Quella volta che ho rubato un libro con dedica

Il mio rapporto con Derek Walcott ha a che fare con il divorzio, con la disonestà, con le dediche scritte per gli amanti. Potevo aggiustare la mira di un amore se avessi detto prima cosa avevo scoperto, ma non l’ho fatto, perché in fondo sono un codardo, o quanto meno, forse, è bello stare alla finestra a guardare l’amore degli altri che finisce. Che brutta frase! Che meschineria! Che me ne importa.

Derek Walcott, lo dico ora, en passant, è lo scrittore di Santa Lucia, il poeta caraibico morto il 17 marzo scorso, Premio Nobel nel 1992. Io l’ho scoperto una sera di tre anni fa. La cattivissima abitudine di ingobbirmi davanti alle librerie delle case altrui, spizzando libri, spingendo dentro con l’indice quelli che sono fuori fila, sfogliando a caso alcuni titoli, mi ha dato tra le mani Prima Luce (Adelphi, 18 euro, pp. 165). Il colore rosa delle copertine Adelphi (quello che a me ricorda lo sfiorire della rosa Kampay, o ancora il salmone che serve mio zio nel pranzo del 24 dicembre) quella volta mi ha attratto in maniera particolare.

In quarta di copertina si parlava di poesie come alveari di costellazioni o del buio canneto dei versi. Nelle prime pagine, quelle ancora segnate coi numeri romani, prima dell’inizio vero e proprio del libro, c’era una dedica. ‘A noi, che non siamo che barchette, che amanti sconci. Alla prima luce di questo amore tenuto all’oscuro’. A scrivere era un certo Fabrizio. A riceverlo era la mamma dell’amica di cui ero ospite quella sera. Siccome a volte sono molto infantile ho gioito, in me, di quel segreto scoperto, come un bambino. Ricordo benissimo che sono stato tentato, questo per goliardia, di rivolgermi subito alla mamma della mia amica – che sistemava le sedie in cucina – e di intavolare con lei discorsi con allusioni, occhiolini, frasi ambigue rivolte al suo amante. Salutando le avrei detto ‘Grazie per la serata, signora. E’ stata gentilissima. Ora si vede con Fabrizio?’. Per buon senso, però, non ho mai fatto nulla del genere. Sì, lo so, sarebbe stato bello, lo so, ma vi pare.

Il fatto, però, è che quella sera quel libro è andato a finire per caso – giuro! per caso! – nella tasca interna del mio giubbotto invernale, all’interno di una cerniera chiusa per bene per paura che vedessero che lo avessi rubato. Dunque il caso non c’entra nulla. L’ho semplicemente preso in prestito, ecco, diciamo così.

In sole due sere, più in là, ho divorato Prima Luce di Walcott. Un libro assurdo. Un poeta dolcissimo che mi parlava del mare, della maniera che hanno le stelle per forzare la luce prima del tramonto, dell’orizzonte sghembo di alcune sere in Sud America. Derek Walcott, un poeta che ha forza già nel nome. Che ritmo: Walcott, con la bocca che si apre in un wow e si chiude con uno schiocco dopo la doppia t, avrebbe detto Nabokov.

Ho tenuto questa scoperta per me. La sensazione, per molto tempo, è stata quella di prendere parte ad un ménage à trois. Questa storia mi è saltata in mente perché tre giorni fa ho scoperto che la mamma della mia amica ha divorziato con l’uomo con cui stava da più di trent’anni, e pensa di andare a convivere con il suo nuovo partner. Un tipo di nome Fabrizio.

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