Michele Mari è tornato ed è leggenda

Un Michele Mari come non lo avete mai visto. Sentito, forse sì, data la sua nota propensione al racconto di eventi comici e non della sua vita alle presentazioni dei suoi libri. Letto, sicuramente, nella sua opera fino ad ora più autobiografica “Tu, sanguinosa infanzia”, ma anche parzialmente nelle sue poesie e in Asterusher. Nell’ultima fatica “Leggenda privata” però, troviamo qualcosa di più immediato e diretto di cui ha sperimentato l’efficacia con Asterusher, ovvero la fotografia. Qui però troviamo dei ritratti di famiglia e di vita quotidiana, quasi come se Mari ammettesse che per certi momenti, certi volti, certe situazioni, nessuna mediazione, nemmeno quella linguistica, da lui più amata e meglio governata, potrebbe rendere quanto una visione subitanea e non filtrata degli eventi, dei luoghi, delle persone. Se proprio si volesse etichettare l’opera si potrebbe usare la parola autobiografia. Per aggiungere un po’ di criticità alla definizione però, direi che si tratta di un’autobiografia incatenata.

L’autobiografia dovrebbe infatti essere un genere libero, in cui l’autore può scrivere ciò che della sua vita gli sembra più degno di essere pubblicato e nello stile che preferisce, che di solito è molto piano, semplice e comunicativo, nella speranza di dare più spazio agli accattivanti eventi della sua esistenza. Mari invece, forse per masochismo,  ma più probabilmente per genio, ha deciso di complicarsi l’impresa legandosi fin dalle primissime pagine due catene alle caviglie e buttando via le chiavi, per poter rimanere fedele a questo patto fino all’ultima parola del libro.

La prima catena è quella dei temi raccontati, che gli vengono fittiziamente (o forse realmente?) imposti dai suoi demoni interiori, che fin da bambino lo hanno accompagnato nelle sue avventure, immaginarie e reali, di notte e di giorno. Essi sono delle presenze macabre e costanti, che incarnano le sue paure, le sue angosce, le sue inquietudini peggiori e mai espresse.

L’idea di Mari, inconscia da bambino e conscia da adulto, è quella di poter esorcizzare queste paure, personificandole e rendendole vive, presenti e dunque controllabili, quasi ridicole a volte (La Vecchia dai capelli inzuppati di pipì, Quello Che Biascica, Quello che Gorgoglia) per potersi finalmente sentire superiore a qualcuno. La superiorità è quel sentimento mai concesso al Mari-bambino né dalla presenza sovrastante del padre ma nemmeno dalla madre, troppo debole, con la quale ogni sforzo di essere superiore sarebbe stato eccessivamente semplice, una vittoria troppo facile e quindi insoddisfacente, non valida.

Gli Accademici incarnano l’angoscia del Mari-adulto nello scrivere un’autobiografia, passaggio quasi obbligato nella carriera di uno scrittore, l’angoscia oltretutto di dover per forza scrivere della sua infanzia, il periodo più vivido nella sua memoria, ma anche il più tragico. L’angoscia di scrivere di suo padre e di sua madre, proponendone dei ritratti affatto encomiastici, temendo forse un ritorno dell’antica ira di lui e un rimprovero ultraterreno (e quindi più mortificante) da lei. L’angoscia inoltre che per il pubblico e i critici (gli Accademici) non sia una storia abbastanza accattivante e orrorifica, almeno non tanto quanto l’ha vissuta l’autore in prima persona. Per evitare una biografia piatta quindi Mari sceglie e si impone di raccontare non l’intera sua esistenza bensì solo alcuni degli eventi più terribili, ma anche più emblematici relativi alla sua infanzia e prima giovinezza, al suo rapporto coi genitori, al rapporto dei genitori fra di loro e con altre persone interne ed esterne alla famiglia.

L’altra catena, che per Mari è sempre stata in ogni libro un vincolo autoimposto ma anche automatico e naturale è quella del linguaggio. Mari non si lascia sedurre dalla pregnanza dei temi trattati per mollare la presa linguistica e non lascia che le parole siano un mero strumento per comunicare qualcosa di più grande, ma anzi le rende protagoniste.

Sartre nel suo più famoso saggio “Che cos’è la letteratura?” distingue la prosa e la poesia proprio in questo modo: la prosa utilizza il linguaggio per avvicinarsi all’oggetto, va al di la delle parole considerandole come segni di qualcos’altro, come meri strumenti che si logorano a poco a poco e che si gettano quando non servono più. Il poeta invece resta al di qua del linguaggio, considera le parole non come segni ma come cose, con delle precise proprietà, analoghe all’espressione di un viso o al profumo di un fiore. Esse, in quanto insieme di proprietà, diventano quasi il prolungamento dell’autore, dei suoi sensi, le sue pinze, le sue antenne, i suoi occhiali, grazie alle quali allarga la sua persona e diventa un tutt’uno con esse. Il linguaggio poetico, sartrianamente parlando, di Michele Mari mi ha tramesso questo, ovvero la palpabilità della sua persona e della sua vita grazie alle parole utilizzate.

Per fare un esempio ho notato l’importanza data alle parole storciate ironicamente e continuamente della madre, ormai alcolizzata e perennemente depressa, oppure il biascico del vecchio Accademico, scritto lettera per lettera, che lo rende presente davanti ai nostri occhi, con la stessa vividezza con cui lo vede l’autore. Leggendo questo libro noi siamo l’autore, noi arrossiamo di verecondia leggendo di quando urinava nel letto in un’età non appropriata, noi iniziamo a temere il padre Enzo Mari sperando di non incontrarlo mai, noi siamo il bambino che, nella foto di copertina, cerca intimorito ma occasionalmente coraggioso di difendere la madre da una possibile violenza.

Se la madre non lo difendeva, si formava talvolta nella mente del figlio la delirante intenzione di difenderla lui, come si evince da una fotografia scattata dal padre: autentico scudo umano, il figlio si frappone con uno sguardo che dice: “dovrai passare sul mio cadavere”.

Sartre ingloba la poesia, non la prosa (non avendo ancora letto quella di Michele Mari), nell’insieme delle belle arti proprio per il fenomeno di immedesimazione dell’autore con le sue parole, dei lettori con l’autore e quindi anch’essi con il suo linguaggio. Ecco allora l’effetto, riuscito, di questa scrittura accompagnata dagli altri elementi artistici, le fotografie: una circolare fusione di sguardi, di mondi e di storie che solo l’arte può creare.

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