Raccontare l’immigrazione tra movimento e ostacoli

Negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2015, si è vivacizzata ulteriormente l’attenzione nei riguardi del fenomeno migratorio e in molti aspetti le discussioni e le prese di posizione in merito sono diventate fattore di analisi culturale anche attraverso la letteratura, sia di saggistica che di narrativa.

Del resto l’argomento è di un’importanza lampante, almeno per chi ne vuole comprendere le implicazioni. I vari tasselli che gli studi di geopolitica stanno componendo hanno portato alla luce dati e quadri predittivi quasi omogenei, nonostante la differente genesi dei lavori; il mondo si sta muovendo, lo fa da tempo immemore, questo è certo, ma ad oggi lo spostamento crea proiezioni nel futuro sul lungo periodo. Il messaggio è chiaro: ragionare in termini di emergenza e di soluzioni a breve scadenza non ha più senso.

Come del resto non ha più senso ragionare in termini strettamente identitari quando si parla di Nazioni. È probabilmente molto difficile introiettare un concetto di reale cittadinanza mista e cosmopolita, frutto di accoglienza ed integrazione fattive, soprattutto per le generazioni che ci stanno alle spalle, per coloro che credono nel carattere identificativo dell’appartenenza ad uno Stato o ad una realtà più grande come può essere l’Unione Europea. Tuttavia, proprio pensando a quest’ultima, non mi pare di avere percepito un particolare acuirsi nell’afflato comunitario da parte di chi dovrebbe sentirsi prima di tutto europeo; temo però che non sia questo il luogo per affrontare una tematica spinosa come questa, in un momento nel quale, poi, sembra che nell’opinione pubblica serpeggi maggiormente il richiamo allo sfaldamento piuttosto che all’aggregazione sentita.

È in tale contesto, del resto, che si proietta tentacolare lo spostamento verso nord di milioni di persone, siano esse in fuga da guerre e persecuzioni che da disastri ambientali o cambiamenti climatici che rendono impossibile la continuazione di una vita legata alla coltivazione della terra. Vi sono petizioni affinchè si aggiunga alla Convenzione di Ginevra un emendamento che preveda di ampliare la definizione di “rifugiato” anche per coloro che si trovano costretti ad abbandonare la propria casa a causa della desertificazione o di fenomeni di ugual peso in termini di sostentamento.

Abbiamo negli occhi le immagini, le notizie, il susseguirsi incessante di reportage, programmi tv dedicati e prese di posizioni politiche. Il pentolone delle emozioni si è riempito di commozione, compassione, senso del dovere, gesti di carità frammisti alla paura, all’odio razziale, religioso, etnico, alle reazioni immediatamente successive ad un attentato, capaci di ribaltare in un attimo un percorso intrapreso verso le buone pratiche d’accoglienza. Molti ne hanno scritto e tante manifestazioni culturali hanno scelto di concentrare l’attenzione proprio su questo aspetto dell’odierna configurazione mondiale, da ultimo Book Pride, la fiera delle case editrici indipendenti che si svolge ormai da 3 anni qui a Milano.

È in questo contesto che mi sono ritrovata ad attingere a piene mani da una più che corposa produzione letteraria in materia, variegata ed estremamente interessante anche perché fruibile da tutti e non troppo legata a tecnicismi per esperti. Ho già avuto modo di scrivere sul tema negli ultimi mesi (vedi qui, qui, qui e anche qui) e mi sono parecchio appassionata al genere.

Vorrei quindi riproporvi il mio ultimo percorso di lettura con tre titoli ‘allettanti’, almeno per chi può dirsi interessato, proprio per la loro capacità di esporre una problematica di sistema in modo molto chiaro e illuminante.

