Luoghi letterari metafora dei luoghi dell’anima

Ho scoperto Dino Buzzati grazie a “Il Deserto dei Tartari”, ancora oggi il mio romanzo preferito in assoluto. Da allora non l’ho più abbandonato. Dopo aver letto “Bàrnabo delle montagne” e “Sessanta Racconti” è stata la volta di “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”: di diversa impronta, dai toni più leggeri, mascherato come un semplice racconto per bambini è, in realtà, sorprendente, sottilmente ironico e pieno di significato.

Pubblicato prima come un racconto a puntate sul “Corriere dei Piccoli”, esce in volume nel 1945 accompagnato dalle bellissime tavole a colori dello stesso Buzzati.
Un racconto semplice, abbastanza lineare, intervallato solo in alcune parti da filastrocche; protagonisti sono gli orsi e gli uomini.

Progetto senza titolo (1)

Ambientato in una remota Sicilia, fuori da definizioni temporali, narra di un gruppo di orsi che, sotto la guida di Re Leonzio, vivono sulle maestose montagne del luogo; a seguito di un rigido inverno che mette a dura prova la loro sopravvivenza, decidono di invadere la capitale (governata dal Granduca) , anche con la speranza di ritrovare Tonio, figlio del re, rapito tanti anni prima da alcuni cacciatori. Dopo tante peripezie, diverse perdite e il ritrovamento di Tonio, gli orsi conquistano il Granducato: inizia cosi il regno di Leonzio sulla città, improntato alla pacifica convivenza tra orsi e uomini. Una convivenza lunga tredici anni, che purtroppo ha plagiato gli orsi: dapprima ingenui e umili, hanno ormai acquisito i vizi degli uomini. Sono diventati ambiziosi e pieni di capricci, si ubriacano, giocano d’azzardo e sono arroganti. Solo la morte del re, ad opera di uno dei suoi, riporta l’ordine e la situazione allo stato iniziale: prima di morire il re chiede al figlio di riportare gli orsi tra le montagne per abbandonare definitivamente la corruzione della città.

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“Ahimè cos’è la vita […]
Allora, solo bacche di ginepro;
per dormire, qualche frasca di pino
per bere, il muso alla fonte.
Oggi, bere in coppe di vetro
mangiare paté di bisonte
dormire sotto il baldacchino.
Oh come si stava male allora
e adesso invece come si è contenti!
Che peccato però non sia ancora
come una volta: con bufere e venti
e gelo e sassi e spine e cielo nero
ma col cuor leggero!”

Un racconto non solo per bambini, appassionante, divertente, ricco di colpi di scena emozioni e stati d’animo; e, ovviamente, tipica creazione di Buzzati.
Anche in questa breve storia risaltano i temi cari all’autore quali l’angoscia, la paura, la morte, la magia e il mistero; in particolare, tutta la vicenda si muove sul filo dell’inatteso e dell’imprevedibile, sulla speranza accompagnata, immancabilmente, dall’illusione.
Con schemi riconoscibili, anche in altre sue opere, egli interpreta attraverso il mondo fantastico e surreale la realtà e l’esistenza mascherando, con l’ironia e con l’invenzione, l’amarezza e l’incertezza insite nella condizione umana. Filo conduttore che collega tutte le sue opere, come dimostra anche “Poema a fumetti” (di qui vi abbiamo parlato qua).

Il filo conduttore di tutta la vicenda è rappresentato dalla contrapposizione tra gli uomini  e gli animali, dove gli ultimi altro non simboleggiano che altri uomini. Da una parte ci sono gli orsi e le montagne, dall’altra gli uomini e la città che con le loro abitudini e i loro vizi sono riusciti a plagiare e cambiare la natura dei primi.
Dall’impossibilità della convivenza tra questi, i quali prenderanno le distanze nel finale, emerge il pessimismo e la sfiducia di Buzzati nei confronti del genere umano, e una conferma ulteriore dell’attaccamento dello scrittore a determinati luoghi.

Pur vivendo la maggior parte del tempo a Milano, rimase sempre legato alle montagne (era di San Pellegrino di Belluno) che in tutte le sue opere rappresentano un luogo di solitudine e pace, ma soprattutto di tranquillità e purezza.
E così le sue montagne possono esser viste come una metafora dei luoghi cari al suo spirito; un luogo remoto ed arcano dove nel silenzio si può cogliere il senso della vita, ritrovare se stessi e i veri valori, che nulla hanno a che fare con i valori smarriti delle Metropoli, sostituiti da mere illusioni, quali il denaro e l’egoistica etica borghese.

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” Tornate alle montagne. Lasciate questa città dove avete trovato la ricchezza, ma non la pace dell’animo. Toglietevi di dosso quei ridicoli vestiti. Buttate via l’oro. Gettate i cannoni, i fucili e tutte le altre diavolerie che gli uomini vi hanno insegnato. Tornate quelli che eravate prima. Come si viveva felici in quelle erme spelonche aperte ai venti, altro che in questi malinconici palazzi pieni di scarafaggi e di polvere. E gli uomini saluteranno tra lamenti e singhiozzi la partenza degli orsi specchio di un modo di vivere che non sanno fare proprio…”

LEGGI ANCHE: «E poi dicono che sono io a imitare Kafka. È la vita direi». Lo scriptorium di Buzzati

 

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