Il ghiaccio nell’anima

In casa mia la bibliotechina di libri di fattacci storici, vite vere, racconti di viaggio, di denuncia e reportage più disparati continua a infoltirsi. La lettura di questi testi fa parte della mia dieta alimentare: uno/due alla settimana tolgono il medico di torno… Altro che le mele! Non è difficile accorgersi quanto, a dar spazio a questo tipo di letteratura, siano maggiormente le case editrici indipendenti; mi sembra di avervelo già detto più volte in effetti.

Non fa eccezione una delle mie ultime scoperte, Artico Nero, la lunga notte dei popoli dei ghiacchi, scritto da Matteo Meschiari e pubblicato da Exòrma. Casa editrice e autore si avvolgono in un abbraccio di intesa in questo libro che tratta di umanità, ambiente, geografie e narrazioni poetiche.

Meschiari è antropologo e si occupa da tempo di approfondire lo studio del mondo selvaggio, la wilderness, gli spazi aperti e il modo di vivere e sopravvivere di popolazioni che stanno scomparendo nel silenzio del disinteresse.

Il suo libro, piccolo ma intenso, grazie ad una scrittura varia e formidabile, piena di sfumature e stili diversi, tra fiction e non fiction, verità e invenzione che attinge al reale, presenta tutti gli equilibri di una ricerca scientifica e la bellezza struggente di un FullSizeRenderracconto drammatico. Ogni capitolo è dedicato a sette storie ambientate nelle terre dell’artico, dalla Norvegia al Canada, dall’Alaska alla Siberia… Sono storie sferzanti, di dolore e morte, storie che ci portano alla mente tradizioni e culture assorbite e cancellate dal colonialismo prima e dalla globalizzazione estrema poi, storie di anime perse, di mammut che spuntano dai ghiacci, di terre in decomposizione.

La dignità di queste genti -Sami, Inuit, Ciukci, Yupik e moltissime altre- profondamente legata alla Terra, ai rapporti tra uomo e donna e alle mansioni suddivise per genere, alla caccia, alle mutazioni climatiche naturali e alle tradizioni tramandate di generazione in generazione, con lunghi racconti serali attorno al fuoco, è stata schiacciata dalla volontà di chi li ha sempre trattati come selvaggi, nel senso dispregiativo del termine, come esseri inferiori da mostrare nei musei in un’ottica lombrosiana che ai tratti somatici, più che dare connotati di delinquenza, ne attribuisce altri di tipo preistorico ma come se si trattasse di cavernicoli e non di popoli antichissimi, talmente antichi che andrebbero salvaguardati.

La distruzione del loro habitat fisico, sociologico ed etnografico, scaturisce dalle azioni indiscriminate dell’uomo, sia in termini di catastrofi ambientali e degenerazione del nostro pianeta, sia per quanto riguarda l’utilizzo di gruppi di propri simili più deboli per fini di geopolitica, di sfruttamento dei territori, di brutali interessi commerciali.

Non stupiscono, quindi, gli alti numeri di suicidi, violenze sulle donne, tratte di bambini, uso di superalcolici come palliativo alla disperazione, al vuoto nel cuore, alla mancanza di senso in una vita che un tempo trascorreva secondo ritmi ben precisi e che ora si dissolve nel nulla. Non stupisce che i giovani tentino di emulare le gesta degli anziani senza però capirne più il significato, vivendo nella contraddizione perpetua di appartenere ormai, da un lato, al mondo di oggi, e dall’altro al mondo di ieri, come un sospiro di tempi andati, di luoghi perduti, di radici strappate.

Quando scrivo di libri non amo raccontarne la trama o il contenuto con troppa dovizia di particolari; preferisco lasciare, a chi rimane incuriosito dagli accenni che faccio, tutta la libertà di andarsi a perdere tra le pagine, senza pregiudizi, senza sovrastrutture. E credo sia ancora più importante farlo nel caso di Artico Nero perché, con la sua chiarezza, la sua poetica e la sua rabbia senza filtri, riesce a raggiungere un livello di riflessione profondissimo e a tratti dilaniante. Vi voglio solo riportare un estratto, a parere mio, fondamentale.

“Le terre dell’estremo nord sono uno specchio del prossimo futuro. Guardarle significa guardare il mondo tra qualche anno. In varie parti del pianeta c’è chi può permettersi di costruire dighe. In altre parti bisogna semplicemente andarsene. Sono i nuovi rifugiati del clima. Oltre ogni barriera etnico-politica la gente delle coste si sposterà verso le terre più stabili… Sarà più difficile chiudere porte e cancelli come a negri e terroni. Verranno da ogni parte. Alcuni avranno la pelle bianca. Un giorno avevano cose. Un giorno non le avranno più.”

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