Noi, figli della paura e del coraggio. La terra dei figli di Gipi

A novembre nascerà il figlio dei miei amichetti Emy e Marco. Avere dei figli è il modo naturale attraverso il quale l’uomo porta avanti la propria specie. Vero è che gran parte della vita dei genitori è dedicata a preservare la loro debole figliolanza tramite uno spaventoso numero di: “guarda prima di attraversare”, “allacciati le stringhe”, “mangia piano”, “non correre”, “prendi il golfino”.

Eppure c’è un problema: se pensiamo a noi, giovani d’oggi, tutta quella valanga di raccomandazioni non è servita a creare adulti forti, ma una generazione etichettata come debole e fragile. Le nostre mamme ci hanno ripetuto mille volte di comportarci bene e di mettere la mano davanti alla bocca prima di sbadigliare, ma non ci hanno mai spiegato che non siamo speciali, non avremo un lieto fine e non saremo mai felici perché le fiabe che ci raccontavano erano tutte bugie.

Il punto è che una volta diventati adulti, ci siamo ritrovati all’improvviso in una landa desolata, in un mondo sterile ed infecondo, senza speranza o futuro certo perché, a quanto pare, questa è la vita. Quando si è preda del delirio di onnipotenza adolescenziale, si ha la netta sensazione che, anche se si vive in un momento storico sfavorevole, si troverà il proprio posto del mondo. Ci si convince di questo perché, remota in qualche parte nelle nostre viscere, c’è la netta sensazione di essere speciali. Il mondo fa schifo, certo, ma IO so che ce la farò. Poi diventi adulto, capisci che nel mondo non c’è posto per nessuno ed impari a sorridere mentre ti marcisce l’anima. Però, in qualche modo, siamo ancora tutti in piedi ed andiamo avanti.

Tutto ciò mi ha fatto venire in mente l’ultimo libro di Gipi: la terra dei figli. La graphic novel parla di un universo post apocalittico che si trova sprofondato tra disumanità ed analfabetismo. In questo orizzonte grottesco due ragazzini cresciuti a legnate dal padre ed ignari di come fosse il mondo prima della catastrofe, scenderanno nell’inferno, per poi riemergere verso una meta auspicata ed imprecisata.

C’è silenzio tra le pagine del libro. C’è un immenso e perturbante silenzio che si aggira in un mondo grottesco, arido, ferino ed inquietantemente plausibile. I due protagonisti sono stati costretti a crescere all’improvviso, conficcando le unghie nella carne viva e ringhiando come cani rabbiosi. Vivono d’istinto, senza essere animali. Si trovano a vivere in un mondo non più fatto per uomini, ma non mollano e procedono.

Questo risolve in parte la questione sollevata. La principale ragione per cui è piacevole leggere un libro è che un oggetto di questo tipo, ha una finalità che invece la nostra vita non ci presenta. E tanto più un libro parla di qualcosa che ci riguarda, tanto più la sua finalità può spiegare la nostra complicata esistenza o i problemi e le domande che ci poniamo.

È dunque innegabile che il mondo non funzioni e che la vita spesso si riassuma ad una serie di dolorosi colpi in faccia, però siamo qui, noi, figli di questa nostra terra. Non è colpa della mamma se non sappiamo stare al mondo, ma è solo un nostro problema. Essere adulti significa diventare abbastanza forti per comprendere che i genitori sono persone come noi, solo con il coraggio probabilmente illogico e folle, ma di certo eroico, di mettere al mondo una nuova vita, con l’auspicio che sia in grado di camminare da sola per vedere il bello che, dicono, ci sia oltre tutto questo schifo.

“Sì mamma, l’ho messa la canottiera”

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