Lo sguardo umano degli oggetti

Harry Parker esordisce nel mondo della letteratura con un romanzo potentissimo, crudamente ingegnoso e capace di trasmettere il disagio e le atrocità della guerra in modo unico. Parker ha combattuto con il grado di capitano per l’esercito inglese prima in Iraq e poi in Afghanistan, dove ha perso entrambe le gambe in seguito all’esplosione di un ‘Improvised Explosive Device’, il cui acronimo IED si è letto sin troppo spesso nelle cronache di guerra: si tratta di quegli ordigni assemblati dalle più svariate componenti in modo amatoriale, usati in ambito bellico, dai ribelli o dai terroristi nei loro attacchi.

Prima di affrontare il contenuto particolarmente sperimentale di “Anatomia di un soldato” FullSizeRendermi interessava sottolineare come nelle pagine di questo libro non si faccia mai diretto riferimento agli aspetti critici di due conflitti che, per durata, vittime e giustificazione originaria sono stati sottoposti alle più feroci condanne da parte della stampa e in seguito dell’opinione pubblica, soprattutto quando il loro dilungarsi negli anni ha cominciato ad essere davvero fonte di imbarazzo.

La domanda, per altro legittima, che un soldato si pone in un momento di debolezza – che cosa ci facciamo qui?- evapora silenziosa nel senso del dovere, della fratellanza con i compagni, nella convinzione di agire per il bene del popolo delle terre invase, nel ritorno a casa sforzandosi di provare di nuovo a vivere una vita normale.

Tony Blair si è scusato per la guerra in Iraq ammettendo persino che l’intervento nella regione abbia fornito il seme per produrre il germogliare facile dello Stato Islamico e dell’estremismo religioso in Medio Oriente; per quanto riguarda l’Afghanistan sembra aver retto a lungo l’impeto giustizialista anglo-americano in risposta all’attacco alle Torri Gemelle, contro un nemico da abbattere in una zona già martoriata da precedenti conflitti. Contro quegli stessi talebani le cui armi, ancora in uso dopo il 2001, vennero fornite dagli stessi Stati Uniti per contrastare i sovietici  tramite l’intervento del deputato texano Charlie Wilson.

Ma come ho detto, di questo, Harry Parker non parla.

Nel libro a parlare in prima persona sono solo oggetti, oggetti che in qualche modo e a volte per caso, si ritrovano a contatto con tre personaggi principali: il soldato inglese Tom Barnes, il giovane Faridun e il ribelle Latif.

Non vorrei svelarvi troppo di questo libro che credo vada vissuto come esperienza personale senza eccessive indicazioni di trama ma vi suggerirei di fare una cosa per poterne capire meglio la portata.

Immaginatevi in una stanza, la vostra camera, il salotto, un bagno: se ci pensate bene, siete al centro di un mucchio di cose che vi toccano, vi osservano silenziose, vi attaccano addosso odori, si infilano tra i vostri capelli, vi illuminano, vi feriscono, vi lavano, vi calzano a pennello. Cosa vede lo specchio a cui vi mostrate ogni giorno anche senza accorgervene, cosa percepisce? E il sapone sulle mani quando le lavate dopo una lunga giornata, tornando a casa da lavoro, sentirà nuovi calli? Quanto può aver ascoltato delle vostre conversazioni a cena con amici la giacca che indossate a tavola? Quante pulsazioni sentirà il cerotto che vi siete messi sul taglio al dito prima di finire la sua esistenza di un paio di giorni gettato nel cestino?

È così che Harry Parker decide di raccontarci la storia di tre esseri umani avviluppati nelle spire di una guerra, proprio attraverso la visione ovviamente apolitica e amorale di una serie di 45 testimoni privilegiati. Gli oggetti ‘sentono’ senza essere emotivi ma trasmettendo le emozioni di chi li tocca, cogliendo attimi unici, invisibili, nascosti. Possono essere minuscoli o grandi, possono stare dentro un corpo o fuori da esso, si vedono tra di loro ma non dialogano.

Mentre leggevo questo libro, mi sembrava che in uno spazio vuoto si creasse pian piano una forma: da bambina disegnavo solo la sagoma del corpo umano, un po’ come un biscotto gingerbread. Per rendere quella sagoma viva, piena, dotata di un viso, un corpo, sentimenti e sensazioni, Parker ha dato la parola a ciò che è per antonomasia muto, imparziale, fuori dalle logiche tutte umane di tempo e spazio: la borsetta della mamma di Tom Barnes, la bicicletta che Faridun ha ricevuto da suo padre, la batteria di innesco di uno IED nelle mani di Latif…

Credo che un uomo rimasto privo di entrambe le gambe abbia potuto affrontare, con note autobiografiche, la tragedia che lo ha stroncato anche grazie a questo modo di raccontare, inusitato e apparentemente freddo. Tuttavia raramente mi sono emozionata così.

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