“Mostrano sempre l’immagine, ma non raccontano mai la storia.”

Il titolo di questo articolo è tratto da una riflessione di John Carlos, bronzo nei 200 metri alle Olimpiadi di Messico 1968. Era accanto a Tommie Smith, medaglia d’oro sullo stesso podio quando, di concerto, i due abbasseranno lo sguardo e alzeranno i pugni guantati; attorno al collo una sciarpa nera, la felpa della squadra statunitense slacciata, le maniche arrotolate, i piedi scalzi.

La posizione verrà immortalata in uno scatto che, nel tempo, sarà ripresentato agli occhi del mondo miriadi di volte, così tante volte che finirà per perdere di contenuto, ricordando vagamente e per inerzia il legame con la lotta per i diritti dei neri in America. Eppure la simbologia rappresentata da quei due atleti e dal loro compagno australiano, Norman, anch’egli sul podio con l’argento ed una spilla a sostegno della loro causa è qualcosa che trascende l’attimo del gesto e che si posiziona nel tempo cFullSizeRender (1)ome esito e preludio di una serie di eventi di importanza molto rilevante.

Innanzitutto quel gesto deriva dal vissuto di due uomini che si sono avvicinati partendo dagli antipodi di un Paese di false promesse: Tommie Smith, settimo di dodici figli di una famiglia di coltivatori e mezzadri del Sud, parte di una robusta popolazione di neri al servizio del padrone bianco; John Carlos, ragazzino furbo e dannatamente sveglio, cresciuto ad Harlem affascinando con la sua faccia da teppa, i suoi balli e la sue fughe dalla polizia.

È lo sport a prima cosa che gli accomuna, perché la consapevolezza della segregazione razziale, della diversità della loro pelle come emblema della diversità di trattamento, la frustrazione e la rabbia, li raggiungeranno in momenti diversi, prima colpendo Carlos rendendo ancora più focoso e intransigente il suo comportamento, poi Smith, attraverso lo studio e l’introiezione di una storia di soprusi che va avanti da secoli. Carlos inizia nuotando, Smith al liceo gioca a football ma sarà la loro velocità nella corsa a renderli veri professionisti: abbatteranno record, verranno sponsorizzati dalla Puma, vedranno il successo… fino al momento in cui non decideranno di tradire la patria che gli ha permesso di essere quello che sono, dei vincenti. Perché è così che verranno definiti dopo aver alzato i pugni sull’inno americano, “traditori” e ingrati.

Il loro lavoro di sportivi militanti nel movimento per i diritti umani, che darà anche vita ad un Progetto Olimpico proprio finalizzato a sottolineare con varie manifestazioni e possibili boicottaggi l’importanza della lotta che li vedrà infine protagonisti, si sviluppa in un clima di tensione altissimo che culmina con l’assassinio di Martin Luther King proprio nel 1968 quando, lo stesso portavoce della battaglia ingaggiata dal popolo nero per vedersi concesse le prerogative di cittadini a tutti gli effetti secondo la Costituzione, avrebbe dovuto condurre una marcia a Città del Messico pochi mesi dopo.

Carlos aveva seguito da molto vicino anche le gesta e i discorsi di Malcolm X, partecipando a tutti gli incontri che lo vedevano protagonista. Con Smith, poi, darà il suo sostegno a Muhammad Ali nella scelta di rifiutare l’arruolamento coatto per il Vietnam secondo il suo credo acquisito e la convinzione di non poter combattere per uno Stato che lo considera solo come carne da macello.

Quel podio, quindi, ha un certo peso specifico, un peso che crollerà sulle spalle dei protagonisti che l’hanno reso celebre, facendone dei paria con la squalifica a vita dai giochi, creando loro difficoltà nelle relazioni sociali, lavorative e in quelle private, provocando disappunto in quella parte di popolo nero che ha visto nel gesto solo “un problema” (fra tutti, Jesse Owens, paradosso dei paradossi), infuocando un odio di razza che li vedrà soggetti alle più tremende minacce di morte. Minacce che erano arrivate anche prima della partecipazione alle Olimpiadi, tanto che Tommie Smith, posando i piedi sul podio, era convinto che sarebbe stato raggiunto dallo sparo di un cecchino.

Carlos e Smith, legati dalla loro convinzione di essere profondamente nel giusto, non diverranno mai propriamente amici: caratteri troppo diversi, accanito uno, calmo l’altro. Ma sono fratelli; per tutta la vita, ad eccezione di alcuni momenti di turbolenza provocata dallo stress di una realtà che li rifiuta, sapranno di esserci l’uno per l’altro. E, assieme, porteranno a spalla la bara di Peter Norman, morto nella sua Terra, ostracizzato per aver supportato la loro scelta e per aver sempre combattuto con i suoi familiari per i diritti degli aborigeni.

Lorenzo Iervolino, attraverso viaggi, interviste, incontri e raccolte di ampia documentazione è stato in grado di contestualizzare alla perfezione un fotogramma, trasformandolo in quel pezzo di storia che di fatto è, dando voce a tutti coloro che vi hanno preso parte o che l’hanno poi trasformato in un mezzo per ampliare o, al contrario, distruggere un’ideale.

Ciò che poi pare ancora di valore in questo libro é il collegamento con il presente, la connessione tra un passato di lotta e un presente che pare si sia messo a fare enormi passi indietro: i riots di allora, capeggiati dalle Black Panthers e dai cittadini disperati hanno inquietanti somiglianze con quelli di oggi, anche le città sono le stesse. E i morti tornano. Cambiano le generazioni e quelle precedenti lasciano alle successive lo spazio per combattere con i nuovi mezzi a disposizione ma il messaggio rimane, anche nello sport, oramai resosi più indipendente dalle logiche del potere e della politica.

Finito il libro nel 2016, Iervolino lo conclude con questa considerazione:

Le rivolte sono continuate sui campi sportivi dei campionati professionistici, universitari, liceali, così come nelle strade, per protestare contro nuovi-vecchi episodi di segregazione e violenza. Tutto questo nel clima esasperato  della lunga campagna elettorale che ha portato il conservatore Donald Trump a succedere Barack Obama come presidente degli Stati Uniti. Non è difficile immaginare che non sia finita qui.”

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5 pensieri riguardo ““Mostrano sempre l’immagine, ma non raccontano mai la storia.”

    1. Pur avendo usato la locuzione una sola volta in tutto l’articolo e trovando il suo commento un tantino polemico, considerato tutto quanto scritto, modificherò quella parte per renderle il tutto più digeribile. Se non sono riuscita a comunicare nulla se non un problema di semantica, me ne assumo la possibilità. Legga il libro però, é scritto davvero bene.

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      1. scrissi “ottimo”, la mia prima e vera parola. il che non guasta con la questione del colore. saludos sudameruicanos.

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