Qual è il contrario di uno? La risposta di Erri De Luca

Erri De Luca, nato a Napoli nel 1950, è sicuramente uno scrittore sui generis: amante dello sport e della montagna, attivista politico fin dall’adolescenza, fortemente contrario ad ogni forma di potere e con atteggiamenti giovanili che rasentavano l’ esaltazione dell’anarchia. Soprattutto però si distingue per lo svariato numero di professioni, volontariamente scelte, secondo la sua ferma protesta contro ogni disuguaglianza sociale, quali l’operaio, il magazziniere, il camionista, il muratore. Lavori che tuttavia non hanno adombrato le sue doti da intellettuale e scrittore, critico e attivista, tratti che ne hanno fatto un caposaldo della letteratura italiana tardo novecentesca.

Che la sua vita quotidiana sia inscindibile dalla sua idea di letteratura è molto evidente in tutte le sue opere, come ben dimostra “Il contrario di uno“. Questa raccolta di racconti, caratterizzati da una scrittura piana ma decisa, ricca di metafore e figure di suono, incarna perfettamente il carattere e la fisionomia di De Luca, un uomo incisivo, diretto e sincero, semplice e scarno all’apparenza, ma ricco di sfaccettature, riflessivo e profondo. Questi racconti, fortemente autobiografici, sembrano non essere legati tra loro, a parte alcuni di essi, ambientati in alta montagna, o incentrati sulle manifestazioni giovanili e i successivi arresti. O ancora le storie legate al viaggio in Africa e alla febbre malarica dalla quale guarì grazie ad un semplice brodo di pollo.

Il filo conduttore del libro è da ricercare proprio nel titolo “Il contrario di uno”. Erri De Luca è un uomo tutto d’un pezzo, amante della solitudine, soprattutto quella della montagna, dove più che in qualunque altro luogo vuole difendere il suo angolo di beatitudine, lontano dal caos cittadino, dalle ipocrisie degli uomini, dai beni materiali che secondo lui mai potrebbero dare quello che un paesaggio naturale dà all’anima e al cuore.

Le invettive contro le ingenti comitive di cittadini, con bambini lamentosi al seguito, non attrezzati e visibilmente a disagio, rumorosi e irritanti, sono sarcastiche e pungenti e ci fanno capire quanto De Luca ami la compagnia di se stesso.

Avevo superato nel cammino diverse comitive. Esse parlano. Ne hanno bisogno anche affannando. L’assolo del respiro li spaventa. Soffrono di vertigine in bocca. Saluto con la mano, niente voce.

Questa condizione di isolamento dal mondo, reale o figurato, è però qualche volta infranta e l’autore, l'”uno” per eccellenza, incontra un altro “uno”, un’altra identità, così da diventare finalmente, seppur per breve tempo, un “due”. Il sottotitolo del libro però dice che “Due non è il doppio, ma il contrario di uno, della sua solitudine”. Questi incontri infatti sono per De Luca quasi dei tradimenti alla sua persona, sono il contrario della sua idea di vita, sono come singole scintille che egli non vuole mai alimentare per far si che non diventino un vero e proprio incendio, in grado di bruciare il suo corpo e la sua anima.

Scherziamo per la grandine sparsa a manciate come riso fuori d’una chiesa di nozze, scendiamo senza voltarci indietro, estranei dopo avere sfiorato per le giuste ore la pietra, la bocca sempre a un fiato dal baciarla. Tutti i nostri passi hanno seguito un desiderio. Per esaudirlo abbiamo dovuto metterci i piedi sopra e calpestarlo.

Spesso queste scintille vengono allontanate con successo, per sua volontà o meno, rimpianti o meno, ma qualche volta un piccolo fuoco ha avuto il tempo di accendersi, come nel racconto “Vino”, in cui troviamo la sua iniziazione alle bevande alcoliche in seguito a una sofferta delusione d’amore. Quel che più conta, però, è che questi fugaci ma intensi incontri hanno la capacità di rimanere impressi nella mente dell’autore per mesi o anni, comunicandoci l’idea che a volte alcuni caduchi colloqui, se affrontati con la dovuta sensibilità, sono più sentiti, completi, assoluti e, in quanto tali, più intensi di molti legami con persone da anni presenti nella nostra vita, ma con le quali il rapporto rimane epidermico e monotono, con la sempre pronta giustificazione dal “tanto avremo tempo per parlare”. Questi ultimi rapporti sono quelli che uccidono la persona poiché, con la loro perenne presenza, la prosciugano, senza permettere all’identità di trovare il suo spazio, lo spazio che si trova ad esempio in alta montagna, o nella natura in generale, in cui si può trovare l’affermazione più totale dell’io.

Sono salita qua sopra per togliermi. Lo capisci questo verbo: togliersi? Io lo capisco da poco.

Togliersi, mi piace: togliersi, estrarsi come un dente dalla mascella, sì, ci sto, ma se vuol dire banalmente togliersi dal mondo, allora puzza di muffa, è usato e non ti può servire […]. Per me questo è mettersi. Darsi alla materia prima minerale, misurarla con la punta delle dita, mettersi al vento, alle pietre, chiedere passaggio a tutto, pure alle nuvole.

Un io che certamente è plasmato e arricchito dal confronto con altri esseri umani, ma che è in grado di ricomporre costruttivamente i frammenti di queste sporadiche epifanie d’incontri soltanto nella completa solitudine. Che si percepisca una vena di pentimento nel non aver chiesto nome e numero a quella bella e brillante ragazza conosciuta in un sentiero delle Alpi questo è certo. O un po’ di rammarico nel non aver approfondito l’amicizia con il ragazzo che lo ha salvato dalle botte della polizia nello stanzone del carcere, sicuramente. E senza dubbio tra le righe del dolce ricordo del padre, aspirante pittore e prodigo di saggi consigli, si cela un sottile rincrescimento per non essere riuscito ad esternare la sua immensa ammirazione. Ma De Luca sembra accettarlo, preferendo a queste emozioni precarie la sua “solitudine sufficiente”.

Non vai al pronto soccorso ma da un medico che aiuta i feriti delle manifestazioni, ti porta lui, l’amico da meno di un giorno, al quale affideresti il tuo paio d’occhi, perché quelli sono giorni in cui va di fretta la fiducia, la lealtà e pure il destino.

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