Tra scrittura del mondo e scrittura del sé: Wu Ming 2 vs Alberto Rollo

Sabato 25 Marzo 2017, Book Pride, BASE, Milano, ore 17.10.

Dopo aver attentamente scandagliato il fitto programma di questa terza edizione della fiera nazionale dell’editoria indipendente, decido di recarmi ad un incontro dal titolo pirandelliano, e quindi assai allettante: Io, nessuno e centomila. Appena trafelato e come al solito in leggero ritardo entro nella sala auditorium del Mudec che scopro senza grosse sorprese essere gremita di gente. Sedutomi in uno dei pochi posti liberi mi trovo di fronte a una sorta di dialogo platonico post-litteram. Da una parte Alberto Rollo, direttore editoriale di Baldini e Castoldi, già talentuosissimo editor di narrativa per Feltrinelli (Benni, Maggiani, Baricco, Tabucchi, Celati), chiamato a prendere le parti di quella che è generalmente etichettata come “scrittura del sé”, mentre dall’altra Wu Ming 2, portavoce della fazione opposta: quella della “scrittura del reale”. Fa da moderatore Lorenzo Flabbi, prolifico traduttore dal francese, critico ed editore, celebre per aver dato l’avvio ai tipi de L’Orma insieme a Marco Federici Solari.

Wu Ming 2, al secolo Giovanni Cattabriga, bolognese, scrive anche fuori dal noto collettivo ed è autore in solitaria di romanzi di culto fra cui Timira (Einaudi, 2012), un’opera realizzata a quattro mani con Antar Mohamed. La vicenda è incentrata sulla figura di Isabella Marincola, madre del coautore e sorella di Giorgio, primo partigiano “oriundo” della storia della resistenza, crudelmente ucciso in Val di Fiemme dai nazisti.

Naturalmente le vicissitudini dei due fratelli di Mogadiscio consentono all’improbabile sodalizio di raccontare alcuni dei momenti più importanti della guerra e del dopoguerra, e di mettere altresì in luce le controversie dell’intricato rapporto tra l’Italia e le sue colonie. Notevole è inoltre il resoconto dell’esperienza della protagonista come profuga del conflitto civile somalo (1991). Ma non si tratta di una semplice biografia. Caratteristica del libro è infatti la commistione di fiction e non-fiction (principalmente documenti d’archivio) che lo rende un oggetto letterario piuttosto straniante, ancor più in ragione della evidente forbice che separa gli universi immaginativi di una coppia di scrittori eterogenea per formazione e retroterra culturale (invito quindi a ragionare sul sottotitolo, Romanzo meticcio).

Ora è vero che in un processo come quello del PTM (“Progetto Transmediale Multiautore”) le caratteristiche delle due individualità si intrecciano formando una voce certo composita, ma così filtrata e raffinata che – per ammissione dello stesso relatore – neppure gli autori sono più in grado di riconoscerle. Ma è anche vero che l’identità così generatasi conserva le tracce di un duplice input; ragion per cui è lecito che nella spessa grana dell’intreccio si insinui lo spettro del dubbio.

Dubbio che ha ragione di alimentarsi anche della rivelazione sulla falsità della lettera indirizzata a Isabella, la cornice dell’ordito narrativo. Se dunque è valida la metafora cartografica utilizzata in più occasioni per descrivere l’atto della scrittura (Borges su tutti) bisognerà riflettere sul fatto che la rappresentazione di un percorso non corrisponde affatto al percorso in sé: sono due eventi distanziati nel tempo e nello spazio.

