Un’umanità piccola e misera. “Il rapporto di Brodeck vol. 2” di Manu Larcenet

Lo scorso 16 marzo è uscito per Coconino press il rapporto di Brodeck vol. 2, che è un riadattamento dell’omonimo bestseller di Philippe Claudel. L’autore narra di un piccolo villaggio montano situato a confine tra Francia e Germania nell’immediato secondo dopoguerra. Uno straniero da poco trasferitosi in quel luogo viene trovato assassinato. Brodeck, un ex deportato scampato ai lager e tornato al paese, viene incaricato di fare chiarezza sul caso e di stilarne il rapporto. A questo punto la vicenda si perde in un labirinto asfittico di paure, pregiudizi, follie umane. Sopra di tutto e tutti, maestosa e ferina, una natura immensa e muta.

Le tavole sono intrise di un’umanità piccola e misera, sfregiata nell’anima dall’atroce conflitto e relegata ad una vita al minimo, di stenti, insinuazioni e sospetti. Non c’è qui traccia della tanto ostentata grandiosità dell’essere umano. Qui striscia solo la miseria e la piccolezza di una specie debole, senza corazza o zanne, che per una serie di motivi forse più casuali che meritati, si è illusa di dominare un mondo che invece la concepisce più come accidente che come sovrana. Pagina dopo pagina, i personaggi sono fatti a brani dai propri terrori, da irrazionali paure, dal sospetto nei confronti di tutto ciò che è diverso dall’usuale, dall’ignoranza più becera e meschina. Sarà Brodeck ad aprire un inquietante vaso di Pandora e a scoprire come l’uomo sia in grado di commettere gli atti più osceni, malvagi, inauditi solo per paura, razzismo, pregiudizio.

Dunque l’uomo è cattivo e davvero homo homini lupus. Alla fine l’essere umano, per quanto si sia montato la testa, è e resta un animale che ha come obiettivo preponderante quello della sopravvivenza. L’individuazione irrazionale di potenziali nemici non è null’altro che una strategia di difesa nei confronti di ciò che potrebbe essere pericoloso. E nel libro è la natura ad avere un aspetto immenso e quasi mistico, non l’uomo. Nessuna grande costruzione, nessuna impresa, nessun eroe. Solo un avvenimento triste che spalanca la porta dell’inferno peggiore che possa esistere: la mente umana. E in questo intento l’opera riesce a raggiungere una profondità immensa e quasi religiosa, come se il lettore diventasse spettatore di una tragedia o di un mistero destinato a ripetersi in modo ciclico, ossia l’agire irrazionale dell’animale che ha sempre fatto della propria ragione motivo di vanto e stendardo di superiorità su tutto e tutti.

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