Leggere le poesie di Franco Arminio è come ascoltare Debussy

Franco Arminio, bisacciano di nascita, si autodefinisce un “paesologo”. Il suo nome è legato da sempre alla volontà di tener vive e rispettare le piccole realtà locali. Questa meticolosa attenzione nei confronti del microcosmo naturale è paragonabile ad una sorta di riflessione su ogni piccola particella che compone l’essere umano e di conseguenza la realtà in cui egli è calato. Il microcosmo come unicum che emerge trionfante da questo andirivieni di caos patologico che, la moderna società vive giorno dopo giorno.

La pubblicazione di Arminio di cui parleremo è stata edita da Chiarelettere ed è l’ultimo lavoro di un autore che vanta la paternità di numerosi volumi, da “Terracarne” (Mondadori) a “Vento forte tra Lacedonia e Candela” (Laterza). Vive nel suo paese sito nell’Irpinia orientale e con le sue parole difende i paesi a rischio di abbandono: “La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito”. Una sorta di “tutore” dei piccoli centri. Arminio è anche regista, documentarista e fotografo. Roberto Saviano lo ha definito “uno dei poeti più importanti di questo paese” e gli ha reso il merito di aver raccontato “il terremoto e ciò che ha generato”. Oltre a ciò anima il suo blog “Comunità provvisorie” con articoli molto profondi e attuali e scrive per il Manifesto e il Fatto Quotidiano. Ma veniamo al dunque.

Avvicinarsi alla lettura di Arminio è come ascoltare Debussy: anticonformista per i tempi, impressionista nell’opera e romantico con delicatezza.

51CAtCLhN2L._SX322_BO1,204,203,200_Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra” è una raccolta di versi composti in svariati anni. L’ideale sarebbe leggerlo sotto un albero, circondati dalla brina frizzantina che bagna l’erbetta quando nasce il sole per soffermarsi puntigliosamente ma con leggerezza su ogni singolo dettaglio che la natura si presta ad offrirci. L’utilizzo dell’ossimoro “puntigliosa leggerezza” è ponderatamente voluto; come Montale scriveva “dolcezza irrequieta” così Arminio fa viaggiare il lettore verso mondi che con tenace leggiadria custodiscono le istantanee scattate in momenti a cui oggi non si da una benché minima importanza.

La prima parte del libro si intitola “L’entroterra degli occhi”. Perché gli occhi? Perché l’entroterra? Personalmente, l’ho percepito come un invito a scrutare la propria zona interna (da qui entroterra) e la voglia di soffermarsi su tutto ciò che si tende a trascurare. La provvisorietà della vita deve essere la chiave di volta per la salvaguardia degli aspetti ancestrali della nostra anima e del luogo in cui le nostre radici hanno visto la luce.

“Pensa che si muore

e che prima di morire tutti hanno diritto

a un attimo di bene.

Ascolta con clemenza .

Guarda con ammirazione le volpi,

le poiane, il vento, il grano…”

La vita è in una strada secondaria di un paese di provincia dove scruti gli occhi di un anziano che si affanna a raccontarti la sua di vita, in un angolo della tua piccola realtà, nel rallentare i ritmi piuttosto che accelerare, nel tesoro della delicatezza e nella rivoluzionaria dolcezza.

Senonché, ci sono richiami espliciti alla morte che si presenta più volte sulla scena di questo apparato poetico. Gli occhi di uomini e donne che l’ hanno vista “..nera che porta via che porta via la vita” , come cantava De Andrè, a causa di calamità naturali, il ricordo di un caro vicino di casa o la decadenza dello stesso paese…e la rinascita sul finire.

Quella gelosa custodia che fa riemergere dalle macerie una realtà oramai sepolta, l’attaccamento a valori semplici e puri che, permettono agli occhi di vedere un nuovo riverbero. La seconda parte porta come titolo “Brevità dell’amore”. Scrivo di questa mentre ascolto “The great gig in the sky” dei Pink Floyd perché è come dar voce alle diverse tonalità delle corde vocali su cui vibra l’amore.

“La prima volta non fu quando ci spogliammo

ma qualche giorno prima,

mentre parlavi sotto un albero.

Sentivo zone lontane del mio corpo

che tornavano a casa.”

È un amore che sorvola gli istinti, che mette da parte ogni forma di passionalità ma che vive dell’essenza salvifica di cui questo sentimento si fraziona. Tutto si basa sull’ ascolto, sui gesti, sullo sguardo. Anche i silenzi sono fondamentali perché è li che si ritrova spesso a dirsi più di quanto il linguaggio verbale esprime. È lontana dall’avvinghiarsi di due corpi la sua idea di amore, l’amore lo si ricerca in uno spazio di un abbraccio, in un momento da vivere sognato e risognato. La ricerca d’intimità come epilogo ultimo di un amore che definirei quasi platonico.

“Poeta con famiglia” è intitolata la terza parte in cui l’artista apre un grande spiraglio sulla propria vita privata. È l’esposizione di un figlio, di un padre, di un marito, di un poeta. Dai ricordi d’infanzia in cui ogni lettore potrebbe ritrovarsi, all’America, allo sguardo della madre, alle mani del padre, alla protezione paterna, all’amore per la moglie, alla fragilità come poeta.

“Sono Arminio,

alto e fragile, d ‘alluminio.

Della quiete e dell’amore

sono il franco tiratore.”

Il componimento finale è una raccolta prosaica dal titolo “La poesia al tempo della rete”. Lo spirito critico emerge , lo spirito di chi crede nel valore della letteratura e della poesia che non deve essere utilizzata come mezzo superficiale.

Da qui , il rimando alla vetrina Facebook a cui egli attribuisce l’aggettivo di biforcuta dicendo che porta la scrittura ad un clima che sembra appunto quello televisivo dove, si sentenzia subito lasciando un ruolo estremamente marginale all’invisibile che si vuole trasmettere. Il destino labile dello scrittore, quello della poesia, quello del letterato emerge da questo insieme di scritti. Concludo con una osservazione molto forte che vede il poeta come protagonista e di quanto sia importante per il poeta nutrirsi della sua linfa vitale:

“Il poeta è quella creatura che non può stare in questo mondo ed è la persona che più ha bisogno delle cose del mondo. La sua è una bulimia spirituale e, proprio perché è spirituale, non conosce limiti e confini”

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