Karl Ove Knausgård, quando scrivere significa lottare

Non è semplice dare un volto alla letteratura contemporanea o comunque non è semplice definire chi, in questi anni, è stato capace di fornire un contributo reale ad una realtà reale in una società letteraria reale. Distinguere gli smeraldi da quella che Jep Gambardella chiama fuffa. I nomi che squarciano il velo sono pochi. Molti si dissolvono a due mesi dall’uscita del libro. O comunque, in noi, si consumano dopo due settimane dalla lettura. Ma è meglio se questa cornice dia spazio al nome dell’autore a cui mi riferisco. Bando alle ciance e diamo gli estremi del drago in questione.

Io parlo di Karl Ove Knausgård. Uno scrittore norvegese, classe 1968 (come mia madre. No. Forse mia madre è del 1966, ma insomma: coetaneo a mia madre, per intenderci) su cui la critica contemporanea e le riviste di settore si son dovute per forza soffermare. Uno scrittore che, giusto per dare due numeri, ha scritto un libro di quasi 3500 pagine, titolo norvegese Min Kamp. In italiano è traducibile come La mia battaglia, in tedesco come Mein Kampf (che, capirete, non sarà piaciuto a tutti). Feltrinelli ha deciso di sezionare l’uscita stillando goccia dopo goccia il corpus in 6 pubblicazioni: siamo arrivati alla quarta. Il libro racconta di una cosa straordinaria, ossia della normalissima vita di Karl Ove  Knausgård. I nuclei fondanti sono due: la morte del padre (raccontata come un artigiano in ferie che scolpisce parole sulla costiera Amalfitana: sublime) e il suo continuo stato di tensione e di non appartenenza. E quando dico continuo, intendo: continuo. Knausgård si chiede morbosamente cosa bisogna realmente fare per rimanere in pace col mondo restando in sintonia con la propria solitudine. Si può instaurare una distanza che non sia alienante verso chi mi si siede accanto a cena e allo stesso tempo viversi una dimensione solitaria armonica e non limitante? Knausgård scrive come un ballerino che ha saltato tutti gli allenamenti. L’intento autobiografico è chiaro – non a caso la moglie divorzierà dopo l’uscita del suo sesto libro nel quale è raccontato un tradimento mai ammesso – ma non vuole mai cedere all’autofiction. Carrére, per intenderci, è un professionista nel raccontarci i fatti suoi. Knausgård, invece, lancia milioni di pietre alla volta e nasconde tardi la mano. Il norvegese punta tutto su quello che non sa della sua vita. Una sorta di recherche al contrario. Si chiede quale sia stato il rapporto col padre, perché non è mai riuscito ad essere libero con sua moglie, qual è il rapporto tra finzione e morale in una cena nella quale si odiano tutti.

Mai scorderò una scena del suo primo libro: il protagonista mette piede nella casa del padre, morto da poco. Una casa distrutta, segnata dal periodo del disfacimento e dalla malattia. Lui entra nel bagno, vuole farsi una doccia, c’è tutto il necessario intorno, l’acqua calda inizia a solleticargli i piedi. Tutto in quel momento, dice Knausgård, porterebbe un uomo a masturbarsi. Ma di lì, nell’altra stanza, c’è il padre morto. Cosa, dunque, distanzia un essere umano da quell’atto, in quel momento? La morale, l’idea della trasgressione, l’etica, il concetto di rispetto, l’appartenenza? Cosa? Il protagonista non si dà risposte. Ed in quella conflittualità c’è del grande.

Bisogna diventare scrittori per mestiere per raccontare questo tipo di idiosincrasie. Altrimenti ci sono tanti altri mestieri che un uomo può fare: il fioraio, l’ingegnere, il pilota, l’imbianchino, il cassiere, l’artigiano di tessuti, il postino, l’impiegato, il rappresentante di profumi, il farmacista, il portiere, il guardiano notturno, il barbiere, il rivenditore di giornali, l’avvocato di diritto penale, il giurista, il cameriere, l’imprenditore. Non lo scrittore. Knausgård è uno che resta. Nel cosmo degli ultimi (almeno 10) anni di letteratura. Resta. Basterebbe guardarlo in faccia.

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