Il regno degli abissi, il regno dei cieli e la sete di conoscenza dell’umanità

Saper raccontare storie è un dono incommensurabile; saperle raccontare bene provoca, in chi le ascolta o ne legge, un senso di euforico piacere, un appagamento raro, uno scaturire di endorfine leggiadre.  Quando poi le storie sono vere e sono belle, interessanti, intelligenti, profonde e curiose, per quanto mi riguarda, succede qualcosa di molto simile a un’illuminazione: nel cervello si sente un POP allegro, si apre uno spazio infinitesimale, impossibile da calcolare scientificamente, uno spazio con la forma esatta di quella storia che, accoccolatasi bella comoda, non si smuoverà più dal suo posto.

Il libro del mare di Morten A. Strøksnes ha fatto POP e si è piazzato, per suo merito e logica, accanto a Moby Dick di Melville. È una delle ultime pubblicazioni di Iperborea e il collegamento con il racconto della Balena Bianca è alquanto immediato.

L’autore e il suo amico Hugo, pescatore e artista, abitante delle Lofoten, si mettono in testa di andare a caccia del famoso e inquietante squalo della Groenlandia, un essere antico, assai longevo, abituato a vivere nel buio e nella cecità provocata dall’attacco parassitario ai suoi occhi da parte di piccoli vermicelli; pare un sigaro, è lento e non si capisce come riesca ad acciuffare prede più veloci di lui. La sua carne è immangiabile ma produce un olio particolarmente ricercato anche se non quanto la famosa ambra grigia del capodoglio. Per pescare uno squalo della Groenlandia servono varie centinaia di metri di lenza, di cui una parte in catena, cascami di pesce da buttare in mare per attirarne lo straordinario olfatto e un’esca di tutta eccellenza, come un manzo delle Highlands putrefatto o il grasso di una balena.FullSizeRender (1)

Le uscite sul Vestfjorden, nel nord della Norvegia, con un gommone di grandi dimensioni, diventano per Strøksnes il giusto pretesto per arricchire la vicenda di moltissime digressioni, nessuna delle quali risulta essere fuori luogo o ridondante. Del resto, galleggiando alla deriva in lunghe attese pensierose, è facile che lo sguardo e il pensiero si volgano a ciò che sta sopra e sotto al sottilissimo strato frangibile dell’acqua marina.

La volta del cielo stellato, al calar della sera, porta a considerazioni  sempre più approfondite su cosa sia l’Universo e su quanto, per noi umani e per la nostra storia, sia anche solo concepibile penetrarne l’immensità; sappiamo, anche se non del tutto, quello che l’Universo ha significato per la formazione della Terra e quando proviamo ad andare ‘oltre’ è sempre alla ricerca di qualcosa che somigli al nostro mondo, che ci dica, anche se in ritardo di miriadi di anni luce, che là fuori è possibile trovare un’affinità anche labile.

L’abisso oceanico, sebbene parecchio più ristretto, mantiene altissimi i suoi livelli di segretezza: non sappiamo il numero esatto delle specie che vi abitano e probabilmente non le conosceremo mai tutte, non abbiamo ancora la strumentazione adeguata per sondare l’imperscrutabile e, quando anche si riescono a raggiungere profondità impensabili, le immagini che ci vengono riportate narrano di esseri viventi strampalati, preistorici quasi, dotati di apparati adatti alla sopravvivenza nell’oscurità, ad altissime pressioni. Un libro che Strøksnes si trova spesso a sfogliare, scritto da Olao Magno nel ‘500, rappresenta in modo chiaro la convivenza tra sete di conoscenza e ignoranza naturale rispetto a quanto di più impensabile possa popolare i mari: vecchi mostri acquatici non sembrano poi così tanto distanti dalla realtà, in fin dei conti.

È, poi, inevitabile, ragionare su quanto la nostra presenza su questa Terra ne abbia talmente inficiato la purezza e le potenzialità da aver avviato un processo inarrestabile di estinzione di massa.

Il rapporto tra noi e il mare non è come una romantica storia d’amore in cui la reciproca dipendenza è tale da non poter vivere l’uno senza l’altro… Il mare se la cava bene senza di noi. Siamo noi che senza di lui non ce la caviamo.

Infatti, nonostante tutto quello che noi stiamo provocando con la distruzione dell’ecosistema, il mare, pur soffrendo, pur potendo acidificarsi fino a distruggere qualsiasi forma di vita, nell’arco di qualche milione di anni potrà benissimo riprendersi proprio perché l’ha già fatto in passato. L’uomo, al contrario, non ci sarà più e non tornerà al suo fulgore. Non può che far riflettere questa sperequazione temporale: siamo solo infinitesimi di secondo in un’eternità e, facendo del male all’ambiente, finiamo solo col fare del male a noi stessi.

Il libro di Strøksnes rende riflessivi, ci trasporta tra leggende e miti raccontandoci, in modo semplice e al contempo sublime, di biologia, geologia, industria ittica, viaggi verso l’ignoto, scoperte scientifiche, carte geografiche, stelle, cibo, barche, balene, orche, plancton, silenzio e rumore, avifauna, flora marina, ghiaccio, correnti, tempeste, incidenti, solitudine, amicizia… È difficile che una lettura sia rappresentativa, in modo così ‘fisico’, del suo stesso contenuto, ma è questa la sensazione che si ha leggendo Il Libro del mare: pare proprio di viaggiare su una scrittura ondivaga, atmosferica e cangiante.

E lo squalo della Groenlandia? Beh, lascio a voi la scelta di scoprire come sia andata a finire la caccia.

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