Fabri Fibra è uno scrittore italiano contemporaneo

E’ da molto che ascolto con attenzione le interviste a Fabri Fibra.

Fermo il video, metto stop, torno indietro e cerco di capire meglio quello che dice, di riascoltarlo. Non perché usi parole ostili, complicate, non perché faccia salti mortali nei ragionamenti, ma perché molte volte segue una linearità che io non mi aspetto.

Il mio non vuole essere un elogio spassionato del rapper. Forse un elogio, ma non spassionato. Più un attestato di stima che altro. Non andrò, ora, a scavare nel panorama rapper underground. Il gioco, se me lo permettete, è di restare in superficie. Di fare il ballerino senza sporcarmi le mani. Neanche l’accostamento letteratura/musica e la giustificabilità di un Premio Nobel dato a Bob Dylan che è un cantautore e non un poeta vuole essere l’argomento principale di questo articolo.

Tutto è iniziato da quando mi sono ritrovato inconsciamente a sbobinare i testi di Fabri Fibra, a capirne le complessità, le tematiche, le strade. Poi sono passato alle interviste e via, sbobinavo anche quelle. Mi sono ritrovato, alla fine, ad avere una cartografia mentale di un rapper sincero, di uno che a volte ci mette un attimo a diventare odiato. Fabrizio Tarducci non è quello di Pamplona, di Tranne te, di Rap Futuristico. E’, sicuramente, anche quello. Questi titoli, certo, sono parte integrante di un pacchetto confezionato, di un prodotto commerciale che ha dei fini, che in sé può contenere un’estetica giustificata del Nulla, e che continua a espletarsi, da anni, nella ragazza in bikini e nella sua verbosità sciaposensuale delle spiagge di Gallipoli.

A spiegare a me stesso cosa mi spinge verso l’uomo – più che verso il fenomeno – Fabri Fibra è stata una risposta che lui ha dato quando, poco tempo fa, nella trasmissione mattutina di Radio Deejay gli hanno chiesto come mai c’è stato un periodo in cui Fabri Fibra era ovunque nelle serate, era l’ospite principale di stagione nelle discoteche. “Lo facevo perché dovevo comprarmi casa”, ha risposto. Basta, niente più. Di là da ogni riconoscimento formale che può risultare soggettivo e subdolo, il mio intento è cercare di far capire come un artista possa diventare un artista solo se prima di essere un artista non lo era.

Saltello nel campo letterario odierno e faccio tre nomi di giovani scrittori contemporanei che, per tematiche, spirito e modalità di approccio al semplice, mi hanno ricordato Fabri Fibra: Marco Marsullo (Einaudi Stile Libero) un guappo d’avanguardia, Cristiano Cavina, che tutt’oggi continua a lavorare come pizzaiolo a Casola (prima Marcos y Marcos, ora, da pochi giorni, Feltrinelli) e Niccolò Ammaniti (figuratevi se vi presento Ammaniti).

Ritorno su Fabri Fibra. Uno che si è diplomato in ragioneria con 37 e che continua a vincere dischi d’oro e di platino ad ogni uscita. Fabri Fibra da Turbe Giovanili (2002) a Fenomeno (2017), passando per Bugiardo (2007) e Guerra e pace  (2013), non ha fatto altro che raccontare di quello che sa. E come sempre giocare semplice risulta l’unica maniera per strafare in campo.

Raccontare del rapporto conflittuale col fratello, del non-rapporto con sua madre in pubblico è stato l’unico modo per spegnere dei fuochi. Lo chiamano il rapper famigliare perché, come ha anche lui più volte detto, raccontare quello che vivi è una forma di rispetto verso il lavoro, un inchino verso la professionalità. A me questa cosa piace. Fare il rapper, scrivere, perché in fondo non si è capaci di altro. E’ per questo che asserisco Fabri Fibra tra gli scrittori contemporanei che stanno lasciando un marchio. Non traccio una linea divisoria tra musica e letteratura, perché, come già detto, non è questo il punto.

Alla domanda ‘come fai a scrivere quello che scrivi?’, Fabri Fibra ha risposto: “è un casino spiegare come si scrive a chi non lo fa, perché non ce la farai mai. E’ vivere, è perdere tutta la vita in questa cosa. O fai l’artista, o fai quello che sogna di vivere la vita di artista. O fai il rapper o fai quello che vuole fare la vita del rapper. Ma quando lo fai, tutta la vita è dedicata a quello. Una volta a Vasco gli hanno chiesto come ha fatto per diventare Vasco. E Vasco ha risposto ‘perché non fai più nient’altro. Non esci, non vai al cinema, non festeggi il Natale, non festeggi i compleanni, non vai in vacanza ed anche se vai in vacanza non è una vacanza’. Non vivi te, ma fai vivere quella cosa lì. Scrivere è questa cosa qua. E’ una missione. Non c’entra con lo sventolare i platini, con l’andare in classifica, col fare a gara con chi ha più fans. Si tratta di fare musica e di rispettare la musica, dandole un valore. Se lo fai, qualcuno lo riconosce”.

Rispetto, ecco.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...