Non è tutto oro quel che è startup

Esce in Italia un film, tratto dalla vera storia di Matteo Achilli, su di un giovane che riesce a raggiungere il successo lavorando con fiducia e convinzione a un progetto in cui crede. Benché di natura piuttosto scettica decido di andarlo a vedere, perché, in fondo, non mi dispiace l’idea di trovare qualcosa che mi faccia conquistare un po’ di fiducia e ottimismo. Purtroppo le mie perplessità vengono confermate, e non solo: oltre a non cogliere il messaggio positivo che immagino il film voglia trasmettere, esco dal cinema infastidita per l’ipocrisia che la pellicola rivela.

Quando il suo detestabile rivale in piscina viene preferito dall’allenatore perché raccomandato, il giovanissimo nuotatore agonistico Matteo Achilli decide di creare un sito in cui aziende e privati in cerca di lavoro possano mettersi in contatto. Il fine è quello di garantire alle imprese di trovare il miglior elemento per la posizione da ricoprire attraverso un voto assegnato ai vari candidati inseriti in una classifica di merito, e, soprattutto, di permettere alle persone in cerca di lavoro di essere selezionate unicamente per la loro preparazione ed esperienza professionale, evitando favoritismi inaccettabili.

Questa storia sembra voler dimostrare che se hai un’idea davvero convincente e lavori sodo per concretizzarla riuscirai ad arrivare dove ti meriti così come è accaduto a un giovane italiano come Achilli. Ma riesce davvero a convincerci di questo fatto?

Proviamo solo per un attimo a pensare a quanti ragazzi conosciamo che hanno avuto una bella intuizione e si sono dati da fare per trasformarla in realtà, ma nonostante la passione e l’impegno profusi non sono arrivati al risultato sperato – e non certo per carenza di valore del progetto, ma nella maggior parte dei casi per mancanza di fondi. Eh sì, ce ne sono tanti, perché non tutti i giovani brillanti hanno genitori che non solo siano disposti a investire su di loro, ma soprattutto che abbiano la possibilità di aiutarli economicamente. I conti in banca di molte famiglie nemmeno arrivano a 10.000 euro (cifra elargita dai signori Achilli per lanciare l’idea di Matteo).

D’accordo ha avuto un aiuto iniziale, ma alla fine ce l’ha fatta, ed è riuscito pure a restituire il doppio della cifra iniziale al padre, mi direte voi. Bravo ragazzo che rende il denaro ai genitori, ma sul fatto che ce l’abbia fatta siamo sicuri? Basta una rapida ricerca per rendersi conto di quanto questa attività, nella realtà, abbia avuto un rapido successo e un altrettanto veloce declino; anche perché, in tutta onestà, qualcuno di voi aveva sentito parlare di Egomnia prima che uscisse questo film? Ma lasciamo perdere il “vero” Achilli e limitiamoci a valutare il lungometraggio.

«Egomnia sarà un social network in grado di calcolare il valore di ognuno degli iscritti sulla base di titoli, esperienze, socializzazioni, tutte valutate in base a come e dove sono state conseguite perché, correggetemi se sbaglio, ma una laurea presa qui dentro non vale come una presa a… a Paperopoli, giusto? Egomnia sarà una piattaforma online dove la domanda e l’offerta di lavoro troveranno le risposte che cercano. Sarà il motore di ricerca che vi porterà dove vi meritate di arrivare. Basta con i calci nel culo e raccomandazioni, chiamatele come vi pare: su Egomnia conterà il merito, soltanto il merito».

Questo il discorso con cui il protagonista presenta il suo progetto alla Bocconi. Al di là della scena e dei toni da americanata poco credibile (come resistere alla tentazione di inserire quel genere di pathos in un film del genere?), il progetto non mi convince; innanzitutto il pensiero che il mio valore venga calcolato da un algoritmo – come verrà spiegato altrove nel film – mi dà l’impressione di stare in un film distopico o, senza andare troppo di fantasia, mi fa sentire un cittadino di Singapore… Cerco di non essere troppo antiquata come al mio solito e provo (con scarsi risultati) a dare fiducia al giovane ben vestito ascoltando il resto del discorso (anche se le modalità da sbruffoncello non mi aiutano). Ma mi imbatto in una pecca imprescindibile: il valore di coloro che cercano lavoro è stabilito «sulla base di titoli, esperienze, socializzazioni, – mi sembra un po’ riduttivo, ma sembra stia per spiegare nel dettaglio i criteri di giudizio, quindi mando giù il rospetto e continuo ad ascoltare – tutte valutate – forse intendevi dire tutti valutati, ma non facciamo i fiscali suvvia! – in base a come e dove sono state conseguite». Sul come posso anche capire, ma il dove? Con una laurea presa qui dentro intende alla Bocconi, università che come è ben noto ha una retta piuttosto sostanziosa, mentre con Paperopoli… preferisco non sapere a quale si riferisca. È interessante notare che proprio il paladino della meritocrazia non si renda conto che frequentare la Bocconi (e nel suo caso anche vivere fuori casa a Milano, città non proprio “a buon mercato”) non è una questione solo di merito ma anche, e soprattutto, di possibilità economiche. Facciamo un esempio pratico: secondo i parametri dell’algoritmo “Bocconi vince su Statale”, e “esperienza presso uno studio legale vince su cameriere”. Ma se sapessi che il bocconiano ha conseguito ottimi risultati frequentando una scuola e un posto di lavoro che paparino avvocato gli ha garantito e che lo studente della Statale ha conseguito risultati altrettanto eccellenti pagandosi gli studi lavorando in un pub tutte le sere, il risultato 2 – 0 rimarrebbe invariato? Inoltre, cosa rende un’università migliore di un’altra, la qualità della preparazione ricevuta, l’offerta dei docenti più qualificati, o le possibilità lavorative a cui ti dà accesso?

Nessuno nega la nobiltà dell’idea (la cui ispirazione nasce da una situazione nella quale la raccomandazione ha la meglio sulle capacità), ma proprio non ci siamo! È vero che il film mette in evidenza le palesi carenze del prodotto (insieme al desiderio di onnipotenza del giovane inventore), ma il finale lascia supporre che tutto si aggiusterà, lasciando intendere “e vissero felici e contenti”.

Dato che assai raramente è tutto bianco o tutto nero, vi dirò che ho trovato anche del bianco in questo prodotto cinematografico: la scena dell’esame in cui, davanti a un Achilli impreparato, il professore ricorda all’alunno che, proprio perché – come il giovane stesso afferma – è il merito che conta, non è sufficiente essere famoso nel mondo imprenditoriale per prendere 30 in un esame che di aziende tratta. Ma ancor di più, ho apprezzato il pensiero della giovane Emma, fidanzata di Matteo: tutto l’impegno e la fatica che si investono in un’attività (nel suo caso si tratta della danza) non acquistano significato attraverso il raggiungimento di una posizione di spicco in quell’ambito, ma nelle gioie che questa regala ogni giorno, in ogni insegnamento appreso che rende una persona più forte, più consapevole, più fiduciosa in se stessa; forse questo è un messaggio più interessante sul quale valeva la pena concentrare l’attenzione.

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