A chi si sente perso

C’era una volta un ragazzo italoamericano che sognava di fare lo scrittore. Lungo il corso della sua vita ha scritto centinaia di pagine tanto belle da farti venire le lacrime agli occhi ma se ne è andato insoddisfatto. Per vivere faceva lo sceneggiatore a Hollywood, eppure anche quando la malattia l’ha costretto a letto ha continuato a fare ciò che forse lo faceva stare più bene: scrivere, dettando a sua moglie il suo ultimo romanzo. Parlo di John Fante, anche se il suo nome, ai fini del discorso è del tutto irrilevante. Ciò che mi interessa è tentare di capire perché non fosse felice, cosa lo rendesse insoddisfatto. Lui che ha scritto romanzi indimenticabili, lui che aveva una famiglia che lo amava, tutte le carte in regola per spegnere la sua inquietudine.

Se non era felice lui, mi viene da pensare, nessuno di noi potrà mai esserlo. E forse basta guardare dentro di noi per capirlo. Perché sono tante – troppe – le volte in cui la bussola si è rotta, e abbiamo perso la strada. Già, come sei ci fosse una strada da seguire. Il problema forse è proprio questo: cresciamo con l’idea che una strada ci sia: chiara, limpida. Promette la grandezza, promette la felicità, promette tutto quello che può farci sentire bene. E la società si è raffinata nel tempo, andando a delineare un percorso che vuole sembrare libero e promettente, ma che si rivela – a ben guardare – claustrofobico e angusto. In fondo, come giustamente dice il grande scrittore indiano Amitav Ghosh nel suo ultimo libro (“La grande cecità”, Neri Pozza), è la cultura a definire i nostri pensieri e a dar forma ai nostri desideri. Più ci penso e più mi convinco che sia vero. La società di oggi è una donna bellissima: prosperosa, ammiccante e mora (le bionde sono passate di moda). Una donna bellissima e vuota, come il tuo stomaco allora di pranzo quando hai fatto colazione all’alba e non ti sei portato dietro crecker perché non ne avevi voglia. Una donna che cattura la tua attenzione fino ad annientarti. Quando tenti di respirare ti riguarda negli occhi e non ti lascia più andare.

Sì, perché i risultati sperati non arrivano mai. Il traguardo è come l’orizzonte: tu corri ma rimane sempre alla stessa incolmabile distanza. E se ti sembra che tutto sia costruito per allontanarti da ciò di cui veramente hai bisogno, da quel poco che potrebbe renderti felice, se ti sembra che le cose stiano così è perché effettivamente è così. Non stai sbagliando. Il rischio è sempre quello di cominciare a dubitare delle proprie capacità, delle proprie passioni. Può sembrare che tutto sia vano, che quello che hai fatto fino a questo momento della tua vita non sia servito a niente, non ti abbia portato da nessuna parte, ma non possiamo permetterci di smettere di credere e non possiamo permettere a nessuno – nemmeno a noi stessi – di spingerci a dubitare di noi stessi e delle nostre capacità. Per quanto ne so, John Fante non l’ha mai fatto.

Niente di originale, assolutamente d’accordo. Ma ogni tanto è bene ricordarlo. Abbiamo la memoria più corta delle braccia di zio Paperone.

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2 pensieri riguardo “A chi si sente perso

  1. John Fante non l’hai mai fatto! e anche noi seguiremo l’arduo sentiero dei rovi ardenti, che la coscienza si scateni pure in tutta la sua interezza, a sopravvivere saremo noi e con noi, essa, ora pura potenza creatrice – a fanculo Nietzsche, non mi riferisco solo a quello.

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