E LUCE FU. “E così conoscerai l’universo e gli dei” di Jesse Jacobs

Tra le milioni di domande spesso insensate ed eccessive che l’uomo ama porgersi, ce n’è una alquanto ricorrente e che è recentemente tornata alla ribalta grazie alla notizia (ingigantita? Inventata di sana pianta?) della scoperta di nuovi pianeti: “Come accidenti è nata la vita?”.

Se seguissimo in modo coerente la logica, non avremmo esitazione nel rispondere a questo quesito in modo scientifico e consequenziale. Chiunque abbia fatto le scuole superiori riesce a boccheggiare un “la materia non si crea e non si distrugge” e ogni persona che è stata promossa alle elementari può ripetere come un pappagallo la storiella del Big Bang. Eppure c’è dell’altro. Eppure è dannatamente piacevole immaginarsi una creazione dell’universo lontana dalla logica ferrea e dai libri di scuola, ma intrisa di fantasia ed immaginazione.

Jesse Jacobs decide così di dare vita ad una moderna cosmogonia in cui viene palesato, con uno sguardo crudo ed ironico, come sarebbe nato l’uomo ed il mondo che ancora oggi si trova ad abitare e distruggere con tanto impegno. In principio erano AblavarZantek Blorax, tre divinità che amano giocherellare con vari elementi chimici per impressionare il loro Signore Supremo, Shluk. Ablavar ha la passione per gli elementi poveri come il carbonio, da cui vengono creati gli u-mani e gli ani-mali. Due sono gli aspetti che rendono eccellente questa opera: il carattere psichedelico, minimalista e scientificizzante della resa grafica ed il tono leggero ma crudo che permea la trama.

La cultura contemporanea, ben si sa, si caratterizza per l’impossibilità di prendere qualsiasi cosa sul serio e per la tendenza a mescolare in un unico piano, grottesco e grandioso al tempo stesso, tutto quanto è sempre stato metodicamente diviso: l’alto e il basso, il sacro e il profano, il puro ed il putrido. In questo caso, però, il caos non viene percepito come un male da annullare grazie alla forza dell’ordine.

La caoticità è essa stessa componente imprescindibile dell’esistenza, nei confronti della quale ogni grido di disperazione, urlo di orrore o dichiarazione di guerra viene vista come una bambinata, una sciocca ed inutile azione contraria all’ovvietà dei fatti. Non è più tempo di storie pacificatrici e costruttive, non è più il momento di miti che plachino l’irrequietezza umana. Sono ormai un paio di secoli che l’umanità vive senza sacralità o altro; è anche giunto il momento di comprendere che l’uomo, in tutta la sua grandiosità e nullità, è nato per caso come un semplice fenomeno naturale, senza scopo e senza fine. Siamo dunque un puro fenomeno scientifico che, anche se privato di una rasserenante causalità e finalità, esercita un fascino difficilmente uguagliabile.

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