, un dottore. Tra loro vi è sempre stato silenzio, il non detto di affetti profondi che affiorano solo a una certa età e in determinati momenti “scatenanti”; attraverso la figura del padre e dello zio, attraverso il rapporto a tre tra questi uomini dalla gestualità medesima, Enia introduce elementi di un’autobiografia bellissima, cristallina, fatta di ricordi d’infanzia legati al mare e alla Sicilia, di legami che vanno oltre il dolore di una perdita e che si rafforzano nel riconoscimento reciproco. È un incessante sfogliare l’umanità, questo libro così lineare, così pulito.

“É la Storia che sta accadendo, Davidù. Ed è complessa, la Storia, piena di tasselli diseguali, a volte simili, a volte proprio opposti, eppure tutti necessari perché affiori il disegno finale. No, aspè, mi correggo: non sta accadendo adesso, la Storia. Sono più di vent’anni che accade.”

E il naufragio diventa vita e, come si sa, per affrontare la vita vanno presi appunti seri. Che rimangano. Solo così, nel tempo, le storie diverranno Storia.

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