Il Bob Dylan personale di Marco Rossari

C’è una collana di libri, pubblicata da Add Editore, che si chiama Incendi, “…fatta di passioni e incontri… I protagonisti della vita culturale italiana e internazionale raccontano la loro passione per scrittori, registi, musicisti, pittori, sportivi, autori teatrali, artisti di ogni sorta: incontri inattesi, generatori di meraviglia.”  E direi che già partiamo molto bene…Quando a Marco Rossari è stato chiesto di scrivere per loro, la sua scelta è caduta immediatamente su Bob Dylan, senza pensarci troppo, come se non ci fossero molte alternative. Riguardo a Dylan, Rossari ha già scritto tanti articoli e racconti; tuttavia non aveva mai avuto la possibilità di parlarne estensivamente lasciandosi prendere dall’incendio di un amore che dura da anni.

Ho incontrato l’autore per una chiacchierata su quello che lui definisce ‘il fantasma dell’elettricità’ e sul suo rapporto con la musica mediato da quello con Dylan. Lui birra e io vino, non c’è registratore accesso, solo parole e scambi di opinione seduti ai tavolini esterni di un bar. C’è anche più freddo del previsto ma importa poco. Rossari è uscito dalla biblioteca nella quale lavora alle sue ormai note traduzioni; si sta giostrando un testo del 1947, “Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry,  un libro di un certo spessore, complesso e molto bello, arduo da rielaborare – l’ultima edizione italiana usava ancora parole come ‘postdomani’, per intenderci- ma proprio per questo più accattivante e stimolante, nonostante richieda molto più tempo e possa portare stanchezza.

Il traduttore che è anche bravissimo scrittore (recensione di “Le cento vite di Nemesio” qui), mi dice che il suo Bob Dylan è stato sviscerato in appena un mese; poco impianto narrativo, moltissima pancia, un sacco di pancia. E quando gli autori scrivono di pancia, vengono fuori cose belle.

In effetti la sensazione che si ha leggendo le pagine di questo libro è che non ci sia proprio nulla di costruito e, anche se ci fosse –magari nella ricerca di qualche informazione dimenticata, da rinfrescare o negli escamotage usati per attaccare un discorso- nulla toglierebbe alla sua freschezza.FullSizeRender

Io di Dylan non so molto. Ascolto la sua musica da sempre ma non rientro in nessuna delle categorie di fan che Rossari ha elencato, feticisti, esegeti, ossessionati dalle registrazioni clandestine, seguaci misticheggianti; del resto non posso nemmeno dirmi totalmente indifferente come non lo sono per tutto un periodo produttivo che ha visto emergere incredibili personalità tra cui David Bowie e Lou Reed, giusto per citarne un paio (!). Certo è che Bob Dylan li ha scavalcati tutti quanti e non sto parlando del fatto che sia ancora vivo ma perché in tutta la sua carriera è riuscito a fare, con estrema libertà, un sacco di cose completamente diverse, attingendo da un afflato musicale per trasformarlo in qualcosa di altro e geniale, producendo dischi meravigliosi in tempi record, o altri mediocri ma contenenti pezzi di una bellezza improbabile.

…essere la voce di una generazione, essere l’emblema della protesta, essere il profeta che indica la via, essere te stesso ma il te stesso che hanno in mente loro, essere il grande e l’unico, essere due parole che non vogliono più dire niente, essere per loro ciò che loro stessi non riescono a essere per nessuno.

Rossari, per raccontare il suo “Io non lo so in fondo perché amo Dylan”, finge di presentarne le sfumature ad un poliziotto che l’ha fermato mentre guidava un po’ brillo di Bonarda, ascoltando Mississippi e ripensando al rapporto con Dylan (in realtà il poliziotto non c’è mai stato ma il giro in macchina per Milano leggermente alticcio e in compagnia di una certa musica, quello sì); il racconto si regge su tre assi portanti, tre pezzi rappresentativi della giovinezza, maturità e senilità del cantante che si accostano ad avvenimenti autobiografici dello scrittore. E si finisce anche con il ridere molto spesso.

Ma questo libro è anche uno dei più begli inni al rapporto dell’uomo con la musica. Dico a Rossari che difficilmente mi è capitato di vedere espressi dei concetti così chiari rispetto a qualcosa che molto spesso sembra impalpabile; a prescindere dall’amore per Dylan che può essere condiviso o meno, qui siamo di fronte all’espressione, nero su bianco, di qualcosa che ognuno di noi penso abbia provato almeno una volta nella vita per un determinato artista. E credo che raccontarlo così, con questa limpidezza, con la naturalezza che nasce quando una cosa ci piace proprio tanto, sia il giusto modo per avvicinare i lettori, per renderli partecipi, per stimolare il loro appetito: io, ad esempio, Dylan vorrei imparare a conoscerlo meglio adesso, proprio perché qualcuno che lo ha sempre avuto accanto nella vita, qualche volta saltuariamente, qualche volta da invasato, è stato in grado di dirmi con le parole giuste cosa ha significato quel rapporto musicale per lui, quel mistero per lui.

Mentre beviamo, tiriamo fuori Bruce Springsteen, Bono, Fossati e De Gregori. Poi gli  dico che mentre leggevo in poche ore il suo libro, perfetto tascabile che mi sono portata in giro per la città tutto il giorno, mi è subito spuntato nella mente il nome di Dalla e mi sono detta che quel tipo di rapporto lì, quel legame sintomatico, emotivo, che nasce sotto il costato, che ti stringe ad un cantante per la vita per me è nato con lui, con Telefonami tra vent’anni e Milano ed è cresciuto costantemente, anche nel silenzio.

C’è un’altra cosa che Rossari spiega, come suo personale approccio a Dylan ma che trovo sostanzialmente applicabile anche a tutti coloro che hanno la fortuna di vivere una passione del genere. Parti da un testo, cerchi di capirlo, di introiettarne le parole, di farle tue, di contestualizzarle, di rodarle; poi passi alla musica, all’attenzione spasmodica agli accordi, ai suoni unici che riesci a trovare e che ti rimangono tatuati nel padiglione auricolare; e infine, eccola… LA VOCE. Improvvisamente, dopo mille ascolti, ti accorgi di qualcosa che è sempre stato lì e che conosci perfettamente ma forse non ti sei mai reso conto di quanto sia cambiata nel tempo, di quanto giochi coi pezzi, con le parole, di quanto e come venga fuori in un live rispetto ad una registrazione.

“La voce di Dylan… È irrealtà, presenza rarefatta, è un colpo di tosse cosmico.  È l’assenza che mi ha più tenuto compagnia in questi anni, toccandomi, lasciandomi vivere, tormentando ogni minuto, affacciandosi quando meno me l’aspettavo, parlando piano, vera come il ghiaccio, come il fuoco, alla mia finestra con un’ala rotta.”

Ecco, io credo nella sincerità di questo libro, credo nella sua impulsività, nel suo non essere volutamente didascalico, nel fatto che, pur nella sua evidente caratterizzazione personale, abbia una forza comunicativa strabiliante proprio perché ha tutta la paradossalità di una passione resa oggettiva.

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