Il culto dell’esagerazione: quando una storia si confonde con l’esercizio di stile dello scrittore

Ho letto Una vita come tante di Hanya Yanagihara in una decina di giorni; avevo comprato il libro in lingua originale nel 2015, alla sua uscita, ma ho aspettato quasi due anni prima di affrontarlo. In Italia è stato pubblicato da Sellerio con una copertina a dir poco emblematica. Quando, su Instagram, ho iniziato a notare l’aumento di fotografie e recensioni riferite a questo fenomeno letterario mi sono detta che forse era arrivato il momento di approcciarlo.

little-life

Ho sempre pensato a me stessa come un’umile lettrice; le recensioni che scrivo partono sempre dall’idea che, quantunque un testo possa piacere o meno, nulla mi consente di pontificare in modo assolutista sulle sue qualità. Del resto non si può negare che leggere, per la maggior parte delle persone, sia un qualcosa di squisitamente soggettivo. Tuttavia, per quanto mi riguarda e forse per deformazione professionale, spesso mi chiedo cosa ci sia “dietro” a certe storie e perché un autore senta la necessità di raccontarle.

Un senso di indubbio fastidio mi assale, però, quando mi accorgo che, più che raccontare una storia, l’autore in questione, attraverso la sua opera, abbia preferito raccontare quanto sia stato bravo a scriverla.  Difficilmente si tratta di un processo inconscio: d’un tratto, per chi legge, le pagine iniziano a perdere di spessore e si trasformano in qualcosa che non ha più niente a che fare con il contenuto ma solo con la bellezza della prosa, la perfetta forma, la costruzione sintattica magistrale e la poesia del linguaggio. È in quel momento che ci si comincia a rendere conto che “il troppo stroppia”, come si suol dire.

In molti, anzi moltissimi, hanno amato senza riserve questo libro e la cosa non mi stupisce affatto proprio per la sua indubbia bellezza estrinseca; difficile trovare tomi di 700 pagine che riescano a scorrere con facilità per la fluidità della scrittura, perfetta, corposa ma agile, piacevole ed elegante.

Qui devo fermarmi un attimo per avvisarvi del fatto che, probabilmente, mi scapperà qualche spoilerata, giusto perché questa non vuole essere propriamente una recensione ma piuttosto un’analisi di un certo modo di narrare.

La vicenda che la Yanagihara ci vuole sottoporre inizia con la presentazione di un gruppo di 4 amici, uomini, che si conoscono dai tempi del college e il cui legame durerà per tutta la loro vita. Se in principio il romanzo parte dando voce ad ognuno di loro, con un impianto descrittivo simile che spazia dalle origini familiari, alle aspirazioni lavorative fino ai rapporti sentimentali, pian piano finisce per venire alla luce, con sempre maggior preponderanza, la figura di uno di loro, Jude, protagonista indiscusso e fulcro centripeto delle considerazioni e delle vite degli altri, e il suo legame con Willem, prima migliore amico e poi amante.

Grazie ad un impianto temporale segmentato, fatto di flashback e salti in avanti, lentamente si scopre perché Jude sia così strano, chiuso in se stesso, debilitato fisicamente, sempre vestito in modo da coprire ogni centimetro del suo corpo, ombroso nel descrivere un passato di cui nessuno sa nulla. Un passato e una storia che si dipanerà, in tutta la sua disperazione, nell’arco di tutto il libro.

Non voglio elencarvi ognuna delle efferatezze subite da quest’uomo dalla sua infanzia fino all’età adulta: sappiate solo che sono tante, eccessive, inimmaginabili se accostate una all’altra. È un elenco di dolori, di tentativi di farla finita, di sofferenze inaudite; è una vita di abusi perpetrati da altri o auto-inflitti, una vita di piccolissimi piaceri, così inaspettati da essere goduti per poco, con l’ansia di perderli, di rimanerne privi. È una vita che può chiamarsi tale solo grazie all’intervento di amici e persone che, inspiegabilmente per Jude, lo amano senza requie, a prescindere dal suo corpo martoriato, dai suoi silenzi e dalla sua incapacità di chiedere aiuto.

Le tematiche che la scrittrice affronta tramite Jude, il suo rapporto con il mondo e gli altri personaggi, sono moltissime: violenze sessuali, pedofilia, percosse, disgusto, amicizia tra maschi, adozione, perdita, lutto, omosessualità, bisessualità, asessualità, fiducia, tradimento, suicidio, amore, talento, successo nel lavoro, intelligenza, bontà, malvagità, rabbia, compromessi, ricongiungimenti, paure, sollievo, mutilazioni, salute precaria, problemi psichiatrici e così via…

Poche cose ho apprezzato davvero e, tra tutte, l’analisi dell’amicizia in quanto fattore di responsabilità verso l’altro: fino a dove si possa o si debba arrivare nella cura dell’amico, se si possa agire in suo aiuto anche senza averne il consenso, se sia lecito sentirsi in colpa quando ci assale l’impotenza,  nonostante siano stati messi in campo tutta la nostra buona volontà e il nostro amore.

