Nella diversità sta la ricchezza

Nella prima parte di questo libro si pensa di aver a che fare con un giallo, come in uno di quei casi di Sherlock Holmes che piace tanto al protagonista. Questo giovane adolescente è pronto a tutto pur di risolvere questo mistero, tanto che è costretto: ad aggirare le regole, a fare cose che gli sono state proibite e persino a superare le sue paure. Durante il racconto, se vogliamo, possiamo provare a calarci nei suoi panni e pensare a quanto sia stato difficile per lui fare tutto ciò.

Ah, già. Dimenticavo di dirvi che il protagonista di questo libro, Christopher, è un ragazzo con la «sindrome di Asperger». Sono un educatore e mi occupo di autismo, e chissà forse per questa ragione mi è stato regalato il libro. Ma arrivato alla fine della lettura mi sono reso conto che questa storia, come viene detto nella prefazione dell’autore, non parla affatto di Christopher ma parla di ognuno di noi.

Il bello dei libri – ma in realtà è una caratteristica propria delle storie in generale – sta nella loro capacità di farci sperimentare dei modi diversi di essere, con il fine, però, di farci riflettere su noi stessi. Poco importa se un personaggio come Christopher esista o possa esistere nel mondo reale, quello che ci interessa è ciò che un personaggio come lui possa scatenare in noi, quello che le sue vicende ci sbattono in faccia. Ed è così che ci si para davanti la ricchezza della diversità. La diversità è una modalità di accesso a quelle nostre caratteristiche che non siamo in grado di riconoscere in noi stessi, ma che fanno parte della nostra persona.

La pedagogia ha tra i suoi principi fondamentali quello del “fare attraverso”, che è una pratica che permette di lavorare sull’educazione anche quando si fanno i panini, si guarda un film o si legge una storia. Come dicevo, spesso per rendere accessibile una qualità, un oggetto o una nostra caratteristica, ci dobbiamo allontanare da ciò che vogliamo conosconore. E in questo “fare attraverso” possiamo avvicinarci a noi stessi, al nostro modo di pensare, di vivere, di essere, come non abbiamo mai fatto prima. Non starò qui ad ammorbarvi parlando di teorie pedagogiche o educative, e neppure a spiegarvi quale differenza ci sia tra le due.

Ma sappiate che la lettura di un libro, ci può insegnare qualcosa su noi stessi. Sicuramente qualche libro funziona meglio di altri e ogni persona può trovare giovamento da un certo libro piuttosto che da un altro, ma quello che davvero conta è l’ascolto. Se siamo in una condizione nella quale possiamo metterci alla prova e ascoltare davvero quello che leggiamo, allora un libro funzionerà e qualcosa in noi cambierà. Qualcuno potrà addirittura diventare vegetariano leggendo “Manoscritti economico-filosofici del 1844” di Karl Marx. Il succo sta proprio in questo teatro dell’assurdo, non lasciatevi intimorire dalle riflessioni che un libro possa scatenare in voi. Abbandonatevi in questi meandri, perché un libro può condurvi alle più disparate riflessioni.

Ad esempio, in questa lettura ho riflettuto sulle “bugie bianche”. Per quanto assurde possano essere, veniamo sempre mossi dalla nobile idea che queste siano create per evitare del male. Nel fare questo però ci dimentichiamo sempre di riflettere sulle possibili conseguenze.

Come facciamo a distinguere una bugia bianca da una “cattiva”? Beh, è facile. Gli adulti sanno cosa è meglio. Ma ora che siamo adulti, è cambiato qualcosa? Forse no.

Magari una bugia bianca è quella che evita il dolore. Papà: «Abbiamo portato il cane in campagna, dove potrà correre come piace a lui». Fiona: «Il problema non sei tu, sono io che non riesco ad amare».

E chissà quante menzogne diciamo a bambini, anziani, persone in difficoltà, persone con disabilità, perché convinti che non possano capire. Chissà, poi, quante ne diciamo a noi stessi. Siamo davvero sicuri di non aver scelto semplicemente la soluzione più breve?

Il libro in questione è “Il curioso caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon.

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