Quella volta che Paul Auster si spacciò per Paul Benjamin

Anche se può sembrare assurdo, c’è stato un tempo in cui Paul Auster non era Paul Auster. Parliamo della fine degli anni ’70: Auster aveva appena tentato di far produrre “Action Baseball”, il gioco da tavola col quale sperava di fare soldi a palate ma le cose non erano andate come se le era immaginate. “Non toccherei il suo gioco nemmeno con un palo lungo tre metri”, le disse una spietata donna alla quale si era rivolto tentando di produrre “Action Baseball”. Stava cercando di sbarcare il lunario, ma il primo porto sicuro era a migliaia di chilometri di distanza.

Collaborava con vari giornali, scriveva sceneggiature di film muti e insegnava letteratura: Paul Auster faceva tutto quello che era necessario per tirare avanti. Finché un giorno non gli venne l’idea di scrivere un poliziesco. In quel periodo aveva letto molti hard-boiled della scuola americana e trovava che i loro autori fossero per lo più scrittori umili e pragmatici, uomini che probabilmente avevano più cose da dire sulla società americana dei cosiddetti scrittori seri. Considerava quelle storie “una buona medicina, un balsamo contro lo stress e l’ansia cronica”, come racconta in “Sbarcare il lunario“.

Con il conto in banca ridotto a zero, lavorò a quella storia per tre mesi. La scrisse per soldi ma questo non significa che la stesura non lo abbia divertito. Il romanze nacque come puro esercizio mimetico, “il consapevole tentativo di scrivere un libro che assomigliasse ad altri libri”, ma la voce di Paul Auster era già tanto forte da prevaricare quella di Chandler, che invece lo scrittore si sforzava di ascoltare e replicare. Tanto velocemente venne scritto tanto lentamente venne pubblicato, perché fu edito soltanto quattro anni più tardi, e non portava la firma di Auster ma quella di “Paul Benjamin”, come a voler prendere le distanze dall’opera. Quattro anni nei quali la terra tremò più volte sotto i piedi del giovane Auster: perse il padre (quel padre al quale avrebbe dedicato “L’invenzione della solitudine“), divorziò dalla prima moglie e si sposò con la seconda, la scrittrice Siri Hustvedt, l’amore della sua vita. Quel libro arrivò in Italia solo alla fine degli anni ’90, pubblicato per la prima volta per i “Coralli” Einaudi, insieme a “Sbarcare il lunario”. Oggi, invece, lo potete trovare in un volume a sé negli Einaudi tascabili.

Il libro in questione s’intitola “Gioco suicida” (in inglese Squeeze Play, che richiama una manovra usata nel baseball e consistente in una smorzata di sacrificio con un corridore in terza base, richiamo che si è perso nella traduzione italiana). Un libro che è una chicca che soltanto poche librerie hanno ancora. Un romanzo che diverte e accalappia come la più fascinosa delle donne. Al centro della storia c’è Max Klein, un investigatore privato tanto onesto quanto ostinato, tanto innamorato del proprio lavoro da non riuscire a curarsi a sufficienza del suo matrimonio, che si spezza nel giro di pochi anni dalla promessa di amore eterno. Il problema è che Klein ama la sua ex moglie ma sa di non poterle dare quello di cui lei ha bisogno.

A Klein si rivolge George Chapman, un ex campione di baseball che ha perso la gamba sinistra in un terribile incidente frontale con un autotreno. George, uno dei giocatori più amati della storia del baseball, da quando ha deciso di candidarsi in politica riceve continue minacce di morte. Il compito dell’investigatore è scoprire chi lo vuole far fuori in modo da evitare che questo accada. Ma il tempo è tiranno e gli uomini sono malvagi: Klein non fa in tempo a salvare Chapman, che viene trovato morto nel suo appartamento. I sospetti ricadono immediatamente sulla moglie di Chapman, con la quale i rapporti sono da tempo freddi. Per la polizia il caso sembra chiuso, ma non per Max Klein, che – come il suo creatore – sa che la via più semplice è solo la via più semplice, non la via della verità.

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