Partirei con “L’impeto della realtà” di Navid Kermani, pubblicato qui in Italia dalla splendida casa editrice Keller. Kermani è scrittore di una certa fama, una penna FullSizeRender (1)giornalistica importante in Germania, grande autore di reportage. In questo piccolo ma intensissimo libro, che ripropone un lavoro pubblicato in parte sul settimanale Der Spiegel, Kermani e il fotografo Moises Saman raccontano, con i mezzi della propria professione, del loro viaggio da Budapest a Smirne percorrendo tutti i tratti di quella che, fino alla sua interruzione repentina, è stata la rotta balcanica. I due reporter documentano, in modo personale e per nulla didascalico, ciò che lo sguardo trasmette alle emozioni. Le tappe non sono rappresentate secondo la loro sequenza geografica ma sembrano più frutto di un’analisi d’istinto, tant’è che il libro inizia dove dovrebbe cominciare il tragitto seguito dai profughi, in Turchia, Paese di cui si cerca di attraversare la frontiera e dal quale si può partire in gommone in condizioni disarmanti per raggiungere l’isola greca di Lesbo. Dalle spiagge di sbarco al porto di Mitilene ci sono 56 km di cammino e qualche volta Kermani riesce a trasportare un po’ di persone sulla jeep noleggiata. L’arrivo sul continente europeo, poi, apre alla speranza anche se ogni passo diventa sempre più pesante e la stanchezza immane. Considerate che all’epoca in cui questo pezzo è stato scritto si era ancora in una fase di pietosa accoglienza, con la Germania in testa, un faro che illuminava il cammino a coloro che avanzavano verso una nuova casa; e poi è arrivato marzo 2016, si sono chiuse le frontiere e si sono alzati pali tra cui sonostati tesi stretti fili spinati.

Di ostacoli e barriere che non dovrebbero più esserci e che si sono formati negli ultimi tempi parla invece il bellissimo libro scritto per Exòrma editore da Marco Truzzi, anche lui accompagnato nel suo viaggio dall’amico fotografo Ivano Di Maria. Dunque un altro reportage in movimento “Sui Confini” e le frontiere, un viaggio che parla della nostra storia passata, dell’avanzare e del retrocedere di quelle linee immaginarie determinate dall’arbitrarietà umana, dal colonialismo, dai conflitti, dalla guerra fredda, dall’incomprensione. Dalle propaggini spagnole di Melilla in Marocco, dove donne invecchiate dalla fatica tentano di attraversare barriere di ferro piegate sottFullSizeRender (2)o il peso di enormi pacchi bianchi, al confine tra l’ultraconservatrice Ungheria del governo Orban e la Serbia, dove ancora cercano di passare coloro che stono stati bloccati all’inizio della primavera dell’anno scorso. E poi ancora, un pomeriggio sugli scogli di Ventimiglia, l’esplorazione della jungle di Calais, il disastro Idomeni; c’è lo spazio per fare considerazioni che vanno oltre il presente, si radicano nel passato e guardano al futuro, un futuro che dovrà privarsi di barriere sociali e politiche oltre a quelle territoriali.

Perché ciò avvenga, tuttavia, da qualche parte bisognerà pur cominciare in senso costruttivo, senza fermarsi all’esigenza del momento ma ampliando le prospettive in senso strutturale; per quanto riguarda l’Italia può essere allora molto utile leggere “Cittadini senza cittadinanza”, saggio scritto dalla sociologa Roberta Ricucci per SEB27 edizioni. Il sottotitolo “Immigrati, seconde e altre generazioni: pratiche quotidiane tra inclusione ed estraneità” dà esattamente conto di  quanto contenuto nel libro. La Ricucci affronta il tema dell’alterità e dell’integrazione, dei processi di assimilazione dell’etnia straniera nel tessuto della cittadinanza italiana, sottolineando l’importanza di una riforma che riveda una legge ancora legata a doppio filo al concetto di ius sanguinis. Chi nasce in Italia da FullSizeRender (3)due genitori immigrati non può dirsi di fatto già cittadino italiano ma deve aspettare i 18 anni di età, dopo una vita passata a studiare nelle scuole del Paese, spesso senza aver mai parlato la lingua d’origine, sentendosi parte di qualcosa che in realtà ancora non ti accetta appieno. In Parlamento sono passate diverse proposte legislative, nessuna delle quali tuttavia sembra voler vedere la luce del giorno. Leggere questo testo porta a riflettere su svariate problematiche che il discrimine tra cittadinanza e mancanza della stessa comportano, in ambito lavorativo, nella vita quotidiana di tutti i giorni, nella gestione di un’istruzione che non ghettizzi ma che includa, nella creazione di una convivenza fattiva di coesione, senza delimitazioni, nello sviluppo della tolleranza religiosa e nella non sovrapposizione di una cultura rispetto ad un’altra.

Il senso civico, i diritti e i doveri, la legalità, la partecipazione alla costruzione di un futuro che non produca rabbia, vendetta, spaesamento, disprezzo e incomprensione sono solo alcuni degli elementi che dovrebbero segnare il percorso di ognuno di noi come cittadini consapevoli del mondo di oggi, come cittadini che si informano e che non si lasciano convincere dalla demagogia e dal ‘sentito dire’, come cittadini che si pongono domande e fanno di tutto per darsi le risposte più complete.

Alla lunga sarà più difficile tenere gli occhi chiusi piuttosto che aprirli per davvero.

 

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