“Un caffè americano, grazie!”

Le scoperte che si possono fare al BookPride di Milano, fiera dell’editoria indipendente, sanno essere davvero intense ed emozionanti. Alle volte riesci a trovare quello che sarà il tuo ‘libro dell’anno’, qualcosa che probabilmente hai letto tu e qualche altro annusatore di pagine uniche e che, proprio per questo, ti rimane tatuato nel sangue e scorre per un lungo periodo. Sarà la cura che mettono nella presentazione del prodotto, nella grafica, nei contenuti, nel dar spazio a voci che hanno da dire cose importanti… Sarà tutto questo e molto altro: insomma, per quanto mi riguarda, le indipendenti creano dipendenza e una fortissima fidelizzazione.

Uno stand al BookPride 2017 mi ha colpito per i colori, per i gadgets e perché sul tavolo c’erano solo due libri, giallo uno e azzurro l’altro; dietro al tavolo due ragazzi particolarmente accoglienti, Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, creatori di un progetto editoriale di settore, volto a far conoscere in Italia autori poco noti o esordienti della letteratura contemporanea del Nord America. Le Edizioni Black Coffee, nate da una collana già presente nelle Edizioni Clichy, si ripropongono di presentarci un panorama di racconti, fiction e non fiction, visioni fuori dal coro e opere di giovani donne, grazie anche ad un team fidato e preparatissimo.

Ed è proprio con due autrici femminili che il progetto è partito: due autrici agli antipodi nel modo di scrivere e di esprimersi, due autrici che ci presentano il loro personale punto di vista su un America che già abbiamo imparato a conoscere tramite i lavori di D.F.Wallace, De Lillo, Anderson, Haruf e tanti altri… Un’America attuale e spesso traumatica, corrosiva, isolante.

Il libro azzurro è quello di Bonnie Nadzam il cui titolo, Lions, rimanda alla cittadina omonima sperduta nel Colorado, un luogo che sembra non sia mai riuscito a diventare quello a cui aspiravano i fondatori nel dargli un nome così ‘forzuto’; la zampata verso uno sviluppo sempre maggiore, in una terra di promesse e crescita, ha perso nel tempo il suo vigore scomparendo del tutto quando l’unica realtà di tipo industriale esistente, lo zuccherificio, è fallita miseramente. Le strade di Lions sono giusto due, illuminate qua e là dalla poche case ancora abitate, dal vecchio diner e da un bar; e poi c’è l’officina degli Walker, una delle famiglie di più lungo corso, probabilmente presente su quelle terre da sempre. Un nucleo che, per tradizione, sembra sempre reggersi sulle spalle del pater familias, come il padre di Gordon, John Walker, perno dell’attivFullSizeRender (1)ità di lavorazione del metallo che fa arrivare clienti anche da lontano. John Walker che non chiede mai nulla per sé e per i suoi, che pare voglia soltanto “dare” e che sparisce per settimane nella mesa, su al nord, portandosi dietro viveri, coperte e generi di prima necessità destinati ad una leggenda. John Walker che, morendo all’improvviso, lascia sulle spalle del figlio un compito che lo porterà a chiedersi quale strada percorrere per il resto della sua vita: si lascerà il passato alle spalle, andando all’Università come aveva da tempo sognato di fare accanto a Leigh, la sua amatissima compagna di vita, o resterà curvo, scorticato dal vento delle pianure sconfinate a viaggiare in solitaria da Lions al nord fino a diventare il fantasma di se stesso? Le tematiche di questo libro sono poche ma complesse e taglienti come l’uso delle parole che lo compongono, mai di troppo, mai eccessive: si parla di abbandono, di elaborazione del lutto, di amore, di incomprensione, del valore incommensurabile della solitudine, del rispetto della memoria e del bisogno di dimenticare, della rabbia, del silenzio, della dignità e del richiamo delle cose semplici. Si ride poco ma si sorride di tristezza, di malinconia, sensazioni che rimangono anche una volta girata l’ultima pagina.

Il libro giallo, invece, è Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman. È qualcosa di totalmente diverso: se Lions appare asciutto ma pregno di significato, il libro della Kleeman, nel tentativo di passare per pregno di significato, finisce forse con l’esserne povero. Non voglio darne un giudizio totalmente negativo perché comunque il testo scorre veloce, si legge bene e la sua forza sta nella descrizione di un’America di eccessi estremi, di esasperazioni, di consumismo fine a se stesso che si riduce ad un apporto energetico del nulla. TaFullSizeRendernto è vero che la protagonista A ha un rapporto estremamente complesso con il proprio corpo, un involucro che non sa più come nutrire e che sembra riempirsi solo di scorie. Tuttavia la trama si allunga troppo, quando potrebbe benissimo svilupparsi nell’arco di un racconto lungo e non di un romanzo: le fasi introspettive, di autocoscienza, durante le quali A si scava nell’anima, spesso sono esageratamente prosaiche e stereotipate. L’ansia e il senso di incompletezza, il disagio nel non riuscire a comprendersi e a farsi comprendere, il terrore di vedersi rimpiazzata da un doppio femmineo fagoci
tante la sua personalità, l’affidarsi ad una nuova fede dell’assurdo, pur essendo tutti fattori interessanti, rendono il personaggio principale un emulo di altre figure già viste nella letteratura americana. Ho sentito troppo forte la presenza nelle retrovie di un D.F.Wallace rivisitato senza troppa inventiva; ma questo è soltanto il mio umile parere di lettrice.

Rimango comunque assai curiosa di scoprire le prossime pubblicazioni di Black Coffee perché sono convinta che questa nuova squadra sia in grado di darci moltissimo. Il 25 maggio usciranno i racconti di Mary Miller, con il titolo Happy Hour, una serie di storie tutte al femminile, incentrate sui tormenti di donne giovani, reali nella loro quotidianità e appesantite dalle proprie angosce personali. A settembre, invece, verrà proposta l’antologia completa dei racconti della settantenne Joy Williams, grande scrittrice osannata da Carver, Easton Ellis, McInerney e altri autori del gotha letterario americano.

Se avete voglia di incontrarli e conoscerli meglio, i ragazzi di Black Coffee saranno presenti al Salone Internazionale del Libro 2017, a Torino, dal 18 al 22 maggio.

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