Una volta conclusa la lettura– e ammetto di aver tirato un sospiro di sollievo- nella mia testa si sono affollate un sacco di domande: perché la Yanagihara ha scritto un libro del genere? Perché così esagerato? Perché non mi è rimasto nulla di quanto letto? Perché ho avuto la sensazione così netta, in fin dei conti, di trovarmi davanti a un esercizio di stile, seppur egregio? Perché, dicendo troppo, mi è parso che Una vita come tante, al contrario, non mi abbia detto niente?

Sono andata a cercare informazioni sull’autrice, qualche intervista per capire meglio la mente dietro all’opera, e ne ho trovata una che mi ha dato alcune risposte (se volete, la trovate qui) alle domande di cui sopra.

C’è un punto in cui l’intervistatore del Guardian le chiede come abbia gestito i dissapori con l’editore quando le chiedeva di abbassare i toni del libro nel rispetto di quanto un lettore possa sopportare. La Yanagihara risponde, innanzitutto, dicendo che il concetto di ciò che chi legge può reggere è abbastanza relativo e soggettivo – e su questo sono completamente d’accordo- però poi continua  affermando che la sua intenzione è stata proprio quella di esagerare su ogni fronte: voleva che la violenza, l’orrore, l’amore, la compassione, l’empatia, la volgarità fossero eccessive. Voleva che tutto risultasse eccessivo, sempre ai limiti tra sentimentalismo e buon gusto.

Rispetto agli abusi sessuali pesantissimi subiti da Jude l’autrice ha affermato che, in realtà, non è molto interessata alla tematica in sé. Le risultava più accattivante, come scrittrice, descrivere gli strascichi di un abuso sulla mente degli uomini, che vengono privati della loro mascolinità, rimanendone segnati a vita forse più di quanto possa accadere alle donne, più consce del fatto che spesso rischiano di essere considerate come meri e beceri oggetti sessuali (!). Infine, ammette che forse la vita di Jude, pur essendo ipoteticamente possibile, è comunque quantomeno improbabile.

Ebbene. Ebbene.

Ne ho letti tanti di libri sul dolore, sulla disperazione, sui traumi e sulla violenza ma nessuno di questi ha puntato su un’esagerazione così tirata. Spesso mi è capitato di aver a che fare con letture molto più crude (“Anatomia di un soldato“, H.Parker), cattive e brutali (“L’urlo e il furore“, W.Faulkner); spesso non erano affatto scarne  (“Infinite Jest” di D.F.Wallace, “Furore” di J.Steinbeck, “Middlesex” di J.Eugenides); spesso la trama era piccola e striminzita eppure piena di significato (“Lions” di B.Nadzam, “La pioggia gialla” di J.Llamazares, “ll mandarino meraviglioso” di A.Erdogan).

Insomma, nel panorama della letteratura moderna e contemporanea, dove va a inserirsi un libro come quello di Hanya Yanagihara? Cosa può darci in più o in meno rispetto a quanto già esistente? In molti lo hanno amato e lo stanno amando mentre scrivo… Il problema è quindi soltanto mio? Ho peccato di soggettività?

Certo è che le riflessioni non mancano. E forse era proprio questo l’obiettivo della scrittrice.

Annunci

3 pensieri riguardo “Il culto dell’esagerazione: quando una storia si confonde con l’esercizio di stile dello scrittore

  1. bella recensione, ma non sento la cattiveria che dovrebbe averti suscitato questo troppo che stroppia, tant’è che invece mi hai incuriosito e quasi quasi me lo leggo! gli elementi interessanti da te citati sono tanti, e se poi mi dici che sono 700 pagine di perfezione che scorrono senza colpo ferire mi viene proprio da pensare che hai “peccato di soggettività” 😉

    Mi piace

  2. Forse hai ragione Domenico! Ho cercato invece di non cadere in un’eccessiva soggettività, valutando sia i pro che i contro di un libro che, come lettrice, non mi è proprio piaciuto ma che, come critica, ho dovuto analizzare in toni meno drastici. Comunque ti ringrazio per il commento!
    Martina

    Liked by 1 persona

    1. comunque per me non c’è niente di male a stroncare soggettivamente e drasticamente un libro che non ci piace. l’importante è sostenere la propria tesi con elementi validi e magari adottando una prospettiva originale soprattutto rispetto al coro unanime di apprezzamenti. in questo modo son proprio le stroncature sanguinarie quelle più divertenti da scrivere. purché non ci sia dietro qualcosa di personale, credo sia assolutamente lecito.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...