Il bolognese ci tiene poi a specificare che anche in altri suoi lavori più marcatamente autobiografici, come Il sentiero degli dei (Ediciclo, 2010) – reportage letterario di un pellegrinaggio compiuto da Bologna a Firenze – il protagonista è pur sempre un personaggio, una ricostruzione fittizia di un io del passato. Ciò che conta per il funzionamento della congegno non è la presenza dell’autore in carne, inchiostro ed ossa, ma la voce garante dell’attendibilità dei eventi raccontati; eventi che devono essere non veri ma quantomeno credibili. Va da sé che nella sua prospettiva la stessa idea di verità è perfettamente opinabile. Il punto del romanzo storico-sociale non è presentare al lettore una versione dei fatti come veritiera, bensì mostrare che esistono diversi modi di smontare e rimontare l’impalcatura di ciò che troppo pacificamente chiamiamo mondo.

Per Alberto Rollo, d’altra parte, quella dei Wu Ming è una delle esperienze postmoderne più riuscite di “scrittura del reale”. Uscito da poco il suo primo romanzo autobiografico, Un’educazione milanese (Manni, 2016), il non più giovanissimo esordiente vi descrive con una certa dose di nostalgia gli anni della gioventù vissuti nel capoluogo lombardo. L’occasione è buona per parlare poi del suo innamoramento per la sinistra extraparlamentare e per la sua utopia, degli effetti del boom economico, e soprattutto della Milano del commissario Calabresi e di Giangiacomo Feltrinelli; senza dimenticarsi di Pier Vittorio Tondelli, punto di riferimento per una generazione di scrittori i cui figli oggi vivono con urgenza la questione dello smarrimento identitario.

Già perché l’identità, dice Rollo, non è data come una, immutabile ed eterna, ma si costruisce nel tempo con fatica e dedizione, primariamente grazie alle dinamiche della socialità di classe. L’incontro con l’altro-da-sé forgia la personalità, tempra il carattere, definisce i target di solidarietà e contrapposizioni politiche, sessuali, culturali. Occasioni che nel momento presente vanno ineluttabilmente a perdersi in un feroce individualismo senza precedenti. È il fattore dialettico che innesca quel processo quasi deterministico di solidificazione della persona, lento ma costante, dove ogni colata si aggiunge a quella precedente per creare una forma veramente unica ed irripetibile. Ecco, se dovessimo cercare di definire quell’oggetto plurimo e impalpabile che è l’io, dovremmo far ricorso al concetto di forma. Esiste insomma per lo scrittore un principio di isomorfismo tra le forme dell’io e quelle del mondo.

In tal senso si capisce l’importanza conferita dal libro all’osservazione del paesaggio urbano, della sua architettura. Se è valido l’assunto che l’industrializzazione ha imbruttito il nostro ecosistema, è nella relazione con questa antiestetica neo-taylorista della periferia che l’uomo-massa del secondo novecento riconosce un agente coagulante della propria identità municipale.

Guardando però ai giorni nostri, bisogna convenire che alla mutazione sociologica di anthropos è corrisposta una mutazione non soltanto topologica della capitale morale, divenuta all’affacciarsi del nuovo millennio una città veramente globale, direbbe Saskia Sassen. È giusto allora aggiornarne il nostro paradigma percettivo. Milano oggi è ben più di un conglomerato di classi economiche, culturali, geografiche diverse. Oggi Milano è nel pieno di una trasformazione che la porta a svestire i panni dell’impresario per indossare quelli del finanziere, i panni dell’editore a vantaggio di quelli del professionista della comunicazione digitale. E più che mai si è trasmutata in un calderone multietnico, parla una varietà imponente di lingue; conosce sì il ghetto, ma anche numerosissimi esempi di integrazione riuscita.

La grande sfida che la contemporaneità impone alla classe dirigente meneghina, dunque, è anche una grande opportunità: risolvere lo stallo identitario favorendo la riapertura degli spazi di dialogo tra i membri della società civile. Milano, con i suoi eventi, reading, concerti, mostre, università, conferenze, convegni, fiere letterarie, festival culturali, start up etc. Che si possa veramente uscire dalla crisi (economica e morale) tenendosi per mano? Viene da chiedersi se non sarebbe il caso di cominciare a parlare finalmente di una responsabilità.

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