Se vivi al Sud la letteratura è un drago a due code

La fruizione dell’oggetto letterario al Sud è differente dalla fruizione dell’oggetto letterario al Nord.

Per anni sono vissuto nel disincanto dell’incomunicabilità. Un gap irresistibile divideva la tangibilità dell’oggetto (il libro, la copertina, la quarta, il testo, le pagine rilegate e il solco d’inchiostro da tipografia) da chi quelle pagine le aveva scritte (lo scrittore). Non so bene come spiegarlo, ma prometto di fare il possibile. Il lettore va in libreria, acquista un libro scritto da un autore, lo legge. Facile. E invece no.

Io leggevo libri che, nella mia testa, erano nati già scritti. Cioè dietro quelle parole non c’era una mente capace di scriverle. Gli scrittori erano mostri giganti per me, il più delle volte associavo a loro delle grandi ali verdi che partivano dall’incavo delle scapole e che finivano lì dove iniziavano grandi code amaranto. Non facevo uso di Xanax né di Lsd. Il perché è subito spiegato.

Se vivi al Sud, in una città di provincia del Sud, nell’entroterra di quelle zone dove olivi e graminacee sono i padroni del tuo sguardo nei viaggi in treno, c’è una grande probabilità che nel tuo paese di origine non ci siano librerie. I libri li acquisti nelle grandi catene dei capoluoghi: Bari, Napoli, Catanzaro, Potenza. O, comunque, da Amazon. E’ rara la possibilità di incontrare uno scrittore di persona, è raro trovare la prima edizione de La vita in versi di Giudici, è raro scambiare due parole con l’autore contemporaneo fresco di pubblicazione. E’ raro.

E il disincanto della letteratura negli anni cresce. Inizi a  pensare che sia possibile avere un testo che non trovi solo se ti sposti, solo se partecipi alle grandi fiere di Torino, di Milano, solo se conosci le date dei Festival che si tengono a Roma e Bologna. Gli scrittori, capite bene, diventano chimere che sarebbe bello incontrare. Nel tuo immaginario li vesti con mantelli e cappelli. Se vivi al Sud gli scrittori che ami diventano Madonne, tant’è che nel portafoglio c’è l’immagine di John Fante e di Roberto Bolaño, accanto a quella di Padre Pio. Poi magari lo studio o il lavoro ti portano al Nord, e il margine di disincanto si assottiglia, perché trovi Andrea G. Pinketts che gestisce lo Smooth Lounge Bar a Milano, scopri che nelle programmazioni accanto a  dialogo con lo scrittore ci sono nomi come Carrère e Don DeLillo, trovi Michele Mari che passeggia e Umberto Eco che (ahimé) passeggiava tra le bancarelle d’usato in Piazza Santo Stefano a Bologna.

I grandi nomi, dunque, diventano persone, hanno un volto da riconoscere e una mano da stringere; o ancora: le edizioni che cerchi le trovi con tranquillità nelle catene delle librerie d’usato (il ‘Libraccio’ più a Sud è a Roma, e a Milano ce ne sono cinque, tanto per capirci). Dal centro Italia in poi avviene una sorta di normalizzazione dello scrittore, di umanizzazione del drago con le ali verdi. Badate bene che questo andamento favorisce la rete di contatti per chi sogna di scrivere, permette di tenere un polso della situazione più saldo del panorama contemporaneo, apre a delle possibilità di scelta, di condivisione, di allargamento oggettivo di splendidi orizzonti. Allo stesso tempo, però, in questa maniera ci si abitua al possibile, si dà per scontata la fatica della corsa, si arriva ai traguardi con meno bava alla bocca. Il modo di viversi la letteratura addosso, è una questione di prospettive, una dinamica di geografie, che non andrebbe mai sottovalutata.

Io poi risposte in merito non ne ho, mi andava solo di parlarne.

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