Il weekend è Tempo di Libri

Sveglia alle 9. Colazione con moca di caffè da quattro, cereali e latte; lavarsi con cura ma velocemente, vestirsi comodi con scarpe ammortizzate, munirsi di borse in più dove mettere i libri che comprerò (sicuramente), taccuino, programma già stampato e mappa dei padiglioni. Alle 10.35 sono sulla metro rossa per Rho, destinazione Tempo di Libri, nuovo esperimento milanese fieristico dedicato all’editoria italiana. Curiosità tanta!

Arrivo alle 11.15 e faccio appena in tempo a correre verso la sala stampa per ritirare il materiale dedicato ai giornalisti che già devo infilarmi nel padiglione 4 alla ricerca della Sala Georgia, dove si tiene l’incontro sul fenomeno letterario Kent Haruf, riportato alla luce da NN Editore. A discuterne ci sono gli scrittori Eraldo Affinati Antonio Franchini; ho scelto di venire qui perché ancora non sono riuscita a farmi coinvolgere dalla passione per uno degli autori americani più osannati dell’ultimo periodo. La trilogia della pianura ha raccolto attorno a sé un numero elevatissimo di ammiratori perché racconta di sentimenti e passioni primarie che vengono riconosciute immediatamente come appartenenti al nostro intimo sentire, anche quando la realtà e il contesto della narrazione possono sembrarci distanti. Del resto è lo stesso Franchini a dirci che la Contea di Holt “è un posto di merda, è un posto del cazzo”, una mondo nel quale domina una comunità che non è affatto composta da buone e brave persone ma che nasconde eccezioni notevoli, individualità che spiccano in modo quasi rivoluzionario, comportandosi in un senso profondamente positivo e ricolmo di pietas verso il genere umano. Sembra che Haruf vada letto e riletto, come un brano musicale di cui vanno colte sempre più profonde sfumature; sembra che la sua scrittura semplice possa racchiudere significati molto più complessi dell’apparenza e, di solito, se un libro parla in questo modo, io mi faccio trasportare dalla vertigine. Chissà, forse mi hanno convinto… Vado a stringere la mano ad Affinati e gli dico che sono una delle insegnanti della scuola per stranieri Penny Wirton (info qui), una sua creazione geniale e apprezzatissima nel nostro mondo sempre più meticcio.

Alle 12.30 mi sposto nel padiglione 2, sala Calibri, dove Valerio CallieriNicola Ravera Rafele raccontano come sono nati i loro rispettivi libri, mediati dall’intervento dello scrittore Alcide PierantozziTeorema dell’incompletezza di Callieri, edito da Feltrinelli, ha vinto il premio Italo Calvino per esordienti, Il senso della lotta di Ravera Rafele, edito da Fandango, è tra i 12 finalisti in lista per il Premio Strega 2017. Entrambe le storie disvelano il rapporto di una generazione presente con una passata, la scoperta di un segreto familiare, di fantasmi che hanno preso parte attiva a quel periodo tutto italiano che ci ostiniamo a chiamare “anni di piombo” infilandoci, come un calderone, una serie di idee, emozioni, sentimenti, fedi politiche, filosofie, violenze, contraddizioni, oscurità e luci, tutte sfaccettature che andrebbero analizzate singolarmente, con la dignità di ogni loro significato.

Ho un momento di pausa, per cui ne approfitto per aprire bene gli occhi su ciò che mi circonda: impressione scenografica piacevole e distensiva, rilassante per la mancanza di una calca vera. La gente fluisce libera da intoppi, con qualche agglomerato che attende paziente in coda per il prossimo appuntamento o attorno ad uno stand particolarmente allettante. Le case editrici si sono date tutte una veste particolare, tesa alla differenziazione; chi ha scelto vetrate luccicanti, chi librerie particolari che si arrampicano sui muri di compensato, chi ha aggiunto comode poltrone per lettori frettolosi, chi ha appeso immagini accattivanti. Sento la presenza di suggeritori attenti e molto bravi a carpire l’interesse del curioso, senza invasioni di campo o eccessive insistenze; c’è un buon accompagnamento all’acquisto o anche solo all’attenzione verso un determinato autore o un certo testo, anche non necessariamente noto ai più o stra-pubblicizzato. Ho il tempo di acquistare due libri della casa editrice Giunti
già nella mia lista da tempo, e altri due della Prospero editore che ho conosciuto grazie a Lucia Grassiccia, autrice del romanzo Elevator (recensione qui ).

14.30, ultimo incontro in sala Verdana: Zerocalcare con Chiara Valerio, direttrice artistica della fiera, Antonio Gnoli, giornalista di Repubblica. La coda per entrare è infinita e dentro c’è pienone; tra risate, battute e ricordi di Ken il Guerriero e dei Cavalieri dello Zodiaco, è venuta fuori la personalità umile e parecchio simpatica di un grande fumettista, autore di alcune delle più intense graphic-novels degli ultimi anni. Michele Rech produce le sue storie in camera, da solo, aggrovigliato sulla proprie nevrosi, piccole o grandi che siano, sulla sua fantasia e sul suo personale quotidiano, tutti fattori che hanno trovato espressione nella figura dell’armadillo, animale sociopatico per eccellenza. Lo avevamo anche intervistato qualche tempo fa (qui)… Passo dalla Bao  Publishing e mi compro La profezia dell’armadillo Kobane Calling.

Prendo un po’ di respiro e vagolo ancora raccogliendo segnalibri qua e là, chiacchierando proficuamente con qualche editore, passando a salutare gli amici di Bookabook.it e finendo col nutrirmi soltanto di alcuni fichi secchi comprati al bar… Molto appiccicosi.

Tornata a casa mi faccio una doccia e mi metto a scrivere. Devo uscire di nuovo per un Fuori Tempo di Libri: alle 20.30 in Piazza Gae Aulenti, Unicredit Pavillion, ci sarà tutta la banda di Gazebo, capitanata da Diego Bianchi Makkox. Insomma, si conclude col botto!

Sono contenta perché la mia città non smette mai di sorprendermi e di darmi motivi di orgoglio. Sono contenta anche se il portafoglio è di nuovo vuoto. Sono contenta perché ho avuto modo di vivermi un cosa bella, di vivermi la cultura ancora una volta nel contesto milanese, sempre più vivo e aperto alla novità.

Grazie Tempo di Libri e grazie Milano.

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