Una battaglia senza vincitori. “Residenza Arcadia” di Daniel Cuello

Quando mio nonno è morto, la prima cosa che sua sorella ha detto è stata: “Io ora resto sola”. Era un giovedì di novembre e stavo facendo i compiti di matematica. Rimasi sorpresa dal fatto che la sorella del morto fosse più dispiaciuta per se stessa che per il fratello, ma il tempo passa e la conclusione dell’adolescenza ti fa comprendere meccanismi che solo pochi anni prima avresti ritenuto incomprensibili. Mi intristiscono la tristezza bieca e la rassegnazione maligna che la vecchiaia si porta appresso, quel terrore che ti assale all’improvviso dai sessant’anni circa, e ti spinge verso l’abisso. Invecchiare è come precipitare in un burrone e cercare, mentre ti si infila la terra sudicia sotto le unghie, di trovare un qualsiasi appiglio che ti faccia dire: “Non ho vissuto invano”. E di tutto questo disperato affanno, di questo terrore viscerale, non resta che un tonfo ed un corpo vizzo in fondo ad un crepaccio.

Mi ha fatto pensare a tutto ciò Residenza Arcadia, l’opera di Daniel Cuello pubblicata dalla Bao e distribuita a partire dallo scorso 15 maggio. La storia narra di un condominio abitato da gente anziana che si conosce da molto tempo e la cui tranquillità viene spezzata dall’arrivo di una nuova famiglia di coinquilini non voluta da nessuno perché “diversa”. Sullo sfondo si staglia, imponente e minaccioso, un regime autoritario che richiede fiducia totale e del quale ben poco ci è dato sapere. Nel mezzo ci sono tutti i pettegolezzi, le stranezze, gli odi, i rancori di un piccolo mondo, inevitabilmente ancorato in un passato che, in quanto tale, non tornerà mai più. Mi ha interessato il modo in cui l’autore riesce a rendere veridica la vecchiaia: le paranoie insensate di Mirta, il tentativo di controllare sempre tutto di Dirce, la loquacità vacua del marito Emilio, l’indefessa fedeltà al regime di Dimitri, Ester che spia il mondo senza uscire di casa. Poi la vita scorre e tutte le minuzie che sembravano fondamentali, si rivelano polvere.

Gli anziani qui si sono costruiti un mondo autonomo, lontano da quello vero e, almeno dall’esterno, candido, immacolato, perfettamente funzionante. In questa artificiosa e labile menzogna giace il desiderio disperato di aggrapparsi a qualcosa di stabile mentre si sta per perdere tutto. Quando si è vecchi si sa che ben presto non si sarà più nemmeno capaci di mangiare da soli e si resterà in balia di nipoti troppo occupati o in case di riposo squallide. Dunque è per questo che i personaggi di Residenza Arcadia si gettano a capofitto in una disperata crociata intessuta di pregiudizi, malignità, sgarbi, lamentele, insulti, cattiverie per cercare di preservare quella che pareva una realtà stabile, l’unico punto fermo in un mondo che crolla sotto le loro pantofole. E allora, visto che la disperazione è tanta, ogni particolare è indispensabile per la creazione, fasulla, ma tanto necessaria, di un mondo perfetto. Un vaso di fiori al posto giusto, il postino che passa ogni settimana, dare il cibo al canarino. Ogni dannato particolare deve essere al suo posto perché, con le lacrime agli occhi ed un fottuto peso sul cuore, l’anziano sa che ogni secondo potrebbe essere l’ultimo e, in un modo assolutamente irrazionale, violento o anche offensivo, vuole aggrapparsi ad un ricordo bello di una vita dolorosa, ma che fa male pensare di aver sprecato.

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