Cara Beat Generation, se mi ami, mi abbandoni

Sul bisogno e su un certo tipo di tacita necessità (anche fisica, elementare, spietata) che la Beat Generation alleghi alla prima adolescenza e al periodo liceale in particolare, ho ammorbato già tutti, qui e lì, mentre ci asciugavamo i capelli dopo l’ora di piscina, nel mio quartiere, a chi nel mio bar si interessava di letteratura. Perché, in fondo, la Beat Generation è come il morbillo, prima o poi si attacca addosso, diviene una specie di ossessione, poi passa.

La fascinazione per quel periodo americano, per lo sfavillante Jack Kerouac, per l’ultrabrillante Allen Ginsberg, per il cherubino Gregory Corso, per il fanatico Burroughs, è una questione di ormoni essa stessa. Ha a che spartire con l’illusione opaca della libertà, con la prevaricazione del consueto nell’ordinario. Io, lo ricordo bene, mi vantavo delle mie letture Beat con la prima ragazza a cui ho toccato il seno. Perché quel mondo lì (la tetta per la prima volta toccata e la Beat Generation) è tutto un grande filone narrativo, che va dalla scoperta del proibito alla necessità di dargli un nome.

E vai, con i titoli: Sulla Strada, Urlo, Poesie di Corso, Pasto Nudo, A Coney Island Of The Mind. Per poi sviluppare un feticismo tedioso per i figlioletti della Beat, per chi l’ha solo sfiorata, per la nicchia della nicchia, i vari Gary Snyder, Neal Cassady, Carl Solomon.

Quel che voglio far passare con questo articolo, però, è qualcosa di diverso. Quel che voglio far passare è che la Beat Generation ad un tratto, poi, va abbandonata, trattata male, bistrattata. Bisogna, per un fermento insito che s’instilla malato nel cuore, andare oltre. Non avanti, ma indietro. E’ bene, ecco, vedere quali autori prediligevano gli autori Beat, quali sono le origini. Da Nietzsche ad Omero, da Jean Genet a Miller, da Caldwell ai maledetti francesi, ad Apollinaire, ai fiumi cervellotici di Pietroburgo, a Dostoevskij.

Rileggendo questi, spolverando queste figure dal paradigma del classico, si può capire come la Beat Generation sia stato un movimento che ha vinto sui giovani e sui loro istinti per il modo, per la capacità spietata di rovesciare i tavoli in quegli anni, non per la novità in sé. Il tema del viaggio come frontiera era stato già espletato da Melville un secolo prima, l’avanguardia del sesso e l’urgenza del sogno, invece, era già ben consumata dai primi surrealisti, dai primi provocatori, dagli Scapigliati e dai Crepuscolari in poesia.

I Beat sono un ottima vetrina di avanguardia, un passo necessario per capire il mondo, per prendere una direzione, un lago artificiale di coraggio, un fiore dal quale succhiare fino all’ultima goccia del midollo in giovinezza. Questo. Ma per capire quello di cui parlano, vanno superati, ne vanno conosciute le origini.

Poi, trent’anni dopo, ma questo vien naturale, nei pomeriggi di Novembre inoltrato vanno ripresi tutti quei libri e vanno riletti, quelli Beat intendo, ché la storia di Sam e di Dean Moriarty e del loro viaggio sulla strada è uno dei migliori cazzotti nella pancia che si possa mai ricevere, è una delle fontane più belle a cui bere con le mani a coppa.

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