Una pillola yiddish. “Sender Prager” di I.J. Singer

Prendete un eterno scapolone ebreo proprietario di un ristorante a Praga, una vedova, uniteli in matrimonio, aggiungete una manciata di giovani cameriere affrante, un rabbino dalle visioni conservatrici, i parenti della sposa colpiti da fanatismo religioso, salate quanto basta, mescolate il tutto per bene e stendete su una settantina di pagine formato 10,5 X 17,5 cm. Servite in tavola ancora caldo.

Avvertenza: probabilmente da questi ingredienti poveri otterrete un piatto un po’ insipido e poco originale. Una sorta di minestra riscaldata, insomma.

Il risultato risulterà inevitabilmente scadente a meno che voi non siate I.J. Singer, fratello del Premio Nobel 1978 Isaac Bashevis, anch’egli consacrato scrittore di successo grazie a opere di indiscussa fama quali La famiglia Karnowski e I fratelli Ashkenazi.

E allora qual è l’ingrediente segreto che Singer ha utilizzato per rendere il piatto appetitoso? È presto detto: la spiccata caratterizzazione dei personaggi. Applicando una tecnica propria del teatro greco e della commedia dell’arte, e ripresa anche dalla comicità odierna, l’autore appiccica ai personaggi delle maschere che li rendono immediatamente riconoscibili, e ne accentua i tratti salienti, rendendoli grotteschi e caricaturali.

L’opera si caratterizza per un deciso taglio teatrale, creando un notevole impatto visivo: le scene sono ben delineate, come se fossero davanti ai nostri occhi, recitate da attori su un palcoscenico.

Ad esempio, il rabbino, incalzato dallo zio della sposa su questioni religiose, ricorda nel suo essere superficiale il Reverendo Lovejoy dei Simpson. Anche gli atteggiamenti libertini del protagonista (Sender Prager, da cui il titolo dell’opera) sono portati all’esasperazione, così come l’ingenuità delle cameriere, le cui speranze mal riposte vengono spezzate dall’improvviso matrimonio del loro padrone.

«Perché mai dovrei prendere una moglie per gli altri, dal momento che posso prendere le mogli degli altri per me?».

Insomma, si tratta di romanzo molto breve, una miniatura in cui sono racchiuse, a volte appena abbozzate, tematiche di grande spessore: dalla sfiducia nell’uomo e nei rapporti duraturi alla sacralità delle tradizioni ebraiche, con una sapiente distribuzione di ironia e amarezza.

Non è un’opera imperdibile, intendiamoci bene, lo stesso Singer ha scritto di meglio, ma è un buon punto di accesso per cominciare ad esplorare l’universo di uno dei maggiori esponenti della moderna letteratura Yiddish.

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